Per un recupero delle tonnare siciliane: la ricerca di un equilibrio sostenibile tra identità storica e progresso tecnologico
di Gianluca Serra
1. Idee di recupero fuorvianti
Seguendo una logica di ragionamento a contrario, va, anzitutto, sgombrato il campo dai significati che chi scrive non ha voluto imputare al generico termine “recupero”.
1.1 La tonnara folcloristica In
primo luogo, il sostantivo “recupero” non vuole essere veicolo dell’idea
che sia praticabile (e, perciò, anche desiderabile) un “retour
en arrière”, un ritorno al passato puro e semplice, perché
un tale convincimento non potrebbe essere la premessa di alcun progetto ma l’anticamera
di un sogno, di un sogno struggente e velleitario.
Più esplicitamente, recuperare le tonnare siciliane non può significare
ristrutturarne le infrastrutture materiali (stabilimenti, magazzini, porticcioli)
e le componenti strumentali (barcareccio, reti, ancore.…) in vista di
una riattivazione dei processi poietici specifici (la pesca e la lavorazione
conserviera del tonno).
Se il modello economico-produttivo della tonnara fissa non ha retto il confronto
con altri paradigmi tecnologici di pesca (ed in particolare con il sistema integrato
tonnara volante-tuna ranching), allora è evidente che voler oggi insufflare
vita in quello stesso modello equivarrebbe ad un accanimento terapeutico su
di un paziente allo stadio terminale di un morbo irredimibile.
Se riattivata nella sua veste tecnica originaria, la tonnara al massimo potrebbe
ambire ad una collocazione nell’ingloriosa nicchia delle “rappresentazioni
folcloristiche” di un mondo tradizionale, tramontato sotto il profilo
della convenienza economica.
Vogliamo forse assistere al “presepe
vivente” di uomini e donne che, nell’improbabile costume d’epoca
di improvvisati tonnaroti , inscenano l’epica atmosfera di una mattanza
culminante nella cattura di qualche modesto tonnetto? Noi non vogliamo che la
tonnara venga declassata a mera pesca-turismo.
Purtroppo pare sia questo il sentiero in cui si è incamminata una delle
due tonnare ancora attive in Sicilia, Favignana, dove, sommato alle dispute
sul valore del diritto di filmare
la mattanza, il nuovo rapporto numerico tra tonni catturati e persone a
vario titolo presenti sul sito di cattura è sempre più significativo
dello snaturamento della vera funzione della tonnara: 53 tonni/1500 turisti-spettatori
nella prima levata del 2005 contro gli oramai leggendari 5, 7, 10 mila tonni
pescati da qualche centianaio di tonnaroti (in assenza di turisti!) in annate
lontane dell’Ottocento.
1.2 La tonnara-resort
D’altra parte, l’idea di recupero che qui si propone rifugge dalla
troppo sbrigativa (ed ingenerosa) tentazione di riuso del “contenitore”
logistico-architettonico della tonnara in chiave meramente turistica, cioè
ricettivo-alberghiera.
Certo, molte tonnare, sia per l’amenità dei siti in cui sorgono
sia per il pregio artistico ed i volumi dell’impianto architettonico,
ben si prestano ad essere reinterpretate come “resort” da offrire
a precisi segmenti della domanda di turismo balneare e/o congressuale. E, forse,
una tale soluzione incontrerebbe il favore di quegli investitori nazionali ed
esteri per i quali la Sicilia esiste solo nella sua riduttiva rappresentazione
di contorno costiero dalle straordinarie potenzialità turistiche.
Ma un tale epilogo della millenaria storia delle tonnare siciliane non può
e non deve essere accettata: il radicale stravolgimento della loro originaria
funzione comporterebbe l’abdicazione ad una semantica dei luoghi (fatta
di saperi, mestieri, tradizioni, linguaggio… modelli sociali) sulla quale
occorrerebbe, invece, opportunamente puntare per differenziarsi e rispondere
con successo alla concorrenza che gli altri territori sono capaci di fare nel
mondo globalizzato.
