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Il caso ha giuocato un ruolo determinante nei miei entusiasmanti ed indimenticabili rapporti con le tonnare. Eravamo alla fine del 1945, l'euforia della cessazione del conflitto e le certezze di un futuro tutto da creare - che non poteva che essere migliore del passato - ci facevano vivere un'atmosfera di grande ottimismo. Le iniziative pullulavano e sembravano tutte procacciatrici di successo e soddisfazioni. Tornarono, così, a rifiorire i progetti per creare in Sicilia la Hollywood d'Italia così come si era tentato con qualche successo, nell'immediato primo dopoguerra, con la "Sicania Film", l'"Ercta Film" ed atre iniziative stroncate con l'avvento del sonoro (1930). Il Banco di Sicilia, con il suo Presidente Bazan (o Capuano?) ed il Direttore Generale La Barbera, si propose come sostenitore del movimento chiamando due dei suoi dinamici dirigenti (Perricone e Pottino) a curarne gli sviluppi. Fu, così, favorita la nascita della O.F.S. (Organizzazione Filmistica Siciliana) che riunì i personaggi palermitani che più si dedicarono a realizzare l'ambizioso progetto: i due fratelli Gorgone, organizzatori, e Pino Mercanti, regista. Il primo film che si mise in cantiere era tratto da un soggetto dello scrittore siciliano Giuseppe Zucca dal titolo "Turi della tonnara": era la storia di un giovane tonnaroto inquieto. Mi si chiese una collaborazione, dato che avevo ormai una cospicua esperienza cinematografica, nel campo tecnico e documentaristico, creata e maturata fra il CINEGUF di Napoli, ed i cinque anni di guerra trascorsi, da ufficiale, a documentare bombardamenti e vicende belliche. Mi offrii, così, di effettuare con la mia macchina da ripresa professionale 35 mm. tutte le riprese delle scene della tonnara - nucleo spettacolare del film - e di donarle alla produzione. Così, nell'aprile del 1946 cominciò la mia strettissima simbiosi con il mondo dei tonni, dei tonnaroti e delle tonnare, che si sviluppò nell'arco di dieci anni con la realizzazione di due documentari e delle lunghe e complesse sequenze di tre film: tutto girato da me con la mia inseparabile Arriflex che ancora posseggo. La tonnara che mi coinvolse per quella prima esperienza fu quella di Castellammare, allora di proprietà della famiglia Costamante, alla quale si aggiunsero, per piccole appendici, quelle di Scopello e di Capo San Vito. Partecipai ai due mesi di stagione a mare vivendo intensamente ogni giorno con i tonnaroti la tensione dell'attesa, l'abbrutimento della forzata inerzia, l'euforia della "sentita" del tonno (il grido magico era: "ntisi!!"), la lunga fatica del sollevamento della rete della camera della morte e, finale drammatico ed entusiasmante, l'orgia della mattanza. Questa fu la prima manifestazione della "casualità" che mi accompagnò verso e durante tanta - indimenticabile - frequentazione con tonni e tonnare: frequentazione che non si limitò solo - come è d'uso - alla partecipazione alle mattanze, ma si sviluppò su tutto l'arco delle attività pre e post stagione che, nel loro insieme, forse, erano ancor più suggestive e memorabili. Visto "dietro le quinte" il mondo dei tonni consisteva in una microciviltà e in un modo di vivere a sé stante, tanto carico, come era, di attività collaterali, storia e storie, gerarchie, superstizioni, canti, rituali di lavoro e scaramantici. Durante questa prima convivenza con le tonnare, il "caso" fece nuovamente capolino. Nei giorni - lunghissimi - di attesa