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La tonnara di Capo Granitola

di Angela Virgilio

Capo GranitolaSi giungeva a Torretta Capo Granitola da una strada assolata, sterrata, polverosa, pericolosa per la viabilità e per chiunque dovesse percorrerla anche a piedi. Prima del paese c’era un’antica torre d’avvistamento malandata, pitturata (allattata) di giallo e, poi, iniziava l’agglomerato: quattro case di pescatori le cui donne vestivano ancora neri abiti lunghi con scuri fazzoletti in testa.

Le case, povere ma dignitose, facevano corona all’unica piazza quadrata in terra battuta che sembrava enorme e, per strada, non s’incontravano che pochi ragazzini e qualche cane.

Non c’era nessuna panchina dove sedersi per una piccola sosta, né trattoria o friggitoria, né altre attività, ma solo tre alberi che facevano fatica a crescere e due piccolissimi negozi di generi alimentari (più che altro bugigattoli) di cui uno aveva la privativa. Al loro interno esponevano ben poca roba; si trovava solo l’essenziale per la sopravvivenza.

L’alimento principale era il pesce. Si acquistava direttamente dai pescatori ed era tanto fresco che era indispensabile munirsi di una pentola con il coperchio onde evitare che saltando rovinasse a terra.

Il villaggio prendeva vita d’estate; la sua stagione coincideva con «quella» pesca: l’unico punto di riferimento di una economia decisamente povera.

Capo Granitola era una tonnara di ritorno.

Infatti, dopo la lunga marcia per ritrovare i luoghi d’origine e aver adempiuto all’innato rito della deposizione e fecondazione delle uova, i tonni ritornavano esausti nell’oceano e seguivano la costa della Sicilia da est verso ovest.

La tonnara di mare era calata lungo una ipotetica linea e quella di terra si estendeva su una grossa fetta di costa antistante il piccolo borgo e sembrava divisa in due: da una parte i capannoni per il riparo delle attrezzature e dall’altra i caseggiati per gli uomini.

Tra i tonnaroti non c’erano solo pescatori ma, spesso, si incontravano anche uomini che con il mare, durante l’anno, avevano ben poco da spartire. Ho conosciuto un calzolaio e un bottaio che per i tre mesi estivi vi lavoravano. Gli uomini ricevevano, oltre al compenso, una percentuale in più sulle entrate, per cui più tonni equivalevano a più ricavi; spesso tale sovrappiù era in natura e, allora, cominciavano la salagione fin da subito.

I non residenti alloggiavano in singolari «monolocali» (enormi stanzoni in quei caseggiati) e si arrangiavano con quello che avevano: un cucinino ad alcool o a gas o tannute alimentate a carbone, un tavolo con sedie spaiate, un cassettone che fungeva da armadio, cuccette in ferro, con la rete di cordame, fissate al muro e un pagliericcio di crine. Dentro non c’era l’acqua potabile, né i servizi igienici; questi erano posti fuori e l’acqua bisognava attingerla dalle vasche prospicienti i casamenti. Ricordavano gebbie di bagli antichi e venivano alimentate da sotterranee sorgenti.

I capannoni per le attrezzature avevano i tetti a capriata, enormi aperture e finestre senza infissi; funzionavano durante l’inverno da magazzini, alcuni per il cordame e le reti e altri per le barche. Dietro c’erano enormi àncore nere allineate come soldati in nera divisa in attesa di ordini.

L’attività iniziava sotto le direttive del rais con una attenta revisione delle attrezzature e, dopo un meticoloso studio dei fondali e delle correnti, la successiva posa in mare, con l’aiuto dei palombari, del complicato reticolo. La sua collocazione era un lavoro di precisione, faticoso, massacrante; gli uomini ritornavano a casa all’imbrunire distrutti ma soddisfatti. Se, disgraziatamente, il rais non avesse intuito la marcia dei pesci e le reti non fossero state posizionate ad hoc, per quell’anno non ci sarebbe stata alcuna mattanza.

Non so quanti tonnaroti partecipassero alla sua istallazione e al suo funzionamento, ma è certo che tutti erano galvanizzati da un evento eccezionale, antico e, al tempo stesso, mistico.Per quei pescatori il passaggio dei tonni era un momento di grande comunione e commozione spirituale: una «grazia di Dio». Una devota riconoscenza all’Altissimo per quel dono così importante era il primo grande passo, poi, iniziava l’attesa.

I tonni entravano guidati dalle reti nelle varie camere e ogni giorno, con il suo inseparabile specchio, il rais li spiava, li contava, li «pesava» e aspettava il momento propizio.

