L’intervento dello storico dell’economia Rosario Lentini (“Per una storia dello stabilimento Florio”) al recente convegno di Favignana sulle tonnare, ha riproposto un tema già affrontato dal relatore nel suo saggio Favignana nella seconda metà dell’800 pubblicato dall’Università di Sassari (in “La pesca in Italia tra età moderna e contempoanea” a cura di G. Doneddu e A. Fiori): il mito dei Florio che in alcuni casi ha favorito la distorsione della realtà fino ad accreditare alla famosa famiglia di industriali innovazioni e invenzioni di fatto pregresse. In particolare Vincenzo Florio, proprietario della tonnara di Favignana “Regina del mare” (nellafoto) , nell’agiografia ufficiale fu indicato quale inventore della tonnara a “monta e leva” (orazione funebre del sacerdote Luigi Di Maggio, Pei solenni funerali del cav. Vincenzo Florio, 1868), sistema che invece era in uso da diversi decenni.
L’attenzione proposta da Lentini su questo aspetto fornisce l’occasione per evidenziare come uno stesso fatto possa essere investigato sotto diverse angolature, a seconda dell’approccio disciplinare.
Rosario Lentini, da storico ed economista, dopo avere evidenziato che il sistema del “monta e leva” in alcune tonnare siciliane veniva applicato già almeno mezzo secolo prima che a Favignana, mette in risalto le motivazioni economiche che indussero Vincenzo Florio a impiegare la “leva” anziché il “corpo grande” che pesava tre o quattro volte di più, e dunque aveva un costo molto più alto e abbisognava di una “ciurma” più numerosa (e onerosa) per le operazioni della mattanza.
Da un atto stipulato il 15 aprile 1856 presso un notaio di Favignana emerge che per quella stagione di pesca il gabelloto Vincenzo Florio (le isole Egadi e le tonnare erano ancora di proprietà dei genovesi Pallavicino) aveva imposto al rais che “La tonnara […] sarà calata a Leva, e non più a corpo grande come per lo passato […] Questa innovazione porta con se l’abbolizione delle Barche di Ajuto, e di rinforzo, non che di qualunque altro individui per ajuto […] sarà adibito un numero di uomini creduti all’oggetto necessari, e saranno pagati per ogni giorno di fatica presteranno […]” (R. Lentini, Favignana …” cit.)
Innovazione, dunque, quella del Florio, e non invenzione dal momento che già nel 1816 Francesco Carlo D’Amico, duca d’Ossada, scrive che “Se però la tonnara è armata col monta e leva, allora togliesi la guardia del Bordonaro […]”, e più in là indica quali fra le tonnare siciliane impiegano questo tipo di pesca, segnalando fra le altre quelle di Vaccarella nel messinese, e di Isola delle Femmine fra Trapani e Palermo (Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso, e cammino de’ tonni). E prima ancora di D’Amico, già nel 1778 Francesco Cetti (Anfibi e pesci di Sardegna) accennando alla pesca dei grandi tonni scrive che “[…] qualche tonnara levantina di Monta e Leva poco li disturba”.
La scelta operata da Vincenzo Florio rispondeva ad esigenze meramente finanziarie: con un “corpo” (la camera della morte) più leggero (chiamato “culica” nelle tonnare messinesi dove era più usato) si risparmiava notevolmente nelle spese per il materiale (“canape”) e per la “ciurma”, dal momento che non c’era più bisogno degli uomini e delle barche d’aiuto per tirare a galla quelle reti pesantissime.
Quello che non emerge dagli studi degli economisti (esulando dai loro interessi), è che l’impiego del “monta e leva” per i tonnaroti comporta una filosofia di pesca del tutto diversa rispetto all’uso del “corpo grande”, impiegato tradizionalmente nelle tonnare “di posta”, quali erano le più famose e produttive di Sicilia (Favignana e Formica ad eccezione del periodo segnalato da Lentini, Bonagia, Trabia, Tono di Milazzo etc.). Se numerosi sono gli studi intorno all’economia e all’antropologia delle tonnare (e Lentini è fra quanti hanno assicurato i più importanti contributi in materia), solo raramente si è investigato sulle tecniche di pesca, poiché solo l’osservazione diretta, la partecipazione personale all’attività può far comprendere appieno le diverse modalità con cui si esplica questa particolare arte alieutica (mirabile sintesi di storia, economia, tecnica si ritrova in Raimondo Sarà, Il mito e l’aliscafo. Storie di tonni e tonnare, Favignana, 1998).
