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L’altra notte ho fatto un sogno bellissimo. Nel mare di San Vito lo Capo tornava a calare la tonnara, e mentre mi immergevo per cucire le reti della “bocca a nassa” trovavo già i primi tonni enormi catturati dalla trappola preparata loro dal sapiente rais. Da qualche punto del cervello arrivava puntuale il richiamo alla realtà, è solo un sogno, ma mi piaceva lo stesso lasciarmi ingannare da quelle sensazioni così vive da sembrare reali. Perché io quelle sensazioni le ho vissute davvero così tante volte nei vent’anni trascorsi assieme ai tonnaroti da sentirle parte integrante di me stesso. Qui venivano calate le famose tonnare messinesi: le tante del promontorio di Milazzo, San Giorgio, Oliveri, Patti, Capo d’Orlando. Qui il duca Francesco Carlo D’Amico a cavallo fra ‘700 e ‘800 ha diretto, gestito, studiato le tonnare di famiglia e ha scritto quelle “Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso, e cammino de’ tonni” che resta uno dei lavori più belli (e completi) sulla pesca del Thunnus thinnus in Sicilia. Qui tutto sa di mare e di leggenda. Nemmeno la Madonna delle Grazie venerata a Ficarra, 450 metri più in alto, sfugge alla tradizione che vuole la Madre arrivare su queste spiagge a bordo di una nave, cinquecento anni fa e quasi mille dopo la sorella nera di Tindari. Nessuna tonnara messinese è sopravvissuta alla crisi degli anni ‘60 e ’70, una dopo l’altra si sono tutte spente malinconicamente; le ultime sono state quelle del Tono di Milazzo e di Oliveri che aveva la sede amministrativa a Trapani, città famosa per il sale, il corallo e la pesca del tonno. Gli antichi edifici delle tonnare, i bagli e le “trizzane”, i fumaioli e i palazzotti del padrone, restano muti testimoni di un passato ricco e felice. Milazzo come San Giuliano, Oliveri come San Vito e la sua tonnara del Secco, belli, struggenti, inutili. Il tempo passa su di essi, e porta via con sé le grida dei tonnaroti, le loro cialome a volte mistiche e altre dissacranti, l’odore del tonno bollito e le martellate dei bottai, spegne i colori dei santi protettori posti sulla croce che segnala l’ingresso fra le reti e nelle cappelle dove non passava giorno senza che la ciurma li implorasse affinché la pesca fosse proficua. Soprattutto, ha portato via lontano anche il ricordo di quella civiltà della tonnara che ha fatto ricca e felice la Sicilia. A Cefalù, sulla strada del ritorno, mi son fermato per ascoltare il racconto del venditore di tonno che duemilacinquecento anni fa affettava l’Orcino sulla chianca a tre piedi che i nostri “scugghiaturi” usavano fino a trent’anni addietro. Chi lo ha ritratto nel vaso del IV secolo prima di Cristo non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe divenuto l’attrazione del bellissimo Museo Madralisca assieme all’ignoto Marinaio dipinto da Antonello da Messina e reso famoso da Vincenzo Consolo. Alla destra sfilano sul mare Trabia, San Nicola l’Arena, Solanto, Sant’Elia, Mondello, Arenella, Vergine Maria, Isola delle Femmine, la Sicciara di Balestrate, Magazzinazzi, Castellammare, Scopello. Un tempo in questi giorni avrei avvistato le muciare in navigazione verso l’isola trovata dove i tonni entrano “lentamente nuotando”, come raccontava Oppiano nel II secolo. Oggi a guardare bene si scorgono solo le gabbie galleggianti dove quei tonni vengono messi all’ingrasso prima di sparargli con il fucile calibro 12 a palla. In fondo al golfo tra la foschia si intravede San Vito, la sua tonnara, i miei sogni. E più in là Bonagia che è ormai solo un albergo a cinque stelle, e Favignana dove i pochi tonni catturati vengono uccisi per divertire i turisti.
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