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Il rais Vincenzo Carlo Intartaglia, recentemente scomparso,ultimo
testimone della pesca del tonno con le tonnare nella zona flegrea. “Carlino”
– così era chiamato da chi gli è stato vicino – era
nato a Procida nel 1909, ed aveva comandato la tonnara dell’isola fino
al suo “spegnimento”, negli anni ’40 del 1900. Cosedimare
ha l’onore di presentare il resoconto di uno degli ultimi incontri che
il rais Carlino ha avuto con uno studioso, l’antropologa Marilena Maffei,
che lo ha incontrato nella sua casa di Procida nell’estate del 1999.
Il Rais racconta
Vincenzo Carlo comincia a lavorare nella tonnara all’età di dieci anni, a ventidue è già rais e lo sarà sino a quando, dice, nel mare campano “si sentono forti i venti di guerra” e la tonnara non potrà più essere calata. Definisce il rais “l’ingegnere marittimo della tonnara”, perché come un ingegnere deve conoscere il nome, la funzione, i tempi e le modalità di posa di centinaia di cavi e di ogni diverso pezzo di rete; inoltre deve sapere quali sono le caratteristiche morfologiche del fondale marino in cui si calano le reti, identificare le asperità, gli avvallamenti di ogni tratto di terra di mare, “vederli” nei dettagli quasi li avesse visitati di persona “come fanno oggi i subacquei”. In uno dei nostri incontri spiega che si può capire quale sia la forma della tonnara soltanto pensando a un paese costruito a terra e trasferito in acqua. La topografia di un paese, infatti, dice, è identica a quella della tonnara, ad esempio tutti e due sono delimitati dalle strade. La denominazione di strada a Procida viene data ad ognuna delle due barriere di reti parallele formanti l’isola della tonnara. Nel primo quarantennio del secolo, la tonnara, a Procida, è stata calata nello specchio d’acqua antistante la spiaggia di Ciraccio situata nella parte sud occidentale dell’isola. Ad essa lavoravano ventidue persone: il rais, venti pescatori e lo scrivano. Questi aveva il compito di fare l’inventario degli oggetti che costituivano i beni della tonnara, registrare le generalità dei tonnaroti, tenere il conto delle giornate e delle notti in cui avevano lavorato, riportare i costi sostenuti per l’esercizio della pesca e le entrate, e, inoltre, di compilare i bilanci. Lo scrivano e il rais erano gli unici ad avere rapporti con De Luca, proprietario di uno stabilimento conserviero a Napoli e locatario della tonnara. I pescatori erano scelti direttamente dal rais il quale indirizzava le sue preferenze esclusivamente su coloro che abitavano nella zona della Chiaiolella, dove si trova la spiaggia di Ciraccio e dove anch’egli viveva. Il fatto di risiedere in quel rione era, quindi, un elemento essenziale per lavorare nella tonnara perchè consentiva, infatti al rais di conoscere bene gli uomini e le loro famiglie. Alle mogli, alle madri, alle sorelle dei pescatori reclutati, egli, infatti, affidava la tessitura delle reti della tonnara e pertanto doveva essere assolutamente certo della loro capacità e affidabilità. La vicinanza abitativa consentiva al rais di tenere facilmente sotto controllo il pescatore e il suo nucleo familiare; era sufficiente un comportamento che egli non condivideva, un’alzata di testa del pescatore o di qualcuno della sua famiglia per non essere più reclutati. Un danno economico di enorme portata che aveva ripercussioni sulla vita del pescatore e della sua parentela. Il lavoro dei tonnaroti, in dialetto procidano tonnajoli, aveva inizio con la fase della preparazione a terra che cominciava il primo marzo e si concludeva alla fine di aprile quando l’impianto delle reti era calato in acqua. La tonnara, in dialetto tonnaja, veniva poi smontata nel mese di ottobre al concludersi della stagione della pesca, si trattava, infatti, di una tonnara di munta e leva formata da tre camere: il ranno, il bastardo e la camera della morte. L’impianto era dotato di un pedale lungo millecinquecento metri circa che dalla costa andava verso il largo, mentre non aveva il codardo, che dopo diversi esperimenti si era accertato non portasse alcun giovamento alla pesca. Nel punto di congiungimento del pedale con l’isola, nella tonnara di Ciraccio, erano praticate due aperture, una a ponente e l’altra a levante dette: bocca di ponente e bocca di levante. La struttura procidana, infatti, catturava sia i tonni di andata, quelli che il rais chiama di maiatico, che quelli di ritorno, ma mentre i primi si immettevano nella tonnara dalle due bocche, i tonni di ritorno vi entravano soltanto dalla bocca di ponente. L’impianto era dotato di cinquanta ancore, conservate nel magazzino sito a Ciraccio; il loro numero, però, non era sufficiente ad ancorare le reti e perciò ogni anno, appena veniva reclutata la ciurma, ci si recava nelle cave di pietra di Sant’Angelo ad Ischia per prendere dei massi del peso di cinquanta, cento, centocinquanta chili. Concluse le operazioni di pesca, quando si smantellava l’impianto, si tagliavano i cavi a cui erano legati i massi, che venivano lasciati sul fondo. Alla fine del mese di aprile, come ho già sottolineato, l’insieme delle reti della tonnara veniva calato in acqua; quando questa lunga e delicata fase aveva avuto buon fine e la tonnara in mare era regolarmente installata, si organizzava un piccolo rinfresco a base di dolci e vino a cui partecipavano anche le famiglie dei pescatori. Il festeggiamento sanciva la conclusione di una fase fondamentale della pesca.
