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L’interesse rivolto per millenni alla pesca del tonno dimostra quanto sia stata importante tale attività per le civiltà che si sono succedute in riva al Mediterraneo, dal punto di vista economico e sociale; città, porti, villaggi, sono sorti e hanno prosperato nei siti affacciati sui mari ove più abbondante era il passaggio di questi pesci, favorendo così gli insediamenti umani e industriali. I paesi di Favignana e Bonagia in Sicilia, Stintino in Sardegna, si sono sviluppati dove la tonnara aveva sede, e la radice comune “ceto” – lat. Ceté, gr, Ketè, grande animale marino – ha dato il nome alle città-porto di Ceuta a Gibilterra, Sète in Francia, Cetabriga in Spagna, Cetabora in Portogallo, in generale alla “terra Cetaria” fra Palermo e San Vito lo Capo, dove hanno operato floride tonnare (Sarà 1983, pp. 13-14). Questo straordinario continuum nella pesca non trova riscontri in altre attività alieutiche: soltanto la pesca del pescespada nello Stretto di Messina è assimilabile a quella delle tonnare per quanto riguarda la omogeneità di tecniche e tradizioni, ma in questo caso si è trattato di una pratica estremamente limitata nello spazio e nel tempo (le tradizionali feluche e i luntri intorno al 1955/60 hanno lasciato il posto alle motopasserelle a motore, di cui peraltro resta un solo esemplare ancora in attività) (1). Un microcosmo che affonda le radici nei millenni trascorsi, dove la conoscenza empirica dei pescatori – “tonnaroti” – si è stratificata arricchendosi di generazione in generazione senza perdere nulla di quanto acquisito, e gli strumenti e il sapere sono rimasti impermeabili alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ha prodotto un risultato straordinario. Quel mondo si è trasformato in un’enclave al di fuori del tempo, popolato da dei ed eroi, in cui partecipando alle pratiche quotidiane di chi si confronta con una Natura spesso ostile si può rivivere la nascita dei miti e dei riti, perché da sempre l’uomo-pescatore reagisce nella medesima maniera di fronte agli eventi che non può governare e che mettono in pericolo la sua vita o la sopravvivenza (economica) della famiglia/comunità a cui appartiene, reiterando così inconsapevolmente comportamenti e usanze che sono rimasti identici nonostante lo scorrere del tempo. La immutabilità della tonnara si riscontra su diversi livelli: quello epico laddove al rais – dominus assoluto chiamato a decidere della vita e della morte dei pesci (sceglie come e dove calare le reti, quando fare mattanza) e anche degli uomini (assunzione/licenziamento sono sue prerogative) – si riconoscono poteri e capacità negate agli altri uomini-pescatori; quello magico-religioso con il ricorso a rituali che si perpetuano pressoché identici in tutti i tempi e sotto ogni latitudine; quello antropologico con usanze condivise da generazioni di tonnaroti separate dai secoli; quello prettamente tecnico, confermato da comportamenti e strumenti assolutamente simili. L’EPICA E’ certamente una figura epica, il rais; ogni sua parola, ogni gesto, riassume millenni di storia, di miti, di cultura. L’ottantenne Giuseppe Rallo che nella tonnara libica di Zanzur veniva preso in braccio dal capomuciara per scendere dalla barca (Ravazza 2007, p. 177), ha la stessa sacralità di Montezuma imperatore del Messico che non doveva toccar terra coi piedi (4), così come Luigi Grammatico a Trapani, Siracusa, Tripoli era conosciuto come “rais Giotto” per la precisione del tracciato a mare delle reti, quasi il proprietario delle tonnare fosse un Bonifacio VIII alla ricerca della perfezione. Anche il varo dei vascelli carichi di rete nella tonnara di Scopello, attinto dai ricordi dell’anziano tonnaroto Giuseppe Urbano: “S’ammasava ‘a rizza ch’i parascarmi ‘nterra e poi s’ammuttava a mare” (5), non è molto diverso da quello della nave Argo (“Scivolò dentro al mare: subito gli eroi / tirarono le gomene per fermare la sua corsa in