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Case Vacanza a Trapani, nel centro storico, vicino al porto




San Vito Lo Capo

Castelluzzo: mare e campagna

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Pesca, stabilimenti e trasformazione del pescato
in provincia di Trapani

di Ninni Ravazza

Foto di Fabio MarinoLa provincia di Trapani con i porti di Castellammare del Golfo, San Vito lo Capo, Bonagia, Trapani, Favignana, Marsala, Mazara del Vallo, è stata ed è tuttora una delle più importanti per quanto riguarda la marineria peschereccia. Pesca e collegate lavorazione/conservazione del pescato sono state – e in parte rimangono – due delle voci più importanti nell’economia provinciale.
Nell’ultimo decennio del secolo trascorso le esportazioni di pesce trasformato sono aumentate dal valore di 9 milioni di euro del 1993 ai 22 milioni di ’99, per arrivare ai 43 milioni del 2002; da quell’anno però la tendenza si è invertita, e nel 2004 è stato esportato pesce trasformato per 28,8 milioni di euro.

L’industria del pesce
Dal punto di vista dell’industria, rilevanza particolare hanno avuto la pesca e la trasformazione del tonno e del pesce azzurro (sardine, sgombri, acciughe).
Storicamente salagione e conservazione sott’olio del pesce azzurro (catturato in gran parte dai motopesca col cianciolo – rete di circuizione) sono state effettuate da centinaia di imprese artigiane con sede soprattutto a Trapani, Marsala, Mazara del Vallo.
Questa attività, largamente praticata già nel 19° secolo, ha conosciuto il periodo più florido nell’immediato dopoguerra, dal 1947 al 1963, quando in tutta la provincia erano attive circa 170 ditte – per lo più di piccole e piccolissime dimensioni, anche se non mancavano le eccezioni come il grande opificio di Favignana e la SALPIA di Trapani, società per azioni il cui presidente era lo stesso Giovan Battista Parodi proprietario delle tonnare di Favignana e Formica. Qui lavoravano 160 operai, 130 dei quali donne; la capacità di lavorazione era di 15 tonnellate di sgombro sott’olio al giorno; saltuariamente, quando le mattanze erano straordinariamente ricche, veniva lavorata anche una piccola quantità di tonno fresco. Questa ditta, come le altre del settore, andò in crisi negli anni 1963/64 quando la pesca degli sgombri nei mari siciliani crollò: in questo periodo le 15 tonnellate di sgombro di potenziale giornaliero non venivano reperite neppure in una settimana.
Un’altra ditta di medie dimensioni, dedita alla lavorazione sott’olio di sgombri e sardine, e del tonno congelato, sorta nel 1937 al porto peschereccio, è la Castiglione, che successivamente – come vedremo – nel 1975 ha acquistato le tonnare di San Giuliano e Bonagia e si è trasferita nei locali della ex tonnara di Sancusumano. Questa ditta, e un’altra di piccole dimensioni, sono le ultime due ancora in attività a Trapani.
A Mazara del Vallo fino al 1965/70 era attiva soprattutto la conservazione sott’olio degli sgombri, mentre sul litorale fra questa città e Marsala decine di piccole ditte, spesso a conduzione familiare, privilegiavano la conservazione sotto sale delle sarde, favorita dalla esistenza delle vicine saline che potevano fornire a basso costo la materia necessaria per la lavorazione; qui il pesce veniva conservato – prima ancora che in scatole di latta – in piccole botti senza pancia dette “valliri”.

E’ indubbio, però, che il tipo di pesca che più di ogni altro ha influenzato l’economia e l’industria, ma anche la storia, la cultura e le tradizioni del territorio è stata quella del tonno con le tonnare; lungo le coste trapanesi, infatti, nei secoli ha operato il più alto numero di impianti fissi di pesca al tonno rosso, il Thunnus thinnus. La presenza a mare delle reti per la pesca del tonno ha coinciso quasi sempre con la costruzione a terra di edifici a supporto dell’attività alieutica, i marfaraggi, che rimangono importanti testimonianze dell’architettura industriale dei secoli trascorsi; questa peculiarità non ha interessato in genere, invece, le piccole industrie di lavorazione e trasformazione del pesce azzurro, mai assunte ad esempi di archeologia industriale come le tonnare.

