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La Tonnara di Carloforte.

di Annamaria Lilla Mariotti

CarloforteL’isola di San Pietro, conosciuta anche come l’isola di Carloforte dal nome della sua unica città, l’isola verde, l’isola degli sparvieri, 52 Kmq di superficie, 18 miglia marine di coste, latitudine 39° 9’ nord, longitudine 8° 16’ est, 7000 abitanti che durante l’estate raggiungono punte di 50.000 residenti, situata davanti alla costa sud occidentale della Sardegna.

Una piccola isola, un mondo magico, che ha una storia antica. Lì ci sono stati i Fenici prima ed i Cartaginesi poi, ma prima ancora deve esserci stato qualche insediamento in età preistorica perché recentemente sono stati ritrovati dei nuraghi. Fu colonizzata nel 1738 da un gruppo di pescatori di corallo originari di Pegli, in provincia di Genova, che intorno al 1500 si erano trasferiti nella minuscola isola di Tabarka, sulle coste tunisine, allora data in concessione alla Famiglia Lomellini di Genova, per raccogliere il prezioso oro rosso in fondo al mare. Tabarka, un minuscolo scoglio incoltivabile, dove la piccola comunità originale cresceva e si trovava costretta a vivere stipata in baracche, conducendo una vita al limite del possibile, sempre all’erta su quella frontiera rovente che divideva due religioni, due mondi, e, soprattutto, con il continuo pericolo di incursioni barbaresche. Tutto questo durò due secoli di fatiche per strappare al mare il corallo e per sopravvivere, finché furono abbandonati al loro destino dalla famiglia Genovese.

Fu così che divennero schiavi del Bey di Tunisi e le loro condizioni si fecero anche peggiori. Il Re Carlo Emanuele III di Savoia, dopo lunghissime trattative, riuscì a liberarli e destinò loro l’isola di San Pietro, allora deserta, perché potessero colonizzarla e crearvi una comunità libera.

Su questi avvenimenti fiorirono anche delle leggende: si narra che una ragazza che faceva parte del gruppo e aveva attirato l’attenzione del Bey, abbia accettato di sposarlo e di rimanere in Tunisia a patto che gli schiavi venissero liberati, e si dice che il Bey, colpito dalla sua bellezza, l’abbia accontentata.

Fu il vecchio patriarca della comunità di Tabarka, Agostino Tagliafico, a condurre le trattative finali e a recarsi sull’isola per un sopralluogo, e fu lo stesso Tagliafico che ricorse ad un escamotage per portare il maggior numero possibile di persone a San Pietro. Era stato deciso che sull’isola potessero recarsi solo centoquaranta persone, ma il patriarca, con scaltrezza tutta ligure, finse di non capire e intese che vi si sarebbero trasferite centoquaranta famiglie; e così avvenne.

I Tabarchini si trasferirono a San Pietro nel febbraio del 1738, e nel giro di due anni avevano già costruito la città, la fortezza, le mura ed avevano iniziato a coltivare la terra ed a pescare. E’ questa la forza che tuttora li tiene uniti, dopo 500 anni, e ne fa un popolo speciale, unico.

CarloforteHo voluto raccontare la storia della colonizzazione di Carloforte per capire meglio questa gente, che è aggregata da ben 500 anni, che è diventata un popolo, che ha trasformato in una lingua locale l’arcaico dialetto parlato dai loro antenati, perché a Carloforte non si parla genovese, ma tabarchino, e tutti lo parlano dagli anziani ai bambini. Ovunque in Italia si fanno tentativi e nascono iniziative per mantenere le tradizioni e non far morire i dialetti; qui a Carloforte abbiamo sotto gli occhi un esempio di come la tradizione, alle volte, sia più forte del passare del tempo.

Ogni volta che arrivo nell’isola me ne sto sul ponte, mentre il traghetto entra lentamente in porto tra la diga di maestrale e quella di scirocco, a gustarmi l’arrivo a Carloforte, l’avvicinarsi del paese con le sue case basse a colori pastello, un miscuglio di africano e di ligure, i ficus beniaminus giganti e le palme del lungomare, l’imponente costruzione celeste dell’Istituto Nautico dove studiano quasi tutti i ragazzi del posto, e la statua di Carlo Emanuele III proprio davanti all’attracco, un vecchio amico che rivedo sempre con piacere. Statua originale o vecchio reperto romano su cui è stata attaccata una testa del ‘700? Anche questa è una leggenda locale a cui non si sa se dar credito o no.

Quello che provo quando finalmente scendo dal traghetto è difficile da descrivere. Dopo un viaggio durato almeno 14 ore fra traghetti dal continente e traversata della Sardegna ho raggiunto il mio Eldorado, la terra che tengo dentro al cuore, la mia patria segreta. Sento un’ondata di gioia che mi sale dall’interno, arriva fino alla gola, agli occhi che si riempiono di lacrime, una gioia così intensa che fa quasi male, eppure liberatoria. So che ora potrò godermi l’isola in lungo e in largo, parlare con la sua gente, salire al faro, annusare la sua aria profumata di mirto e rosmarino, tuffarmi nelle sue acque cristalline, girare per le sue viuzze, e so che, grazie al mio dialetto ligure, potrò mescolarmi alla popolazione, per cercare di non sentirmi un’estranea turista di passaggio.

