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Bagli e tonnare: scambi architettonici e funzionali
nella storia economica del litorale siciliano.

di Gianluca Serra

Vettore della c.d. urbanizzazione a case sparse, la tipologia del baglio si sviluppò in Sicilia tra i secoli XVII e XVIII. Analogamente al sinolo architettonico torre-tonnara, il baglio ricoprì, in origine, una duplice funzione difensiva e produttiva.

            La qualità di fortezza difensiva è rivelata, oltre che dalla posizione dominante sulle terre del feudo, dalla fisionomia architettonica: un unico ingresso, costituito da un ampio e massiccio portale (ai cui fianchi si aprono spesso delle feritoie), alte e spesse mura, rare finestre esterne molto alte e munite di robuste inferriate.

            Ma il baglio fu soprattutto espressione del latifondo ad economia estensiva di tipo cerealicolo. Baglio è, invero, conformemente all’origine etimologica[1], il cortile centrale perimetrato da fabbricati; qui, al riparo da eventi esterni, si svolgevano le attività lavorative. Su questo ampio spazio centrale si affacciavano i vari ambienti di lavoro: il ricoveri degli attrezzi e dei carretti, le stalle per le bestie da soma, gli alloggi dei contadini e la casa del signore, i magazzini per le granaglie e la macina.


Magazzini di un baglio nel marsalese e “camperia” della tonnara di Marzamemi

            Il baglio subì una profonda evoluzione con l’affermarsi di nuove istanze sociali portatrici di nuovi ordinamenti colturali. L’unità d’Italia condusse alla formale delegittimazione della nobiltà terriera e aprì il proscenio dell’economia siciliana ad un’intraprendente borghesia, per lo più, “trapiantata”. Fu questa l’età degli inglesi Woodhouse, Withaker, Hopps, Ingham, Pyne e… dei Florio, oriundi delle Calabrie. Il latifondo, senza tuttavia scomparire, lasciò spazio allo sviluppo di colture non-cerealicole molto apprezzate dal mercato straniero, quali gli agrumeti, le vigne, gli uliveti. Diretto corollario della “innovazione” colturale fu, sul piano architettonico ed economico, la nascita di una “seconda generazione” di bagli.

            Al baglio-fortezza ceralicolo, segno tangibile del primato socio-economico della nobiltà latifondista, subentrò il baglio “agro-liberista” -agrumario, enologico, oleario.

            Questa nuova tipologia fu per la Sicilia il “luogo” economico più rappresentativo del modello agro-liberista post-unitario, incentrato sull’esportazione, da parte del Mezzogiorno d’Italia, di prodotti agricoli di qualità (arance e limoni, vino, olio).

            Abbandonate le alture, il nuovo baglio guardò con interesse alle zone pianeggianti poste appena al di fuori dei centri abitati: ridisegnò la geografia economica della Sicilia scegliendo di impiantarsi nell’ideale punto di geometrica equidistanza tra i luoghi della coltivazione e le strutture portuali, uniche “porte” per l’accesso al mercato internazionale per un’isola totalmente priva di strade.

            Perduta, in una più mite stagione della storia siciliana, la funzione difensiva, il baglio “si apriva” dal punto di vista panimetrico:  perdeva la tradizionale pianta quadrangolare e prendeva a svilupparsi secondo un impianto irregolare, per lo più a “L”. Inoltre, a completamento della catena del valore dell’agro-industria, acquisiva una nuova funzione: a stoccaggio e trasformazione si aggiungeva, infatti, la commercializzazione.

            Fintantoche il sale era rimasto il principale elemento per la conservazione del tonno, erano stati i bagli enologici a collocarsi, in un certo qual modo, nell’orbita gravitazionale delle tonnare. Dalle botteghe di quei bagli provenivano mastri barillari di cui l’agro-industria faceva stagionalmente “prestito” alle tonnare. Quando, nel 1868, il sale fu scalzato dall’olio e da tini e barili si passò a scatolette, le tonnare stabilirono una stringente connessione economica con un’altra categoria di bagli, quelli in cui si praticava la molitura delle olive.

