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E’ indubbio, d’altra parte, che codesta zona sia stata utilizzata per la pesca del tonno genetico: inizialmente, dopo aver osservati i grandi animali migranti dall’alto dei tunnascopeia, essi venivano sospinti verso la costa da reti e da lancio di pietre, sino a costringerli dentro stretti inviti, come racconta Eliano usassero i primi greci, facendo perno cioè su alte rupi o su grandi affioramenti; successivamente si cattureranno con impianti fissi sempre più grandi come descritti da Oppiano. Oltre la pesca, essi venivano qui conservati, come è mostrato dalle numerosissime vasche che si trovano lungo questa stessa costa (come ha dimostrato Purpura) per la produzione di garum e di tranci (tariscos) di tonno. Nelle alture della costa circostante, Sugameli e Barrabini sostengono vi abitassero i Lestrigoni dell’Odissea, che - racconta Omero - uccisero i compagni di Ulisse “come fossero grandi pesci e li squarciavano, riportando per i loro pasti, tranci orridi e raccapriccianti”, accompagnando l’uccisione, con urla e grande strepito; tanto lascerebbe dedurre, essi aggiungono, l’abitudine e la vocazione degli abitanti del posto a prendere grandi pesci, cantando. Che dunque passassero da qui tonni in stato di maturazione e di riproduzione in avvicinamento alle coste basse delle acque chiare, saline e calde, è facile arguirlo dalle nozioni pur se vaghe di primigenia biologia marina che ci tramandano, ad es., Erodoto (“la luna sta crescendo alta sul cielo, ora verranno i tonni panciuti”) o Aristotele (“al solstizio di giugno, i tonni compiono il loro viaggio nuziale”) ma, anche Archestrato di Gela che ci racconta come i tonni che passavano da queste parti fossero estremamente saporiti e gradevoli al palato “per la nobiltà del ventre” così come quelli che pescavano sulla costa di Vibo Valentia, l’antica Hyppona “... laddove Persefone, cinta da bel diadema, ha dimora ... “ Una continua Cetaria, dunque, da un capo all’altro del Golfo (sino a Isola delle Femmine, aggiungerei), in cui si succedevano fino all’altro giorno grandi tonnare e piccole tonnarelle: dall’insenatura sotto Capo Rama che catturava in un piccolo impianto squali palombi che sul basso fondale di sabbia bianca formavano concentrazioni genetiche ma anche tunnìdi; poi la Sicciara, immediatamente a levante dell’abitato di Balestrate, spentasi alla fine dell’800; quindi la maestosa, profonda e distante Magazzinazzi dove ho visto per tante stagioni sorgere il sole tra lo scappellarsi del Rais e dei marinai più anziani. Qui in quello che ho chiamato il linguaggio delle “bandiere”, ho visto riproposto l’uso antico dei guardiani delle greggi sulle alture tunisine di Zaguàn: così, alcuni marinai, in piedi sui banchi della muciara si alternavano, in varie posizioni, per segnalare, a chi da terra guardava col cannocchiale, il numero dei tonni catturati dal numero dei remi tenuti ritti con alla estremità di essi, una camicia, un pezzo di tenda, un cencio multicolore. Nello stesso contesto, come dimenticare nella muta significatività antica, il cappotto del Rais Peppino Borruso, che veniva appeso all’alberotto di poppa della muciara di rais con le vuote maniche annodate sul dietro ad indicare che c’è currenti frisca e avemo i vrazza ‘ ttaccati (cioè, i tonni ci sono ma non possiamo mollare la porta a causa della forte corrente) ? Ma anche, come non sottolineare l’amore dei tonnaroti tutti verso il tonno catturato in pieno periodo di riproduzione perché, attraverso la sua morte, veniva assicurata la sopravvivenza (e la continuazione della specie) degli uomini che l’avevano catturato? Vero amore che si manifestava, esaltandosi, verso il tonno di regalo alla ciurma: u tunno a gghiotta (il più grosso della mattanza in cui si raggiungevano i 300 e poi i 600 esemplari catturati e così via). Esso veniva addobbato dalle donne con fiori nelle ferite e nespole e ciliegie ed a tale gesto gratulatorio ho trovato poi un riscontro bellissimo nelle frasi del più importante canto della tonnara di Pizzo, intitolato ‘A levata, rilevato dalla viva voce del solista Rocco Grandinetti: Levamu, levamu amuri miu e jamu annanti .../ a tutti li tunni circamu pirdunu ... E poi, Castellammare da cui proviene la prima