Nelle tonnare di posta i rais per fare mattanza aspettavano che i tonni rinchiusi nelle “camere” fossero in numero alto, solitamente non meno di 100. Per giorni e giorni si attendeva l’arrivo dei pesci, frazionandoli poi con sapienti aperture e chiusure delle porte di rete nelle diverse camere, prima di farli passare in quella “della morte”. La mattanza era preparata lungo un periodo che si protraeva per giorni e settimane, con i riflessi anche di ordine psicologico (il timore di incidenti che facessero fuggire i pesci, la speranza che il branco ingrossasse di minuto in minuto, le difficoltà insite nella cattura di tanti tonni in una sola volta).
Così per ogni stagione si facevano in media da 5 a 10 mattanze, spesso molto ricche (ancora negli scorsi anni ’90 a Bonagia si registravano “uccise” di 6/700 tonni per volta); capitava anche che per il maltempo o le correnti contrarie le prime mattanze si facessero a metà giugno, quando sarebbe già ora di salpare l’intero apparato di rete (Bonagia, 1984: la prima mattanza si poté fare solo il 13 giugno, 550 tonni; il 15 e 16 si completarono le mattanze, con 1550 tonni in totale).
Nelle tonnare a “monta e leva”, invece, si fa mattanza ogni qualvolta i tonni arrivano fra le reti, fossero anche solo due o tre pesci; avveniva così in alcune tonnare di Milazzo fino a metà ‘900, e ancora nelle tonnare trapanesi di Scopello e San Vito lo Capo, che hanno smesso l’attività rispettivamente nel 1984 e nel 1969. In ogni stagione le mattanze potevano essere dunque anche quindici, venti, e più.
“Questa era una tonnara a munta e leva, quando arrivavano i tonni facevamo mattanza, anche se era uno solo” racconta Giuseppe Lucido, a lungo “guardia” nella tonnara di San Vito lo Capo (N. Ravazza, Il sale e il sangue, in fase di stampa); il rais di Scopello Vincevo Oliva nel diario che ha tenuto per quarant’anni, al giorno 13 maggio 1940 annota: “Sono pochi i tonni ancora, stamattina ne abbiamo preso 7, abbiamo lasciato poca cosa in tonnara, il tempo bello” (N. Ravazza, Memorie di un rais, di prossima pubblicazione).
Per catturare i tonni appena entrati in tonnara, i pescatori si alternavano in turni massacranti per l’intera giornata, e anche di notte, sulle barche di guardia, scrutando le profondità attraverso lo “specchio” o con l’ausilio di qualche goccia d’olio che rendesse liscia e trasparente la superficie del mare, o ancora calando sottili lenze che i tonni toccavano trasmettendo il segnale del loro passaggio. Anche la struttura della tonnara era diversa da quella “di posta”: per facilitare e accelerare l’arrivo dei pesci nel “corpo” dove si fa la mattanza, l’isola della tonnara (il parallelepipedo di rete) era diviso non più in sette o otto camere (come nelle gradi tonnare siciliane e sarde), ma in tre, quattro scompartimenti, a volte di minore ampiezza; nelle “tonnarelle” come quelle di Sorrento (Diomella), Camogli (ancora in attività) e del Guzzo fra Scopello e San Vito lo Capo, la camera era una sola, e da qui si accedeva al “corpo”. Nelle tonnare a monta e leva sovente capitava di fare più mattanze nello stesso giorno.
La necessità di catturare immediatamente i tonni arrivati, inoltre, spesso rispondeva al tentativo di non perdere i pesci a causa di incidenti sempre possibili, come improvvise burrasche e correnti che strappassero le reti (fino a cinquant’anni fa realizzate in fibra vegetale), o fughe dei tonni impazziti di terrore per l’arrivo del bistino (pescecane).
Alle istanze di ordine economico del proprietario/gabelloto, dunque, nel caso del “monta e leva” faceva riscontro una diversa gestione dell’attività di pesca da parte del rais e dei tonnaroti, a cui nulla importava delle spese affrontate dai gestori: l’approccio interdisciplinare appare così indispensabile per comprendere appieno la realtà della tradizionale pesca del tonno.