avanti …”; Arg., I, 390-91). LE TECNICHE Negli anni ’60 dello scorso secolo molte tonnare siciliane (ve n’erano in attività circa venti), per contrastare la diminuzione delle catture, adottarono una innovazione strutturale mutuata dagli impianti spagnoli, e quella fu davvero una rivoluzione per un settore estremamente conservatore: la tradizionale apertura fra le reti per l’ingresso dei tonni in tonnara (foratico) fu sostituita dalla bocca a nassa (ucca a ‘nassa), un imbuto di rete che rende pressoché impossibile la fuga dei pesci catturati (7). Ma già nel XVIII secolo uno stratagemma simile veniva usato nelle tonnare di Milazzo: “Sono le Spighe della Tonnara due pezzi di rete […] vanno legate alla bocca della Tonnara […] e queste si restringono al di dentro della camera del grande …” (D’Amico, p. 39). Ancora oggi nel tempo della migrazione genetica dei tonni (maggio – giugno), quando sul mare si vedono galleggiare quegli idrozoi che i marinai chiamano vilidde (8), i tonnaroti sono certi che assieme ad esse arriveranno anche i pesci attesi, proprio come i loro avi confidavano oltre un secolo addietro: “quando in gran quantità coprono vasta superficie di mare, come tante piccolissime barchette, è per i tonnaiuoli indizio di pesca abbondante” (Angotzi, p. 15, nota 5). Infine, la fase finale della pesca, la mattanza, avviene oggi come ieri ed ha sempre lo stesso fascino crudele eppure liberatorio descritto da tanti osservatori: “Ammazza, grida il rais quando il bollicame de’ tonni giugne a galla …” (Cetti, p.430); “Come tanti lupi digiuni si avventano sopra li sollevati pesci …” (Villabianca, p. 49); “Il mare, sopra una vasta superficie, è completamente rosso per la gran quantità del sangue …” (Angotzi, p. 71), “I marinai dalle due grandi barche si curvano, e tutti, armati di uncini, attendono che le vittime siano a tiro …” (Pitré, p. 383), “Quattro uncini penetrano nella carne dell’animale, lo tirano fin sotto il bordo …” (Ravazza 2004, p. 47). Non solo la tecnica, ma anche le barche della tonnara sono rimaste immutate per secoli, simili nelle denominazioni, uguali nella struttura, nelle dimensioni, nei legni impiegati, tutte coperte di nera pece (melaina chiama le navi achee Omero: Od., IV, 781) finendo per costituire una flotta con caratteristiche uniche, assolutamente non sfruttabile per altri tipi di pesca (9). Il vascello (l’imbarcazione principale) della tonnara di Scopello nel 1771 era lungo 75 palmi (19 metri) e largo 18 (4,5 metri), praticamente simile a quello commissionato nel 1900 dalla Congregazione di Carità di Palermo per l’impianto di Bonagia (lunghezza 20 metri, larghezza 4,80), ed a quello in uso in questa stessa tonnara fino al 1998 (lunghezza 19,50 metri il vascello di ponente o “caporais”, 22,50 metri il vascello di levante o “di trasere”) (10). RELIGIONE E MAGIA Viveva nella Sicilia occidentale del 1600 un “Venerabile Servo di Dio” famoso per i prodigi assicurati ai gestori di tonnara che si dimostrassero particolarmente munifici: al gabelloto degli impianti trapanesi di Favignana e Formica che aveva elargito una ricca elemosina al suo convento predisse che i tonni sarebbero arrivati numerosi e tanto grandi da avere le bertole (bisacce) al collo, e così “l’esito fece stupire […] poiché vide, che i Tonni all’entrar nelle reti portavan certe strisce bianche a modo di bertole” (Mongitore, p. xxx ): i tonni catturati furono numerosi, e tutti portavano sui fianchi delle macchie chiare a forma di bisaccia. Quattrocento anni più tardi, intorno al 1960, nella tonnara di Bonagia, distante dieci miglia da Favignana, il tonnaroto Nicola Adragna si stupì quando al termine di una stagione mai più ripetuta – 1.130 tonni enormi – si accorse che i pesci catturati avevano “tutti delle stampe ccà”, sui fianchi, simili a bertole (Ravazza 2007, p. 152). Non sapeva, Nicola, che quelle macchie erano provocate dalla infiammazione di muscoli verticali posti ai lati delle ali a seguito dello