La nostra idea di recupero si sottrae, dunque, alla tentazione di leggere la
tonnara come “contenitore” progressivamente ed inesorabilmente svuotato
dal trascorrere del tempo e, perciò, suscettibile di essere riempito
versandovi una funzione socio-economica
(come quella turistica) aliena alla sua profonda identità storica. Emblematica
è, a tal proposito, l’immagine di una vecchia muciara di rais trasformata
in bar all’interno dell’Hotel & Residence “La tonnara
di Bonagia” (TP)! (foto a sinistra) La “tonnara-resort”
esporrebbe al verosimile rischio di un definitivo smarrimento di importanti
pezzi di memoria collettiva locale: l’assuefazione dello sguardo all’azzurro
di una piscina olimpionica, al luccicare delle cromature di panfili ormeggiati
ad un pontile mobile, al rosso terra di qualche campo da tennis pensile sul
mare… condurrebbe, nel volgere di qualche generazione, all’irriconoscibilità
dei luoghi in cui la tonnara definiva ed organizzava le sue funzioni. Venuto
meno il ricordo veicolato dall’ultimo canuto genius loci e andata smarrita,
nell’ennesimo trasloco, l’ultima ingiallita fotografia, non rimarrebbero
che le pagine dei libri a ricordare a sé stesse e a pochi volenterosi
ricercatori e curiosi che quel resort - magari dall’esotico nome “La
tonnara ”- un tempo non intercettava flussi di turisti (o conferenzieri)
ma di tonni! (Vi sono, poi, casi in cui già la stessa titolazione della tonnara
riutilizzata per finalità non propriamente ricettive ma comunque ricreative
si pone come ostacolo alla conservazione della semantica di luoghi. Ci pare
questo il caso della tonnara dell’Arenella (Palermo) nei cui “Quattro
pizzi” di stile neo-gotico inglese progettati dall’architetto Giachery
per la famiglia Florio è attualmente ospitata una discoteca di tendenza
dal suggestivo, e snaturante, nome “Kandisky-Florio”. Va bene ricordare
i Florio ma Kandisky? Non ci pare fosse uno dei rais dell’Arenella!)
1.3 La tonnara-museo
Il passato, tuttavia, per quanto irrinunciabile, non può avere la pretesa di assorbire per intero, con la sua “messa in scena”, lo spazio fisico e funzionale che le tonnare hanno lasciato libero ritraendosi dalla storia.
Ecco, allora, profilarsi un terzo significato di “recupero” che non ha diritto d’asilo presso la nostra riflessione: restauro conservativo e conseguente ridestinazione museale delle tonnare. Una tale opzione potrebbe sì salvare fabbricati, ciminiere, ancore e barconi dall’inesorabile azione corrosiva della salsedine, placando il sentimento di impotenza e frustrazione di chi anno dopo anno ne constata il decadimento; ma, a ben vedere, la cristallizzazione di questi, ed altri, elementi nella loro inanimata integrità si tradurrebbe nell’implicita dichiarazione di resa del modello socio-economico della tonnara fissa all’impietoso urto delle forze della contemporaneità.
In questa tonnara-museo il passato verrebbe come “imbalsamato”, privato della possibilità di interagire con il presente per “fare futuro”. Ci aspettiamo che il turista tedesco corrisponda un prezzo per acquistare il diritto a lasciarsi suggestionare da un mondo che Goethe ha dimenticato di descrivere nel suo melenso e paranoico “Viaggio in Sicilia”? Ci pare assai più ragionevole supporre che, una volta consegnate ai cataloghi dell’archeologia industriale, le tonnare difficilmente riusciranno a emergere come imprese culturali redditive, cioè in grado di ricavarsi uno spazio fra le innumerevoli attrattive archeologiche -puniche, magno-greche, romane, arabo-normanne, barocche…- che, per motivi sistemici (carenze di capacità ricettiva, di infrastrutture viarie, di collegamenti internazionali…), già a fatica attraggono o intercettano i flussi mondiali del turismo culturale. Critica non può che essere, dunque, la nostra posizione di fronte ad una scelta strategica della Regione che ha impegnato quasi venti milioni di euro del POR 2000-2006 per fare degli stabilimenti della tonnara Florio di Favignana, la Regina del mare, una centro confusamente ricreativo e culturale comprensivo di museo.