I mercati ittici
Maggiore interesse storico/architettonico hanno i mercati del pesce attualmente in funzione in provincia: quello – piccolo invero – di Marsala nel quartiere spagnolo, e il mercato ittico al dettaglio di Trapani, la “pescheria”, in pieno centro storico, definita nella sua veste attuale nel 1874, col porticato ad archi a tutto sesto e la statua di Venere Anadiomene al centro della piazza. Nell’estate del 2001 questo spazio è stato fruito per la prima e l’ultima volta quale spazio scenico, sede di un apprezzato spettacolo multimediale sulle attività tradizionali trapanesi: la pesca del tonno e la raccolta del sale. Da allora l’esperimento – cambiata l’amministrazione locale – non è più stato ripetuto, e oggi c’è il tentativo di spogliare la pescheria della sua destinazione originaria per farne esclusivamente un elemento di arredo urbano: ma la Vucciria di Palermo, famosa anche per il quadro di Guttuso, sarebbe tale senza il mercato vivo al proprio interno?

Le tonnare
Sono state ben ventidue le tonnare censite sul litorale che va dal golfo di Castellammare ai confini con la provincia di Agrigento; seppure alcuni impianti nel tempo hanno acquisito denominazioni diverse – e dunque il numero reale delle tonnare trapanesi è realmente di poco inferiore a venti – questa provincia è stata quella a maggiore vocazione di tutta Italia.
Degli impianti che hanno operato ininterrottamente per secoli, molti dei quali fino agli anni ’70 del secolo scorso, oggi non ne rimane in attività nessuno, se non quello famoso di Favignana che però si è ridotto a fare la mattanza con i tonnaroti in costumi d’epoca per richiamare i turisti, invitati a pagare il biglietto per assistere alla cattura di poche decine di tonni.
Ancora nel ventennio 1960/80 in provincia operavano nove tonnare.
Per avere un’idea dell’importanza economica e sociale della pesca del tonno in provincia di Trapani, bisogna considerare che ogni tonnara impiegava per i tre mesi della pesca da 70 a 100 unità, alle quali si devono aggiungere gli operai addetti alla lavorazione del tonno dove alla pesca si accoppiava l’attività industriale della trasformazione del pescato. L’isola di Favignana, per fare un esempio, ha dimezzato i suoi abitanti, scendendo da 7 mila a meno di 4 mila, quando lo stabilimento che fu dei Florio prima ridusse e poi cessò del tutto l’attività, intorno alla fine degli anni ’70 del XX secolo.
Come Favignana, in altri impianti pesca e lavorazione procedevano in sinergia.
Di seguito compiremo un breve viaggio lungo le coste della provincia di Trapani, alla (ri) scoperta dei siti e degli edifici che hanno scandito la storia affascinante della pesca del tonno, e che meritano di essere salvati dal degrado in cui molti di essi oggi versano.
Partiamo dall’estremità di levante, dove il trapanese confina con la provincia di Palermo, ricca anch’essa di tonnare, che però si sono spente ben prima di quelle trapanesi.

TONNARA DI MAGAZZINAZZI
Non antichissima rispetto ad altri impianti, pescava nel mezzo del grande golfo di Castellammare; si è spenta definitivamente nel 1972 a causa dell’inquinamento industriale del golfo. Famosa per le ricche stagioni: “è stata molto fertile di pesca quando viene amministrata da persone pratiche ed interessate” scriveva nel 1816 in “Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso, e cammino de’ tonni” Francesco Carlo D’Amico, duca d’Ossada, grande appassionato e proprietario di tonnare nel messinese. Gli edifici accanto al palazzotto – risalenti al XX secolo - oggi ospitano una discoteca. Qualche decina di ancore accanto al palazzo stanno a indicare l’antica destinazione del fabbricato.