sforzo. E non lo immaginava nemmeno Frà Innocenzo da Chiusa, il Venerabile Servo di Dio che nelle bertole al collo dei tonni aveva letto l’intercessione di Sant’Anna, al cui monastero erano andate le elemosine (11). Le elargizioni ai monasteri per richiedere la benevolenza dei Santi sono state una prassi costante presso tutte le tonnare: “Ma in oggi i marinari […] promettono a religiosi mendicanti qualche porzion de’ tonni in limosina per riuscir loro felicemente la pescagione” scriveva nel XVIII secolo Villabianca (p. 54), e l’etno-musicologo siciliano Alberto Favara alla fine dell’Ottocento raccolse un canto di tonnara che racconta come la tonnara di San Vito lo Capo fosse andata in rovina perché il padrone non volle più fare l’elemosina alle chiese: “Tunnaredda di lu Siccu ammintuata, Comu pirdisti stu granni valuri / A prima la facivi quarchi annata, Pi l’agghiotta chi davi a lu patroni. / Ora l’agghiotta ci ha stata livata, Ti l’ha fata vidiri lu Signori. / Sette carrini la megghiu livata …” (12). La lezione deve essere servita, se intorno agli anni ’50 dello scorso secolo un monaco del santuario palermitano del Romitello veniva ospitato nella tonnara sanvitese e diceva messa fino a quando con la prima mattanza i padroni gli affidavano un “tonnarello nico, da 50 chili” da portare in dono ai confratelli, come ricorda l’ottantenne pescatore Giuseppe Lucido (Ravazza 2007, p. 101). C’è, nella cappella settecentesca della tonnara di Bonagia, una statua lignea di Sant’Antonino che ogni mattina nella “tredicina” dedicata al Santo (1 – 13 giugno) veniva portata in processione al porto e sulla barca “bastardo” usciva in mare con i tonnaroti, per poi fare ritorno nella cappella a fine giornata, usanza che si è protratta fino al 1960 circa (Ravazza 2007, p. 141). Per i tonnaroti Antonino da Padova era il santo più importante, capace di mutare le sorti della stagione in un solo giorno, e in realtà le prime due settimane di giugno spesso riservavano le sorprese più belle per i rais ed i padroni (negli ultimi anni, invece, la migrazione dei tonni in fase genetica sembra avere anticipato i tempi, e la passa più numerosa si registra alla fine di maggio). Ma Sant’Antonio non è stato caro solo ai tonnaroti: i navigatori portoghesi del XVI secolo non mancavano di portare sulle navi una sua statua, che veniva assicurata all’albero maestro; il santo era venerato e blandito, se però cadeva il vento e le vele pendevano inerti allora i marinai lo prendevano a frustate minacciando di gettarlo a mare se non avesse fatto spirare nuovamente la brezza portante, salvo poi tornare a riverirlo quando il vento ricominciava a soffiare (Bravetta, pp. 27-28). Proprio come hanno fatto per anni i tonnaroti degli impianti di Milazzo, che prima minacciavano (“ah ‘ntall’acqua ti buddamu …”) e poi immergevano al centro dell’isola la statua del santo quando i tonni non ne volevano sapere di entrare fra le reti, per poi venerarlo nuovamente al loro arrivo (Pitrè 1912, p. 379). Il palazzo sommerso della tonnara, l’isola trovata e abbandonata ogni giorno nei tre mesi della pesca, per i pescatori è una entità che si identifica con i santi posti alla sua protezione: “Santo buongiorno” dice il rais levandosi il cappello penetrando con la sua barca nel recinto di rete, e “Bona notti, bona sorti, bona tonnara …” saluta quando è il momento di tornare a terra; in maniera simile si rendeva omaggio ai Lari protettori della casa, e un saluto identico nelle campagne siciliane si riservava ai “patruneddi ‘casa”, spiriti benigni posti a guardia della dimora che spesso assumevano le sembianze teriomorfe dei gechi: “buongiorno a tutta la compagnia” (Guggino 1998, p.38). Il posto riservato ai Santi nelle tonnare siciliane è la cruci, un palo saldamente legato sulla intersezione dei cavi di sommo proprio sopra la bocca d’ingresso preparata per i tonni; su una tavola inchiodata a croce vengono fissate le icone dei santi protettori: Sant’Antonino, San