dell'entrata dei tonni in tonnara, osservai quanto fossero primitivi - anche se efficaci - ma soprattutto estenuanti per gli uomini di guardia, i sistemi di accertamento dell'ingresso dei tonni nella prima camera e, di seguito, nelle altre tre o quattro e, infine, in quella "della morte". Proni, per ore e ore, con il petto pressato su un'asse appoggiata al bordo barca, schierati in linea a breve distanza uno dall'altro in corrispondenza con la porta di rete, alcuni uomini tenevano una sottilissima lenza trasparente tesata da una pietrolina fino al fondo mare (30-40 metri); altri, ancor più schiacciati al legno, guardavano col classico "specchio" cercando di indovinare il pesce, quasi impossibile a vedersi a tali profondità: altri, schizzando sulla superficie del mare dell'olio che attingevano ad una "oglialora" appesa a fianco, la rendevano piatta e trasparente per alcuni secondi. Non credo che abbiano mai perso un tonno - tanto erano concentrati e attenti - ma con quanto dispendio di uomini, energia e ... salute !!. Avevo già scoperto le meraviglie dei silenzi marini grazie ad una nuova invenzione che il mio amico Pietro Moncada di Paternò, fresco reduce dalla Francia, aveva portato da Antibes: una maschera subacquea con la quale, finalmente, l'umanità era riuscita a mettersi in contato diretto con i pesci, le alghe ed i paesaggi sottomarini; fu ovvio, per me fotografo e cineasta, pensare di mettere a disposizione della tonnara questo mezzo di avvistamento tanto più efficace e semplice e fu ancor più ovvia la tentazione di fotografare e cinematografare quanto accadeva nel ventre della tonnara. Questo fu lo spunto "casuale" che in realtà fece nascere la cinematografia subacquea: infatti, alcuni mesi dopo l'avventura della tonnara di Castellammare, precisamente in agosto dello stesso 1946, avevo pronta l'attrezzatura tecnica inventata e costruita, nel frattempo, con lo stesso Pietro e con Quintino di Napoli, e partimmo per le isole Eolie dove realizzammo le prime riprese subacquee al mondo con il documentario "Cacciatori sottomarini". In quella occasione, una breve inquadratura fu girata per il film "Turi della tonnara": mostrava l'immersione del protagonista fino al fondo per prendere una stella di mare da offrire alla sua bella; la donai a Pino Mercanti, il regista del film, insieme a tutto il negativo girato a Castellammare. Il pensiero era sempre lì, ai tonni. Alla successiva campagna, insieme ai miei due inseparabili compagni di lavoro, avevamo approntato il progetto di realizzazione del primo documentario interamente dedicato a loro - i tonni - e, soprattutto, avevamo creato la nostra cinepresa subacquea numero 2 dopo le esaltanti, ma faticosissime, esperienze del primo, macchinoso ed ingombrante esemplare. La tonnara di Trabia, gestita dal padre di Pietro, ci ospitò per le prime riprese, ma quando avanzammo la richiesta di immergerci nella camera della morte per riprendere i tonni nella rete, fummo inesorabilmente cacciati: "non si è mai detto che un uomo si immerga in tonnara: tanto meno nella camera della morte". Dopo aver peregrinato per numerose tonnare che sdegnosamente ci respinsero, "ammarammo" (è il caso di dirlo) a quella di Capo Granitola, di recente concessione, dove gli armatori Vaccara (forse inconsapevoli delle superstizioni e scaramanzie) generosamente ci ospitarono consentendoci di rivelare a noi stessi - ed a tutti gli spettatori che poi visionarono il documentario - le emozioni dei tonni irretiti.