TONNARA DI CASTELLAMMARE DEL GOLFO
Se ne hanno notizie ufficiali fin dal 1466, ma già Edrisi – geografo arabo – nel 1150 parla della pesca del tonno nel porto di Castellammare/Al Madarig; ha operato fino al 1964. Il tonno veniva lavorato in una azienda all’interno della costa. Gli stabilimenti si trovano nella rada del porto, e oggi sono stati trasformati in albergo (il palazzotto) e capannoni industriali (le trizzane): dell’antica destinazione non resta alcun riscontro, se non vagamente nel nome dell’albergo: Cetaria
La produttività di questa tonnara si è mantenuta buona fino all’inizio del XX secolo, quando le catture mediamente non scendevano sotto i mille tonni (3.095 nel 1910).


TONNARA DI SCOPELLO
Una delle più famose della provincia, subito dopo quelle di Favignana, Formica e Bonagia. Operativa quanto meno dal 1200, secolo in cui se ne ha notizia ufficiale, è stata calata fino al 1984; qui non si è mai lavorato il tonno, che veniva venduto soprattutto sul mercato di Palermo. La produzione di tonno si è mantenuta su buoni livelli per tutti e due i secoli XIX e XX, oscillando fra i 1.000 e i quasi 2.500 quintali del 1903, per assestarsi sui 450 tonni a stagione dal 1922 al ’62, per poi diminuire in maniera preoccupante dopo quella data, con solo una punta di 1030 quintali (700 tonni) nel 1977; il 1984 – ultimo anno di attività - sono stati catturati solo 100 tonni di dimensioni medie. Nel 1981 la tonnara è stata sede del primo esperimento italiano di allevamento dei tonni in gabbia.
Gli edifici, realizzati sicuramente già nel 1660 (anche se un primo nucleo risale al XIII secolo), vennero ampliati e resi maggiormente funzionali dopo il 1874 quando Ignazio Florio acquistò i 2/8 della tonnara, e sono ancora oggi in buono stato: vengono gestiti dalla Comunione Tonnara di Scopello che ne affitta gli alloggi ristrutturati. La speranza di rimettere in attività la pesca per farne un presidio culturale oltre che industriale (attingendo i proventi dalla vendita del pescato e dal richiamo turistico) è andata delusa per le resistenze di alcuni dei numerosi proprietari.

TONNARA DELL’UZZO O GUZZO
All’interno della attuale Riserva Naturale dello Zingaro – la prima istituita in Sicilia, nel 1982 – era una tonnarella alle dipendenze della tonnara di Scopello. Veniva calata dopo la “tagliata” delle reti di Scopello, e catturava qualche tonno ritardatario, ma soprattutto pesci minori – scamali – quali tombarelli (bisi) e occhiate; non mancavano enormi ricciole, anche di 40 chilogrammi. E’ stata operativa fino agli anni ’60 dello scorso secolo. Il fabbricato a supporto della tonnara è stato restaurato dalla Forestale, che ne è la proprietaria, e adibito a museo agro-forestale dove una sala è dedicata alla tonnara, con un plastico che riproduce il calato delle reti di Scopello, opera di un vecchio rais. Ovviamente qui il tonno non è stato mai lavorato, per la dimensione minima della struttura e per il tipo di pesca; si ha notizia di una piccola attività di salagione del pescato.

