La scomparsa di Mommo Solina
VENTI ANNI COL RAIS
Con lui finisce l’epopea delle tonnare
di Ninni Ravazza
Lo ricordo seduto a poppa della muciara, cappello in mano, pregare in silenzio il suo Dio per una pesca abbondante e perché nessuno dei suoi uomini corresse rischi, simile all’eroe omerico Achille che in piena battaglia da solo parlava con la sua dea Atena, invisibile a tutti gli altri. Era un personaggio epico Mommo Solina, l’ultimo dei grandi rais, scomparso a quasi novant’anni nella sua casa a ridosso del porto di Bonagia dopo una vita passata a mare e per il mare. Con lui si chiude un’era leggendaria, intrisa di miti e di riti, un’epopea che per secoli ha regalato storie straordinarie di uomini e tonni impegnati in una gara per la sopravvivenza. Oggi i tonni si pescano con le reti volanti e poi si mettono a ingrassare nelle gabbie per soddisfare le esigenze dei mercati mondiali, non c’è più spazio per quella civiltà delle tonnare che ha consegnato alla storia i nomi, e il ricordo, di rais leggendari come Salvatore Mercurio di Favignana, Vincenzo Oliva di Scopello, Giotto di Trapani. E Mommo Solina, che con l’altro grande vecchio delle tonnare, Nino Castiglione, nel 1985 sfidò la fortuna e la natura e portò le reti a oltre cinquemila metri da terra, dove nessuno aveva mai osato prima, facendo della tonnara di Bonagia la più grande di tutto il Mediterraneo. La “raisìa”, arte del comandare su uomini e pesci, era sapienza, bravura, saggezza, esperienza, e anche azzardo.
Ho avuto la fortuna di trascorrere accanto al rais Solina venti esaltanti stagioni di pesca al tonno, sulla nera muciara del comando, osservando i suoi gesti e ascoltando i suoi ordini sussurrati al capomuciara che a sua volta li trasmetteva alla ciurma, perché un vero rais non grida mai. Ho apprezzato la sua capacità di farsi rispettare e amare, ubbidire con la dolcezza, di comprendere alla stessa maniera le esigenze degli uomini e i comportamenti dei tonni dei quali riusciva ad assecondare i desideri e gli istinti e così portava a compimento esaltanti stagioni di pesca che si concludevano con la ciurma in festa per i ricchi guadagni e migliaia di quintali di sapida “tunnina” da porgere in omaggio al padrone che aveva investito denaro e fiducia sulle sue capacità. Soprattutto, ho avuto la possibilità di ascoltare i suoi racconti sulla barca al traino del rimorchiatore quando silenzioso aspettavo che mi regalasse i suoi ricordi e le sue esperienze. Lui narrava le avventure vissute sui vascelli delle tonnare e sui buzzi che andavano a pescare le spugne a Sfax; sull’incrociatore della Real Marina “Zara” affondato a Capo Matapan in un freddo marzo di tanti anni fa e delle venti ore trascorse a mare, aveva poco più di vent’anni, prima che gli inglesi lo salvassero per mandarlo prigioniero in Sudafrica; di quando sposino assieme al fratello Raffaele di notte scappava dalla tonnara di Cofano e a piedi nudi correva a Bonagia dove la giovane moglie lo aspettava per una brevissima notte d’amore ché l’indomani alle cinque doveva essere nuovamente sulla barca pronto a fiocinare i pescispada finiti fra le reti; e andando ancora indietro nel tempo sorrideva raccontandomi come a otto o nove anni si nascondeva sotto la prua della barca del padre per marinare la scuola e andare con lui in tonnara.
Ma nei vent’anni passati al suo fianco come sommozzatore ho avuto anche l’onore di vivere in prima persona alcune di quelle fantastiche avventure, illudendomi per un istante di essere pure io un protagonista della storia immortale della tonnara.
Ricordo l’anno che per gli imperscrutabili misteri della natura i tonni rinchiusi fra le reti non ne volevano sapere di entrare nella camera della morte; giorni e giorni di attesa di speranze e di delusioni, il padrone disperato e i tonnaroti sfiniti a pregare sempre più sfiduciati, solo lui riusciva a mantenere la calma, “sono pesci, hanno testa e coda, verranno” assicurava. E il giorno che finalmente i tonni girarono l’occhio a ponente e la porta ‘cannapa intrecciata con i fiori gialli di maggio si chiuse dietro di loro tutti gridavano e piangevano mentre lui sorridendo si chiudeva la ‘ncerata gialla preparandosi a dirigere l’ennesima mattanza: “Viri ch’è bello, nuiatri chiangemo e iddu ride” disse un tonnaroto mentre con la muciara passavamo accanto al vascello.
E quando un giovane delfino finì in tonnara inseguendo le acciughe e rimase prigioniero mentre il resto del branco lo aspettava appena fuori dalle reti; per giorni tonnaroti e sommozzatori cercarono di farlo fuggire, tagliarono le reti, abbassarono i cavi di sommo, ma inutilmente, finché, una mattina poco dopo l’alba, lo trovammo imbrogliato fra le reti in superficie: “povera bestia, non ce l’ha fatta” disse il rais, ma appena gli arrivammo vicino Mommo Solina si accorse che il delfino ancora respirava, e allora tutti con mezzo busto sott’acqua per liberarlo, coltello in mano, fate presto, ecco, portatelo fuori dalla tonnara e lasciatelo andare. Quando la bestiola si riprese, tutto il branco cominciò a girare impazzito per la gioia attorno alla muciara prima di sparire all’orizzonte accompagnato dal saluto del rais “Vai col tuo Dio …”. Non si offese il giorno che, riemergendo dal mare in tempesta, contravvenendo alla secolare legge del segreto gridai con quanto fiato avevo in corpo “Trecento tonni sono arrivati stanotte”; avrebbe dovuto saperlo solo lui, e invece ora ne era a conoscenza tutta la ciurma. “Ma va là, va là, non ci credo” sospirò bonario, ma quando sul vascello contò trecento e passa pesci si rivolse ai tonnaroti e disse “Il dottore aveva ragione, è stato bravo”. Ne fui molto orgoglioso.
Nel 1999, dopo venti anni da rais e altrettanti da sottorais, rifiutò di prendere a bordo della muciara il giovane capobarca favignanese che la proprietà aveva scelto quale suo successore: “Io non mi nascondo niente, si prenda un’altra barca e se è bravo guarda e impara, ma sulla mia barca non ci può venire”. Per questo fu dimissionato e la tonnara di Bonagia ebbe un nuovo rais più giovane e disponibile alle innovazioni, soffrì molto ma non ebbe una sola parola di rancore: “Sapete come fare, state attenti e fate il vostro dovere, il Signore vi accompagni” mi disse quando lo andai a trovare nel suo orto dove coltivava aglio e pomodoro.
Fra i tanti suoi insegnamenti ce n’è uno che porterò sempre con me: “Quello che ti annoia, fallo” mi suggerì davanti ai tentennamenti per un lavoro faticoso e antipatico. Un grande uomo si vede anche nelle cose più semplici.