Il marfaraggio della tonnara di Procida (foto M.M. Maffei) Quando un branco di tonni entrava nella tonnara, prima si raccoglieva nel ranno, la camera grande chiamata anche camera d’aspetto, poi passava nel bastardo, infine si dirigeva verso la camera della morte. Allora, se i tonni erano numerosi, il rais organizzava le operazioni di pesca, che perciò potevano perciò avvenire anche tutti i giorni. ......... Una piccola flottiglia composta da sette barche era a disposizione degli uomini della tonnara: il caporais, u sciecu, la barca colonnitro che stazionava nel tratto di mare fra il caporais e u sciecu vicino alla camera della morte, la barca portachiara, due muciane, imbarcazioni della lunghezza di sette-otto metri con due marinai a bordo, e u vuzzareglio una piccola barca condotta agilmente da un marinaio su cui saliva il rais . Come si può notare i nomi dei natanti documentano il rapporto che sin dall’origine ha legato la tonnara di Procida alla Calabria . La tonnaja dopo una permanenza in mare di sei mesi ad ottobre veniva smantellata, questa fase lavorativa doveva concludersi prima del venti del mese. Dopo questo termine le reti non potevano più rimanere in acqua e dovevano necessariamente essere riportate a terra. Non è difficile comprendere la significazione e la simbologia di tale proibizione: la tonnara che dava la morte ai tonni ma permetteva all’uomo di vivere, non doveva trovarsi nelle acque del mare in prossimità del mese di novembre, periodo dell’anno tradizionalmente dedicato ai morti. Vorrei ora soffermarmi su alcune pratiche religiose che accompagnavano la vita quotidiana dei tonnajoli così come le ho apprese dalle parole del rais. Appena si calava la prima pietra che teneva posizionato in mare il cavo del chiummo costituente la parte inferiore della rete della tonnara, si cominciavano a recitare le “devozioni”. Il rais, seguito dai suoi uomini, si faceva il segno della croce e recitava un Pater Noster e un’Ave Maria, accompagnato dal coro delle voci dei tonnajoli. Poi tutti insieme, sempre guidati dal rais, dicevano il Rosario. Da quel momento, ogni mattina, appena la ciurma arrivava alla tonnara, prima che si avviasse qualunque operazione relativa alla pesca, si apriva il tempo dedicato alla preghiera e si ripetevano le “devozioni”. A tale proposito vorrei porre in rilievo che a Procida la costruzione della tonnara rimaneva in acqua per una lunga stagione. Lo sbarramento di reti e di cavi occupava il mare quasi in permanenza, l’invadeva, lo “racchiudeva” in un recinto, lo usava per impiantarvi un’attività produttiva, stravolgendo, rompendo l’equilibrio naturale del mare. Nell’ideologia popolare, come la letteratura antropologica ha ampiamente dimostrato, tale atto è recepito come una profanazione, un sacrilegio a cui il mare poteva sempre ribellarsi, scatenandosi in tutta la sua violenza. Le preghiere, i lunghi riti religiosi ripetuti ogni mattina sono da considerarsi anche come un tentativo di placare le divinità del mare e di ristabilire l’armonia della natura. Non soltanto questi, tuttavia, erano gli atti cerimoniali officiati per propiziare la buona pesca, ma si osservavano anche altre abitudini sempre tese ad ottenere la protezione di esseri soprannaturali. A terra, ad esempio, prima di partire per iniziare le operazioni di calo della tonnara in mare, i tonnajoli si procuravano delle canne che venivano tagliate in pezzi lunghi circa dieci centimetri, nella cavità dei culmi si infilavano le immaginette religiose di san Giuseppe, patrono dei tonnajoli, e della Madonna della Libera, protettrice dell’isola, dopo averle arrotolate con grande cura. I cilindretti di canna, per evitare che le figurine sacre si bagnassero, venivano chiusi con dei tappi di sughero, poi si legavano ai cavi e alle reti della tonnara. Si preparavano in numero tale da poterli mettere a una giusta distanza lungo l’intero perimetro dell’isola della tonnara, affinché ogni parte della struttura beneficiasse della protezione numinosa. Le immaginette si collocavano inoltre vicino alle bocche della tonnaja, zone che dovevano essere particolarmente protette, e all’estremità delle porte che dividevano le camere dell’isola. In altri termini si mettevano nei punti più critici della tonnara. Alla fine della stagione di pesca si tentava di recuperare le figurine sacre. Un’operazione difficile che raramente dava buon esito, ma se ciò succedeva e se vi era stata anche una buona pesca, le immaginette venivano conservate gelosamente per essere poi l’anno seguente di nuovo utilizzate nella tonnara, in quanto si riteneva che la potenzialità sacra di quelle immagini fosse notevolmente aumentata. La loro presenza garantiva il buon risultato della pesca.
da La terra delle tonnare (Pro Loco San Vito lo Capo, 2000)
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