TONNARA DEL SECCO O SEVO
Antica e bellissima tonnara in territorio di San Vito lo Capo, che ha operato, sia pure con qualche pausa, fino al 1969. Molto antica – se ne ha notizia fin dal 1377 quando apparteneva al Monastero di Santa Rosalia di Palermo – ha attraversato fasi alterne nella pesca. Fino al 1930 circa vi si lavorava una piccola quantità di tonni, mentre il resto veniva immesso sul mercato di Palermo dove era trasportato via mare. Gli edifici, una volta bellissimi, versano in uno stato di abbandono pietoso e cadono a pezzi giorno dopo giorno; nel 1999 la società turistica Valtur li ha acquistati dai proprietari Foderà – gli stessi di Scopello e Magazzinazzi – ma la diversa destinazione d’uso non ha consentito la prevista trasformazione in struttura alberghiera, e così gli aristocratici palazzi dal terrazzo dei quali i proprietari ed i loro ospiti osservavano la mattanza (che avveniva a pochi metri dalla riva) stanno andando in rovina. Nei giorni scorsi è crollato il tetto della casupola in riva al mare dove venivano conservati e salati i pesci minori e le uova del tonno.
La tonnara del Secco negli ultimi tre anni è stata ripetutamente presa in affitto da alcune produzioni cinematografiche – tra l’altro qui sono stati girati diversi episodi del commissario Montalbano – e questo ha in qualche modo rallentato il disfacimento delle strutture.
L’abbandono di questi edifici sotto il punto di vista storico/culturale è ancora più grave se si pensa che proprio qui dal IV secolo prima di Cristo si pescava e si lavorava il tonno, e di quell’attività restano le vasche in cocciopesto – cetariae – ancora visibili accanto al palazzotto.

TONNARA DI SAN VITO
Veniva calata davanti alla spiaggia nel XVI secolo, prima che l’attività di pesca venisse spostata nel vicino golfo del Secco, con la costruzione della tonnara di cui abbiamo parlato appena prima. Oggi resta solo la torre cilindrica costruita in difesa della tonnara.

TONNARA DI COFANO – FERRO DI COFANO
Antica tonnara che veniva calata fin dal XIII secolo a ponente di San Vito lo Capo. Dal 1770 è appartenuta agli stessi proprietari della tonnara di Bonagia, prima i nobili palermitani Stella che l’acquistarono dalla Cappella di Libera Inferno di Palermo, poi l’Opera Pia Casteldimirto, l’Ospedale Fatebenefratelli di Palermo e infine i trapanesi Burgarella e altri, che dopo decenni di fermo l’hanno calata nuovamente nel 1949 e ’50. Da allora è abbandonata. Il pescato veniva lavorato nella vicina tonnara di Bonagia. Oggi restano solo la torre settecentesca a pareti concave e le macerie della chiesetta e delle case dove alloggiavano stagionalmente i tonnaroti.
La produzione non è mai stata notevole; negli ultimi due anni di attività – a metà del secolo scorso – non si è arrivati a cento tonni per stagione, ma più per imperizia dei rais che per la povertà del mare.

TONNARA DI BONAGIA
Antichissima, se ne ha notizia fin dal 1272. E’ stata in attività quale struttura di pesca fino al 2003, ma gli edifici a terra nel 1990 sono stati trasformati in lussuoso hotel a 4 stelle, rispettando dignitosamente l’architettura originale. Restano perfettamente conservate – tra l’altro – la chiesa settecentesca opera di Giovanni Biagio Amico e la torre di guardia realizzata alla fine del 1500, distrutta dai pirati barbareschi nel 1624 e ricostruita nel 1626. Fra tutte le tonnare trapanesi è – con quella di Formica – la meglio conservata. Fino al 1979 calava le reti nel mare prospiciente gli edifici, da quell’anno in poi si consorziò con la tonnara di Sancusumano/Sangiuliano e le reti sono state calate nel sito di quest’ultima al largo di Trapani, mentre la base operativa restava il porto di Bonagia. Qui operava un’industria di lavorazione e trasformazione del tonno, che impiegava decine di operai per diversi mesi l’anno, che ha interrotto l’attività intorno al 1960.
Dal 1975 la sede amministrativa si è trasferita nella vicina tonnara di Sancusumano dove da quell’anno opera la ditta di lavorazione del pesce “Tonnare di Bonagia e Sancusumano” poi trasformatasi in Nino Castiglione srl.
La produzione di Bonagia era la terza delle tonnare trapanesi, dopo quelle di Favignana e Formica: tra 8 e ‘900 le catture raramente sono scese sotto le mille unità, e anzi spesso le hanno superate, fino ad un massimo di 6.124 tonni catturati nel 1906; buone anche le ultime stagioni, con una media di 1.300 catture, e infine con i 2.785 tonni del 2002, pur se di piccole dimensioni.