Ho sempre qualche progetto quando vado a Carloforte, oltre a quello di nuotare, nuotare, nuotare. Quest’anno il mio progetto era quello di saperne di più sulla sua tonnara, ma quando mi sono presentata allo stabilimento per la lavorazione del tonno armata di macchina fotografica e con l’aiuto di un carissimo amico del posto che mi ha presentato con tutte le mia credenziali, un cortese ma inflessibile guardiano mi ha impedito l’ingresso. La proprietà non gradisce i curiosi.

Non mi sono lasciata intimidire e, dopo avere fatto qualche foto all’esterno, sono andata a cercare le mie informazioni altrove. E le ho trovate, tra la gente del posto e nel piccolo, bellissimo Museo che la città ha dedicato alla "sua" tonnara.

Prima di tutto non si parla della tonnara di Carloforte, ma delle tonnare di Portopaglia, Portoscuso e Isola Piana, perché nella storia Carlofortina queste tonnare sono sempre state in qualche modo accomunate. La pesca del tonno con le reti in Sardegna e altrove ha origini antichissime, pare sia già stata praticata dai Fenici, dai Romani e anche dagli Arabi ; sicuramente gli Spagnoli diedero grande impulso allo sfruttamento dei branchi di tonno che transitavano numerosi lungo le coste sarde. Anche il termine "mattanza" ha una chiara origine spagnola, "matar" significa uccidere e la "mattanza" è la fase finale della pesca con la tonnara.

Tutte e tre le tonnare sulcitane risultano in attività da tempi antichi : Portopaglia dal 1420, Portoscuso dal 1654 e Isola Piana dal 1698. Ora però di queste tonnare ne è rimasta in attività una sola, quella dell’Isola Piana o, meglio, di Carloforte. L’Isola Piana non esiste più come stabilimento per la lavorazione del tonno, da molto tempo è ormai trasformata in un villaggio vacanze, bello ed esclusivo, e i suoi stabilimenti si sono trasferiti sull’Isola di San Pietro, in una località chiamata "la Punta", gomito a gomito con lo stabilimento di Carloforte. Le reti vengono calate lungo la costa settentrionale dell’isola, in una zona ben precisa tra le "Tacche Bianche" e la "Punta delle Oche". Ha una estensione totale di 1550 metri; solo il pedale è lungo 1050 metri, e il resto della rete, con le sue sei "camere", ha uno sviluppo di 500 metri.

Non si vede quasi niente in superficie, tutto è nascosto sott’acqua, come una città sommersa. Il tonno, pesce pelagico che vive nei mari freddi del nord Atlantico e può pesare fino a 700 chilogrammi, in primavera inizia un viaggio d’amore verso acque più calde ed entra nel Mediterrano dallo Stretto di Gibilterra per riprodursi. E’ uno strano animale il tonno, segue la costa, dove l’acqua è poco profonda e dove la femmina espellerà le uova, e secondo le antiche leggende nuota guardando solo e sempre con l’occhio sinistro, così i pescatori tendono una rete che va dalla riva verso il largo e che si chiama "pedale" o "coda" a seconda delle località, e che sbarra il passo a questo corridore dei mari, che vira e la segue, credendola la costa, ed entra così nella prima camera della tonnara, la "camera di levante" da dove passa, attraverso una serie di porte fatte di maglia di cocco, nella "grande" e da lì in un’altra camera, il "bastardo" e poi in un’altra ancora, il "bordonaro", poi nell’ultima, la "camera di ponente" per finire infine nella "camera della morte" da dove non ha via d’uscita. Periodicamente questa camera viene sollevata dai tonnarotti che si trovano sui "vascelli" e, guidati dal rais, danno inizio alla "mattanza" tirando prima il sacco di rete tra un quadrato di barche e poi, quando il sacco è sollevato, uncinando i tonni uno per uno e tirandoli a bordo.

Sembra una cosa crudele, e forse lo è, ma in quel momento i pescatori stanno compiendo gesti secolari, accompagnati da canti antichi e grida di esortazione, perché la pesca del tonno è benessere per tutti, se si pescano tanti tonni l’inverno sarà buono, ci sarà legna per scaldarsi e buon pane fresco da mangiare e anche, perché no, del buon vino da bere. La stagione di pesca dura poco, le reti si calano a maggio e restano in mare circa 45 giorni. Poi, alla fine della pesca, c’è ancora un gran lavoro per tutti: le reti da riparare o da rifare, il pesce da salare e da inscatolare, le uova della femmina da lavorare per ricavarne la squisita bottarga, e tutto questo tiene occupata una buona parte della popolazione per il resto dell’anno. Ora le cose sono molto cambiate, i tonni non vengono più pescati come in passato. "Ne passano molto meno", dicono i pescatori, "il tonno ha cambiato rotta". Ultimamente è stata di nuovo calata, dopo molto tempo, la tonnara di Porto Paglia e si dice che sia a causa di questo impianto se il tonno devia dalla zona di Carloforte. Ma come può essere cambiato il codice genetico di questo pesce fiero e possente, a cui l’istinto dice di scendere verso sud in primavera e di ritornare verso ponente fin dalla notte dei tempi ? Non è il tonno che è cambiato, ma l’uomo. Un inquinamento delle acque prospicienti Carloforte ha impedito di calare le reti della tonnara per diversi anni e, una volta superato questo problema, ne è nato un altro. Grossi pescherecci oceanici danno la caccia al tonno, addirittura lo aspettano prima che entri dallo Stretto di Gibilterra. Hanno strumenti sofisticati e, spesso, anche l’ausilio di elicotteri, così quando avvistano un branco di tonni calano in mare delle "camere della morte" volanti, direttamente sul pesce, facendo sempre un buon bottino. Il pesce viene poi lavorato in un primo tempo direttamente a bordo e preparato per essere portato alle industrie per l’inscatolamento.