documentazione certa della possibilità di accumulo di grandi ricchezze in tonnara, attraverso il duro lavoro e la fortuna di stagioni di pesca. Mi piace qui ricordare perciò Puccio Schillaci che, attraverso il durissimo e umile lavoro di faratico/barilaro seppe, nel 1383, salire intrepidamente la scala sociale prestando all’onnipotente padrone della tonnara Nicoloso Doria l’enormità della somma di 180 once d’oro, divenendone comproprietario per la metà. Siffatti episodi si rinnoveranno decenni dopo decenni e sino ai giorni nostri (ed in questa sala saranno forse presenti ascoltatori che potranno rivedere nella loro mente almeno due o tre esempi analoghi), in una replicazione secolare che si è perpetuata secondo il medesimo copione. Successivamente Vitaloca (anche se non c’era tonnara ) punto di concentrazione di grandi tonni allo stesso stadio di maturazione: qui ho messo a punto il primo ecoscandaglio Elac arrivato in Sicilia nel primo dopoguerra e montato su una piccola barchetta; nel golfetto ho osservato i grandi tonni che a pochi metri d’acqua si mantenevano calmi e raggruppati così come li aveva visti Oppiano, senza che fuggissero dinanzi ai preparativi per catturarli per cui dirà “ ... stoltezza uccide il grasso tonno ...” e, da allora, il tonno resterà tacciato di stupidità congenita, il che non è affatto vero. Proseguendo ecco Scopello che, a guardarla dal mare nel suo piccolo cerchio luminoso della bianca spiaggia e la fresca fontana (oltre le numerose ancore litiche che tuttora possono ritrovarsi sul fondale antistante ), ogni volta mi ricorda il racconto di Sabatino Moscati circa la maniera in cui i Fenici vendessero sulle coste siciliane i loro prodotti. I suoi alti faraglioni sicuramente saranno stati osservatori da cui segnalare l’arrivo dei tonni e seguirli, ma, anche punto di partenza per l’inizio della circuizione condotta con snelle navi all’alto aphlaston sul quale prendeva posto il capopesca; Scopello ancora oggi, così deturpata nei dintorni, induce a pensare ad un mondo antico, lontano, che costantemente si ripropone. Qui, di levante della coda della tonnara, e sono passati già quasi vent’anni, ha troneggiato una grande gabbia in cui erano stati posti 5 grossi tonni prelevati dalla vicina tonnara per osservare il procedere della maturazione genetica e raccogliere i prodotti sessuali per successive fecondazioni artificiali: studi attenti che, con i mezzi e le disponibilità di allora, non ebbero successo e che oggi si rinnovano con altre mentalità, altri metodi, altri soldi, altri operatori. Questi ultimi però ripropongono alla mia mente i pesanti dibattiti tra la Prof. Concettina Scordia di Zoologia di Messina ed il Prof. Massimo Sella di Trieste da Lei attaccato in uno storico Congresso perché egli aveva affidato, solo per qualche giorno, un termometro a rovesciamento al rais della tonnara e di conseguenza invitava a valutare le considerazioni (basate anche su quei pochi dati inseriti in una lunga tabella conclusiva che riguardava tempi ben più lunghi) non accettabili e le ipotesi conseguenti perciò inammissibili. In effetti, il nocciolo vero del dibattito concerneva la stanzialità mediterranea o meno del tonno genetico e la Scordia, in quegli anni a cavallo tra la fine del 1920 e gli anni ‘30, pretendeva che il tonno vivesse soltanto nel Mare Nostrum ed auspicava gli venisse cambiato nome, riprendendo il sinonimo Thonnus mediterraneus proposto da RISSO, nel 1826. Dimostrazione recente su come, sino ai giorni nostri di grande civiltà come sosteniamo, il tonno abbia continuato a formare cultura! Oggi, invece, è del tutto naturale affidare a pescatori studi di ecologia e di alimentazione di tonni in ambienti circoscritti e sul “Giornale di Sicilia” di qualche giorno fa leggo che, tra i tonni tenuti in gabbia a Favignana si può osservare un esemplare femmina (come avranno fatto poi a riconoscerne il sesso!) cui è stato dato il nome di Laika: dal tonno in orbace dal 1938 si è passato dunque alla sovietica Laika ante-muro. Ritorniamo, ora, al piccolo Guzzo che catturava ricciole e tunnìdi ed era dotato di un piccolo, antico marfaraggio che ricordo ovile, dove ho trovato rifugio, in un giorno di fine giugno, insieme al Comm. Cusmai il primo Direttore Generale della Pesca Marittima, a