TONNARA DI SAN CUSUMANO
Di fatto non è mai esistita quale autonoma struttura di pesca, ma solo quale base amministrativa e logistica della tonnara di San Giuliano prima, di quella di Bonagia dopo. Gli edifici, realizzati ad inizio del ‘900, inizialmente sostituirono quelli ormai fatiscenti della contigua tonnara di San Giuliano, alla quale spettavano i diritti di pesca nel mare a tramontana di Trapani dove fino al 2003 hanno operato le reti unificate di San Giuliano/Bonagia. Gli edifici di Sancusumano fino al 1974 ospitavano esclusivamente le attrezzature di pesca; nel 1975 fu acquistata dalla ditta Castiglione, che dal 1937 aveva la sede al porto peschereccio di Trapani, dove si lavoravano sgombri, tonno, sardine e acciughe, e da allora la struttura si è trasformata nella grande industria di lavorazione che è tuttora pienamente attiva e che oggi impiega circa duecento unità, fatturando oltre cento miliardi delle vecchie lire l’anno.
La struttura è ottimamente conservata, e da quest’anno accanto ai vecchi edifici sono stati realizzati altri due grandi capannoni industriali.


TONNARA DI SANGIULIANO/PALAZZO
Alla periferia di Trapani, antica e famosa; in attività già nel XIII secolo, di fatto deteneva i diritti di pesca nel tratto di mare dove fino al 2003 ha operato la tonnara di Bonagia/San Giuliano dopo l’unificazione delle due tonnare. Gli edifici sono praticamente tutti crollati e il sito non è più fruibile; le macerie visibili alla periferia della città sono un oltraggio alla memoria.
La maggiore produttività è stata riscontrata nel XX secolo, con una media di oltre 1.500 quintali di “tunnina” a stagione; dal 1903 al 1911 il numero di tonni non è mai sceso sotto i mille, con punte di 2.690 nel 1904 e 3.000 nel 1906. Negli ultimi quarant’anni la sua produzione rientra nelle statistiche degli impianti riuniti di San Giuliano/Sancusumano/Bonagia.
Qui – dopo il trasferimento della tonnara nella vicina Sancusumano - fino al 1965 ha operato una piccola ditta di lavorazione del pesce azzurro e di tonno congelato.


TONNARA DI FORMICA
Assieme a quella di Favignana, cui era associata, è stata la più famosa e la più produttiva del Mediterraneo italiano. Ha concluso l’attività di pesca nel 1978. Con l’acquisto del mare delle Egadi da parte di Ignazio Florio, nel 1874, le due tonnare delle Egadi divennero quel monumento al lavoro corale degli uomini pescatori che tutta l’Europa ci invidiava. Sull’isolotto di Formica – a metà strada fra Trapani e Favignana – il tonno veniva lavorato sotto sale, e nel vicino isolotto Maraone dalla torchiatura delle teste e delle code si estraeva olio industriale; i pesci destinati all’industria sott’olio o alla vendita in fresco venivano trasportati – con gli schifazzi a vela prima, a motore dopo - nella vicina Favignana dove c’era la più famosa industria di trasformazione del pescato d’Italia. Gli edifici, bellissimi, risalenti al XVIII secolo ma ingranditi e completati il secolo successivo sotto la conduzione dei Florio, sono conservati in maniera splendida col totale rispetto dell’architettura originaria, grazie all’intervento della comunità di recupero dalle tossicodipendenze che ne ha acquisito la proprietà e che vi ha realizzato anche un esclusivo centro congressi. L’aspetto negativo consiste nella impossibile fruizione pubblica della struttura, in quanto è vietato anche lo sbarco sull’isolotto.
A lungo questo tonnara è stata la più produttiva d’Italia, superiore financo a Favignana; da metà Ottocento le posizioni si sono invertite e nel 1978, ultimo anno di attività, le catture sono state 260.