E ritorna la componente creativa del "caso": questa nuova esperienza con il colore, con una cinepresa più piccola della mia e molto più semplice da proteggere sott'acqua, mi fu molto utile quando, cinque anni dopo, mettemmo in cantiere "Sesto Continente" che fu il primo lungometraggio subacqueo a colori e con il quale passai le mie esperienze, tecniche e non, al giovanissimo Folco Quilici. In quegli anni, avevamo coinvolto i tre fratelli Rossellini, cugini del nostro quarto socio della "PANARIA FILM"- la nostra casa di produzione - Renzino Avanzo, i quali si entusiasmarono agli argomenti trattati nei nostri documentari; tant'è che Renzo Rossellini ne compose le musiche e Marcella alcuni testi. Il più famoso dei fratelli, Roberto - il celebre regista di "Roma città aperta" e "Paisà" - invece, quando nel 1949 realizzò il film "Stromboli" con Ingrid Bergman- in aperta competizione con noi - utilizzò la tonnara (di Barcellona e Oliveri) per alcune scene di quel film. Cosa che, ovviamente, facevamo noi, nel nostro film "Vulcano"- con Anna Magnani - concepito ben prima proprio insieme a Roberto Rossellini che doveva esserne il regista: operammo noi nella tonnara di Milazzo realizzando anche, ad opera di Fosco Maraini, gran fotografo, una ampia documentazione di come allora si lavoravano i tonni. Con l'avvento del colore, credo nel 1954, un nostro caro amico di talento, che aveva fatto esperienza quale aiuto regista nel nostro film a colori "Vacanze d'amore" girato a Cefalù, Vittorio De Seta - realizzò a Favignana, se non ricordo male, un documentario che fece sensazione oltre che per le sue qualità di racconto, per la drammaticità che il colore, nel cinema, conferiva alla mattanza. Un anno dopo, nel 1955, ebbi l'ultimo contatto cinematografico con le tonnare quando inserimmo nel nostro film "Agguato sul mare" diverse sequenze girate a terra e a mare nella tonnara di Capo Passero: questa volta la novità era, non solo il colore per la prima volta in un film a soggetto, ma soprattutto il grande schermo "Cinemascope" che nasceva allora e magnificava le immagini. Con questi documentari e film, che percorsero i cinema di tutto il mondo, spettatori di ogni lingua e paese vennero così a conoscenza di questa mitica attività siciliana. A quel punto ci sembrò che tutte le esperienze tecniche per meglio raccontare le tonnare fossero state esaurite. Era finita l'epoca dei pionieri: ma stava anche finendo - senza che alcuno se ne accorgesse - la lunghissima stagione delle tonnare. Nel frattempo, almeno, abili e coraggiosi subacquei erano divenuti di casa nelle tonnare per numerose incombenze ed i vari imprevisti da affrontare lì dove le lenze, l'oglialora e gli specchi non potevano essere più utili. Con i miei amici e soci della PANARIA, di cui ho già parlato, effettuammo le nostre documentazioni cinematografiche in Sicilia dal 1946 al 1956 per il piacere di far conoscere agli italiani ed a tanti stranieri la vita della nostra gente e le nostre secolari o millenarie attività: dalla tonnara al pescespada, all'opera dei pupi, alle miniere, alle attività Eoliane, e così via. Chiusa questa fase esaltante della nostra vita, considerammo conclusa l'azione di "divulgazione" abbandonando in magazzini, agenzie cinematografiche e laboratori di sviluppo e stampa le apparecchiature, i negativi e le copie, il materiale pubblicitario, le fotografie e le raccolte stampa. Ciò, non immaginando che tutto quell'ingranaggio di vita sociale ed economica così minuziosamente creato e collaudato in tanto tempo fosse sull'orlo dell'estinzione. Oggi, infatti, è tutto sparito, salvo qualche esempio, come quelli che sopravvivono in quest'area trapanese grazie alla pervicacia ed abnegazione di pochi volenterosi e, credo, alla necessaria, anche se insufficiente e non puntuale contribuzione dell'Ente Regione. Non posso concludere se non chiedendomi quanto noi tutti siciliani dobbiamo rimproverarci di non avere saputo difendere il nostro passato e, con esso, la nostra autentica economia lasciandola finire, com'è oggi, in un sistema di mera sussistenza che è una agonia morale in quanto non ci stimola ad alcuna azione di rigenerazione singola e collettiva. E' contro questo andazzo che mi impegno da sempre nelle mie realizzazioni agricole, industriali e di "recupero di dignità" avendo la certezza delle capacità dei singoli siciliani. Esse, purtroppo, si sanno esprimere - ed in modo eccellente - solo quando emigrano. Ma la mia speranza è che vogliano finalmente prorompere anche all'interno della Sicilia e per questa nostra meravigliosa terra che ne ha tanto bisogno oggi. Chi sa se, anche qui, il "caso" non riesca a darci una mano. da "La terra delle tonnare", editore Pro Loco San Vito lo Capo, Trapani 2000 (distribuzione su richiesta)
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