            Bagli e tonnare: luoghi della produzione messi in diretta connessione. E non solo economica… Proprio dal baglio rurale la tonnara ha mutuato parte del proprio schema planimetrico[2] e talune specifiche strutture[3].

            Fino a tutto il Settecento le tonnare erano disordinatamente cresciute per addizioni successive rispondenti alle necessità del momento; dall’Ottocento le pressanti esigenze di razionalizzazione dei processi produttivi condussero alla ricerca di una forma architettonica più congeniale al perseguimento dell’efficienza tecnica. Gli architetti volsero lo sguardo ai bagli, sia a quelli a pianta quadrangolare che a quelli “aperti”, e da lì trassero ispirazione per ridisegnare le tonnare.

            Ma il rapporto tra bagli e tonnare non fu solo a senso unico: quando, alla fine dell’Ottocento, non poche tonnare chiusero battenti, di alcuni loro ambienti architettonici si appropriarono, sul piano funzionale, i bagli enologici: magazzini in cui venivano “aqquartierate“, tirati a secco i battelli… divennero, in ragione della loro volumetria, depositi di tini e botti vinarie. Ma fu soprattutto la prossimità ai luoghi di imbarco, in una Sicilia priva di strade, a orientare verso un tale riuso delle tonnare.

            Tonnare e bagli, tonni e olio: coppie di termini che raccontano non solo di una complementarietà tecnica (legata alla conservazione del pesce) ma anche di una forte analogia socio-economica tra mare e campagna che talvolta diviene addirittura rapporto di  identità: le fatiche che accompagnano la pesca del tonno ed il lavoro nei campi non sono soltanto uniti dal carattere della stagionalità o periodicità ma anche dalla stretta dipendenza che c’è tra tonnaroti e contadini, spesso lavoratori ora nell’una quindi nell’altra impresa[4]. Vale, a tal proposito, ricordare il titolo di un documentario, oramai storico, girato nella tonnara di Capo Granitola da Vittorio De Seta: “Contadini del mare[5]”.



[1] “Baglio” è la traduzione italiana del termine siciliano “bagghiu”, derivante dal latino “vallum” (opera difensiva, compresa la cinta muraria), trasformato, in età medievale, in “baiulus”. Questo termine fu poi acquisito dagli arabi e trasformato in “bahal” (cortile), con il quale identificarono le “massae” (masserizie) di origine bizantina. Il baglio siciliano trova nella “villa rustica” della Roma repubblicana e imperiale il suo lontano modello, che ebbe larga diffusione nelle “provinciae”, di cui quella di Sicilia fu cronologicamente la prima ad essere istituita.

[2] La tonnara di Bonagia, ad esempio, replica la planimetria quadrangolare del baglio-fortezza feudale; mentre quella di Porto Palo di Capo Passero ha uno sviluppo planimetrico ad “L” che rimanda al baglio “aperto” agro-liberista.

[3] Nelle tonnare le pile, vasche di pietra per l’acqua captata da sotterranee sorgenti, richiamano le “gebbie” (dall’arabo “jeb”, bacino artificiale) dei bagli.

[4] Lo stesso potrebbe dirsi anche per la proprietà: vanno ricordati ancora i Florio, proprietari tanto di bagli quanto di tonnare.

[5] Distribuito da Cinecittà International, il documentario ( 35 mm, colore, 10 min.) è stato girato nel 1955. Nel 1956 è stato insignito del primo premio per il documentario al Festival di Mannheim. Tra il 19 ed il 23 aprile 2004, l’Associazione Apollo 11 di Roma ha curato nell’omonimo cinema una retrospettiva su Vittorio De Seta (dal titolo “La poesia del reale”) presentando le pellicole del regista restaurate dalla Fimoteca Regionale Siciliana.

Gianluca Serra gianlucaserra.gs@libero.it

 

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