Belardinelli ed al caro indimenticato amico Giorgio Bini; infine il Secco, nobilitato in lingua e chissà perché dall’antico nome della “tunnara da Sicca”, dove negli scogli affioranti sotto la terrazza del palazzotto, erano legati i cavi delle teste di ponente per il godimento (!) delle mattanze, senza nemmeno il peso di imbarcare e senza l’inconveniente, come diceva il Marchese di Villabianca, che “il moto ineguale che dà l’intollerato mare possa farci mareggiare”. In ultimo, Capo San Vito che viene citato solo poche volte nel 1700, interrata e assai poco nota tonnarella nell’insenatura sabbiosa ora del porto; però, quasi all’estremità della punta, sono stati proposti più volte, ed anche da recente, tentativi per un nuovo impianto, sostitutivo del Secco, che venne indicato come “tonnara di San Vito” (ed ho qui il mio libriccino con gli appunti ed i segnali a terra); tentativi mal riusciti anche se lungo la ripida rottura della platea si vedevano spesso rimontare centinaia di grandi tonni (e spesso meravigliose ricciole di oltre 30/40 kg) che portavano alla giustificazione del nuovo impianto in quel posto. Un meraviglioso Golfo, dunque, dove si sono succedute vicende che infine hanno costituito civiltà e cultura; attraverso i Piscicapi (i predecessori dei Rais) qui si sono formati ceti e famiglie, lasciando nomi e toponimi; si sono riuniti gruppi etnici di diversa provenienza, legati però dagli stessi interessi in una religatio che non è stata soltanto unione di interessi comuni ma anche religiosità, che ha dato origine a Benedictionales, a ritualità ed a preghiere nelle quali quanto di più intimo esisteva nell’animo, affiorava nella gioia o nel più profondo scoramento. Momenti e vicende che si possono intendere e comprendere solo vivendoli e condividendoli attraverso l’autorità e la capacità dei Rais, attraverso i sussurrati comandi, le ragionate e spesso sofferte decisioni, i mugugni dei tonnaroti o le loro cadenzate Cialome. Un Golfo che ha racchiuso sino a pochi anni fa un mondo in cui si è sviluppata una fiorente e redditizia attività di pesca e la formazione di ceti che nella comunità tonnarota si sono andati a stratificare, ad affermarsi, a consolidarsi ma, nell’evoluzione umana, anche a dissolversi nel giro di qualche generazione. Qui, dai tempi più antichi, come d’altra parte accadeva nella Sicilia Orientale, si è sviluppata una pesca capitalista, come asserisce Bresc, già fin dalle prime iniziative con attrazione di ingenti capitali e di gran numero di persone (bisogna tener presente che la tonnara, nel suo insieme di impianto in mare e di stabilimento a terra, non è mai stata impresa individuale ma in generale solo tribale, spesso di più villaggi vicini) che apporteranno il contributo delle disponibilità dei diversi materiali occorrenti, delle loro capacità e della propria cultura ma anche, con l’intervento di gruppi stranieri, forme nuove di organizzazione, di scambio e finanziamenti. I riscontri delle congetture che, in via di logica e di accostamenti, possono essere condotti non trovano spesso la prova oggettiva, ma solo tracce, racconti, la sensibilità di chi per tanti anni ha vissuto i fatti e le emergenze, l’eco spesso ancora viva di parole e di evenienze, di storie antiche (che spesso si ripropongono), soprattutto il fascino di quanto può essere stato vero e in cui scavare con la fantasia anche se questo non è stato il proprio mestiere. Però piace riportare questa o quella leggenda, questa o quella supposizione, o agganciare un antico riferimento ad un fatto che accade in tempo reale, la religiosità, le terminologie, i fideismi, i comportamenti di uomini e tonni; questi ultimi, attraverso la loro grande importanza economica, mitizzeranno tutto un ambiente nella sua più ampia vastità, mitizzandosi essi stessi e gli uomini che li catturano, per cui l’attrattiva di questi posti è grande, come altrettanto attraente e stimolante è inciampare in vasche di cocciopesto, udire parole e frasi che ripropongono usi millenari, imbattersi in abbozzi di disegni di mani incerte ed antiche, in frammenti di grandi vertebre ai vari livelli della vicina Grotta dell’Uzzo.
(da “La terra delle Tonnare”, Pro Loco di San Vito, Trapani 2000)
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