Pietro, San Giuseppe, San Francesco di Paola, e delle Madonne che la leggenda vuole arrivate dal mare (a Bonagia: la Madonna di Trapani e quella di Custonaci). Sulla sommità del palo inoltre i tonnaroti mettono dei rami di palma e per questo la cruci viene chiamata anche “palma”. Le forti connotazioni religiose di questa pianta, le cui foglie adornavano i carretti e i “capioni” delle barche siciliane (la “pernaccia”, antico aplustre – aphlaston) (Pitré 1889, p.239), vengono ignorate dai tonnaroti, che però nella “palma” sono riusciti a sintetizzare mirabilmente saperi empirici, sentimenti religiosi, conoscenza nautica e tradizioni secolari: quando non esistevano gli strumenti elettronici di navigazione (radar, Gps) la croce con i santi era l’unica emergenza visibile da lontano, su cui indirizzare la prua delle barche; se la corrente porta a fondo le reti, con esse si immerge anche il palo con la croce, e dalla porzione sommersa il rais è in grado di capire quanto violenta sia la stessa corrente; inoltre i “movimenti” della palma – graduale affioramento o affondamento – segnalano l’andamento della corrente, se in aumento o diminuzione. Sotto una spinta molto forte, finiscono sommersi anche i rami della palma che non si infradiciano al contatto dell’acqua, e allora i tonnaroti per significare che la corrente impedisce ogni operazione ancora oggi osservano “anche i Santi ‘nfunno avemo …” (Ravazza 2007, p. 142). Quando da soli i Santi non riescono a tenere lontani i pericoli, come nel caso della terribile tromba marina, i tonnaroti continuano ad avvalersi delle pratiche magico religiose tramandate dagli avi; un coltello “nascuto” (senza punta) non manca mai nelle tasche dei pescatori, che tenendolo ben stretto nella mano tracciano in aria i segni della croce e recitando le orazioni imparate la notte di Natale “tagliano” la traunara, che perde la sua forza e cade a mare (Pitrè 1889, pp- 79-85). I tempi sono cambiati, e qualcuno non crede più al potere assoluto delle ‘razioni, ma di fronte alla violenza della natura si comporta come facevano il padre, il nonno e tanti ancora prima di loro: “Fora malocchio e dintra bonocchio …” prega Pio Solina, il quale però riconosce “non è sempre che mi riesce” (Ravazza 2007, p. 144). VITA E MORTE Così la denominazione “camera della morte” per indicare l’ultimo vaso dove avviene la mattanza – termine che nell’Ottocento ha sostituito la più cruenta “accisa” –, è riservata alle descrizioni degli osservatori meno attenti ma non viene mai usata dai pescatori, che le preferiscono la più gentile “leva” (vi avviene la “levata” dei pesci) o meglio ancora il poetico “corpu”: corpo fecondo, in grado di generare la vita, che “partorisce” i pesci e dunque il benessere della comunità. Al tonno che muore sui vascelli neri di pece il rais rende l’estremo omaggio, in quel momento diventa semplice “tunnina”, carne da vendere; tonno è quello sfuggito alle reti, libero per il mare, che corre dietro alle cicerelle per saziare la fame tornata a farsi sentire imperiosa dopo la “corsa” d’amore. Quel pesce poderoso e leale non è un nemico da combattere, ma un valoroso avversario con cui confrontarsi da pari a pari: “A tutti li tunni cercamu perdono” cantavano nel secolo scorso i tonnaroti di Pizzo Calabro, così come gli indiani d’america Cheyenne a fine Ottocento dedicavano la preghiera all’animale dal quale dipendevano le sorti della loro tribù: “Che questa freccia che ora incocco all’arco/ ti renda sacro, o Bufalo/ Che la terra benevola ti accolga/ Che tu possa trasformarti in un uccello d’aria …” . Ancora una volta tempo e spazio si confondono nel recinto sacro della tonnara: “Vai col tuo Dio …” sussurrò alla fine del giugno 1998 l’anziano rais Mommo Solina accompagnando con lo sguardo il grosso tonno tornato libero perché la stagione era finita e per un solo pesce non valeva la pena tenere ancora le reti a mare. BIBLIOGRAFIA Note
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