Una cosa molto triste che capita con questo tipo di pesca è che alle volte, insieme ai tonni, vengono catturati anche dei delfini. Alcune industrie conserviere americane scrivono esplicitamente sulle loro scatolette che il contenuto è "solo" carne di tonno e non di delfino; per questo motivo tante persone sensibili hanno remore a consumare il tonno in scatola, temendo che un eccessivo consumo comporti la pesca indiscriminata anche dei delfini. Nella tonnara tradizionale questo non accade. Ora i rais sono coadiuvati dai sommozzatori che periodicamente ispezionano le reti e se qualche delfino finisce intrappolato lo liberano. La tonnara di Carloforte nel 1999 ha pescato 3.000 tonni.

Il mio ultimo incontro con la tonnara l’ho avuto nel piccolo grande Museo di Carloforte, allestito nel più antico edificio della città e pieno di attrezzi, modellini e vecchie scatole di tonno, inscatolate sia a Carloforte che nelle vicine tonnare, che danno un chiarissimo esempio di quanto i Carlofortini amino questo tipo di pesca. Lì un plastico mostra come il tonno veniva lavorato a Porto Paglia, ho visto i terribili uncini usati per issare il tonno a bordo durante la "mattanza", i tipi di corde utilizzate per allestire la grande rete e le macchine usate per fabbricarle. In mezzo ad una sala ho trovato il modello della tonnara, questo grande palazzo fatto di reti, ancore e galleggianti. Dedalo non avrebbe potuto costruire labirinto migliore per far perdere la rotta ai tonni e permettere all’uomo di catturarli.

Al Museo ho anche imparato la preghiera che i tonnarotti, in piedi e a capo scoperto, guidati dal Rais, recitavano all’alba del giorno destinato alla "mattanza". Voglio riportarla qui di seguito per concludere la mia incursione nella tonnara di Carloforte.

Iniziavano con una "Ave Maria" indirizzata alla Madonna e un "Credo" dedicato allo Spirito Santo. Alla fine recitavano sette "Pater Nostro" con queste invocazioni :

S.Antoniu, Cu ne desbarasse u camin e cu n’asciste in te nostre operasuin

(S. Antonio, che ci liberi il cammino e che ci assista nelle nostre operazioni)

San Giorgiu, Cu ne libere dai pesci cattii

(S. Giorgio, che ci liberi dai pesci cattivi)

San Gaitan, Cu ne mande da Pruvvidensa

(S. Gaetano, che ci mandi della Provvidenza)

a questa invocazione i tonnarotti rispondevano "o nu che u l’ha i pigoeggi" (no, che ha i pidocchi). Questa risposta era un chiaro riferimento ironico a qualche personaggio locale, ma soprattutto aveva un valore scaramantico.

Le invocazioni terminavano con: "San Pe’, Cu ne mande na bugna pesca" (San Pietro, che ci mandi una buona pesca), e con altri due Pater Nostro per i defunti e per i Santi Protettori.

Finita la preghiera il rais pronunciava il rituale : "In nome de Diu, molla" , il segnale per l’apertura delle porte che lasciavano entrare il tonno nella camera della morte. Solo alla fine di tutto questo cerimoniale, quando i tonni entravano nella camera della morte, il rais dava con voce possente ai suoi tonnarotti il comando tanto atteso: "Leva!". A questo segnale i tonnarotti si scatenavano e in un tripudio di urla, canti e grida di incitamento iniziavano a sollevare la grande rete a forza di braccia finché, in un ribollire di schiuma, pinne e code che sbattevano si concludeva l’eterna sfida tra l’uomo e la sua preda.

L'autore

Annamaria Lilla Mariotti vive a Camogli, dove opera l'ultima tonnarella attiva della Liguria. Collabora con l'istituto di biologia marina dell'Università del Sud Carolina (USA) in una ricerca sulla tonnara di Camogli; su questo impianto di pesca sta realizzando una pubblicazione. Appassionata di antropologia culturale, ha raccolto testimonianze e racconti sui fari e sugli uomini che vi lavorano: su questo argomento ha scritto articoli per l'americano Ligthouse Digest.


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