TONNARA DI FAVIGNANA
Favignana. In primo piano la tonnara - Foto di Fabio MarinoQuesta è stata la tonnara più famosa d’Italia, a lungo la più produttiva con un periodo d’oro negli anni da metà Ottocento a metà Novecento, quando la cattura di oltre 10 mila tonni (come avvenne nel 1859) non era un obiettivo irrealizzabile. Nel periodo 1840/55 – nella tonnara di Favignana vennero prodotti in media ogni anno 18 mila barili di tonno sott’olio e 45 mila sotto sale.
Quello che ha fatto di Favignana l’impianto ammirato e invidiato in tutta Europa (foto a sinistra)è stata la sinergia, durata fino al 1970, fra attività di pesca e lavorazione e trasformazione del pescato. Negli anni ’50 del ‘900 venivano impiegate 500 unità, 350 nello stabilimento (che lavorava il tonno da corsa e il pesce azzurro) e 150 nelle due tonnare di Favignana e Formica; intorno al 1890 erano ben 900 le unità impiegate nell’industria dei Florio. Agli esiti delle stagioni di pesca, ottimi fino agli anni ’60 circa, si accoppiava una straordinaria capacità industriale che faceva del tonno pescato e inscatolato a Favignana un prodotto di prima qualità, esportato in tutta Europa. Nello stabilimento si lavorava anche il pesce azzurro: sgombri, alici, sardelle. Nel decennio 1970/80 terminò la lavorazione del pesce azzurro, perdurando quella del tonno da corsa, poi venne interrotta anche questa. La dismissione dell’attività conserviera ha coinciso con lo spopolamento dell’isola, la cui società fu sconvolta dal fenomeno dell’emigrazione.
Gli aristocratici edifici della tonnara, suddivisi in più plessi su un totale di 100 mila metri quadrati di cui 35 mila coperti, ridisegnati a partire dal 1874 da Giuseppe Damiani de Almeyda per i Florio, rappresentano un esempio irripetibile di architettura industriale. Attualmente l’attività di pesca sopravvive solo grazie al richiamo turistico – finché durerà, poiché la cooperativa che ha rilevato i diritti di pesca si è inventata una mattanza/spettacolo con i tonnaroti in costume e il rais in lamè; gli edifici principali, quel vero monumento al lavoro realizzato sulla playa – la spiaggia – dove venivano ormeggiati vascelli sono stati acquisiti dalla Regione Siciliana che li sta restaurando con i fondi europei del POR 2000/2006, e diverranno un centro polifunzionale culturale-turistico (si va dalle sale convegno al punto di informazione, dal ristorante/self service all’immancabile museo del mare [ma quanti ne dovrebbero sorgere sulle coste siciliane?]). La bellezza del sito e la storia ad esso legata continua a fare della tonnara di Favignana un punto di riferimento per quanti si interessano della cultura del mare e della civiltà legata alla pesca e alla commercializzazione del tonno.

TONNARA DI TORRETTA GRANITOLA
A differenza di tutte quelle di cui abbiamo parlato in precedenza, era una tonnara di ritorno, catturava cioè i tonni dopo la fase genetica, nei mesi di luglio/agosto. Ha operato fino al 1972, ed a servizio della impresa di pesca c’era un bel malfaraggio dove per alcuni anni si è anche lavorato il tonno. Gli edifici non sono molto antichi, in quanto questa tonnara nel tempo ha cambiato diversi siti per quanto riguarda il posizionamento delle reti. A metà 1700 il marchese di Villabianca nel suo “Le tonnare della Sicilia” parla di una tonnara di Tre Fontane, nello stesso territorio in cui ha operato quella di cui ci occupiamo; all’inizio dell’800 Francesco Carlo D’Amico non accenna minimamente a questo impianto di pesca. Negli ultimi anni, dopo lo “spegnimento” della tonnara, gli edifici e il barcareccio tirato in secco sulle rocce sono stati abbandonati alla devastazione dei vandali e alle ingiurie del tempo – e buona parte delle attrezzature, soprattutto le ancore, è stata venduta nel 1987 al governo libico, così come avevano fatto i proprietari degli impianti di San Vito lo Capo, Magazzinazzi e di Punta Raisi nel palermitano.
Qui nel 1960 fu realizzata, sotto la guida del famoso rais Giotto, la più grossa mattanza di tonni di ritorno: 814, tanti da non potere essere issati tutti a bordo dei vascelli.
Oggi, dopo una controversia durata anni (anche questa tonnara era entrata negli interessi della Valtur che ne avrebbe voluto fare un villaggio turistico), gli edifici, il marfaraggio e le trizzane, sono stati assegnati al CNR di Mazara del Vallo: gli immobili sono stati restaurati e il complesso è di nuovo a servizio del mare, sia pure con finalità differenti da quelle originarie.

Gli altri impianti di pesca al tonno
Fin qui la esposizione delle tonnare che hanno operato nel trapanese nei secoli XIX e XX; come ho detto all’inizio, però, lungo le coste della provincia nei secoli sono state calate diverse altre tonnare, delle quali oggi restano per lo più nostalgici toponimi o al massimo le torri di guardia addette alla sorveglianza del mare ove venivano calate le reti. Brevissimamente vediamole insieme.

Alle porte di Trapani, sulla costa meridionale, veniva calata la tonnara di NUBBIA, di cui resta la torre quadrata: era stata abolita già a metà 1700 quando se ne interessò il marchese di Villabianca., che la definì “celebre per la storia sicola”.
A metà fra Trapani e Marsala, lungo una costa disseminata di saline – sinergia indispensabile per assicurare la conservazione del pescato – veniva calata la tonnara di SAN TEODORO, di cui oggi possiamo ammirare la torre di guardia. E’ inattiva dall’inizio del XVIII secolo.
Nel territorio di Marsala non ancora quasi esclusivamente vocato alla viticoltura, fino ai primi del 1700 venivano calate diverse piccole tonnare, che non ebbero mai vita facile nè redditizia, e per questo vennero presto abolite: erano le tonnare di SIBILIANA, BOEO, CANNIZZO (rimessa in funzione dopo anni di inattività alla metà del ‘700 ma presto abbandonata nuovamente), MONZELLO (spentasi nel XVIII secolo), DELLI GIGLI (chiamata anche del PEDALE) inattiva anch’essa dal ‘700.


Proseguendo verso il confine meridionale della provincia, troviamo anche una tonnara di MAZZARA di cui resta il toponimo “tonnarella” a indicare una spiaggia a sud della città, che operò fino alla prima metà del secolo XVIII.

Conclusioni
Delle 22 fra tonnare e tonnarelle – “toni” – esistite nel tempo, oggi:
1 sola è ancora una industria di trasformazione del pescato in piena attività, i locali perfettamente mantenuti, anche se da due anni l’attività di pesca è interrotta: (SANCUSUMANO)

1 è in fase di ristrutturazione – dal punto di vista strutturale e anche, direi, culturale – per un futuro impiego turistico/scientifico/culturale e non è esclusa una ripresa in piccolo dell’attività di trasformazione (FAVIGNANA); la pesca qui ufficialmente prosegue, anche se a fini esclusivamente turistici

4 sono state trasformate in struttura ricettivo/alberghiera (SCOPELLO – UZZO – BONAGIA – FORMICA)

1 ha perduto totalmente la sua identità, anche strutturale, e gli immobili sono stati destinati ad usi diversi (CASTELLAMMARE DEL GOLFO)

1 è stata trasformata in struttura di ricerca scientifica e conserva in buono stato gli edifici (TORRETTA GRANITOLA)

1 mantiene un palazzotto – di recente costruzione – che però non ha alcun legame con l’attività passata (MAGAZZINAZZI)

3 sono pressoché abbandonate e contraddistinte dal gravissimo degrado degli antichi edifici (SECCO – COFANO – SAN GIULIANO)

Delle altre 12 resta qualche toponimo e niente di più.

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