Quando malauguratamente poi, al loro seguito, entrava in tonnara un pescecane, iniziava l’angoscia per quell’avvenimento del tutto inatteso. Era come se il pesce malo fosse un castigo di Dio e bisognava farne ammenda. Essenziale obiettivo era eliminarlo perché ogni cosa, per la sopravvivenza di ognuno, ritornasse al suo posto. Lo separavano dal branco, lo seguivano passo passo, lo annientavano e la sua testa, spesso, veniva affissa a mo’ di trofeo scaramantico all’entrata dell’insediamento.

Ancora nel 1960 nella tonnara non era arrivata l’elettricità; funzionava, invece, quasi ininterrottamente, un generatore alimentato a gasolio. E allora era veramente difficile che la sera si incontrassero persone, anche per il fatto che la giornata cominciava assai presto.

L’alba aveva colori di ghiaccio che si mutavano in un rosa confetto sempre più lucente. Poi, i primi raggi del sole squarciavano la residua foschia. La frescura della notte cangiava in un caldo avvolgente e in un irradiante splendore. Il sole rendeva ogni cosa più chiara e, specchiandosi nell’acqua del mare, ne esaltava il magnifico colore smeraldo.

Il tempo si manteneva quasi sempre stabile, ma non sempre quella tranquillità terrestre corrispondeva alla calma nei fondali e, allora, nei giorni di grandi correnti marine il rais e i tonnaroti erano ancora più allarmati. La loro prima preoccupazione era che non si aprissero squarci tra le reti, che i tonni restassero uniti e docili come una mandria di pacifici buoi.

«Il tonno – dicevano – ha l’occhio grosso» e difficilmente vede un’apertura nella rete, ma quasi sempre è guidato dai pescespada o dai delfini che come cani-pastore lo accompagnano e, trovata la provvidenziale apertura, lo fanno scappare.

Giorno dopo giorno la muciara con il rais prendeva il mare; lui controllava, valutava e, infine, decideva.

Il giorno stabilito si vedevano i vascelli prendere il mare legati uno all’altro e tirati da un’unica imbarcazione a motore. Gli uomini sedevano nervosamente oziosi sul ruvido banco e, facendo leva sugli scalmi, reggevano fuori dall’acqua i remi.

La costa si allontanava sempre più ed emozionati intonavano un canto lento-lento appena borbottato a fior di labbra.Nessuno poteva udirlo, eppure in ogni uomo risuonavano nenie tradizionali di preghiera per una buona riuscita e di ringraziamento a un Dio buono e generoso.

Ognuno, in un silenzio irreale, prendeva il suo posto e a un cenno del capo iniziava l’ultimo sacrificio: la mattanza.

All’impiedi sulla fragile imbarcazione in mezzo agli spruzzi d’acqua salata e di sangue stava il rais che, come un muto direttore d’orchestra, dirigeva i suoi uomini.

La voce di ogni tonnaroto, diventava un’unica voce e, sommessa, levava un canto d’amore e di ringraziamento a tutti i protettori dei marinai e dei naviganti. Un canto antico, ancestrale, come quel sacrificio necessario alla vita di una comunità, di più città, di una regione, di una nazione.

Ritornavano mogi-mogi, con l’acqua che sfiorava il bordino di protezione delle barche, con il pagliolo ricolmo di pesci e la gioia nel cuore.

Dalla terraferma c’era chi scrutava l’orizzonte aspettando le barche e, appena intraviste, gridava di gioia: l’attesa era finita.

Dall’alto della scogliera che dava sull’unica spiaggia si vedevano scaricare in acqua quantità oggi inimmaginabili di tonni, alcuni di dimensioni ragguardevoli. Gli uomini, lesti, li agganciavano per la coda alla carrucola che li trasportava in alto nel grande caseggiato. Lì i pesci venivano allineati, squartati e in un battibaleno privati delle interiora. Le uova, ormai sculate, il lattume, il cuore, la vescica natatoria (purmuneddu) venivano con maestria separati e le branchie gettate in mare in un luogo ben determinato.

Non c’era l’orrore della morte, né l’odore del sangue.

Dalla scogliera a picco sul mare tra cespi d’erbe selvatiche, rose canine in fiore e cespugli di cappero di un verde smeraldo, si scorgeva il mare di uno splendore unico, pulsante di energia, di colori, di profumi, di vita. Bastava guardare con attenzione e si intravedevano pesci variopinti, gamberetti, aranci pilusi e ogni genere di vita. I ricci camminavano con piccolissimi peduncoli e gli Occhi di Santa Lucia uscivano le antenne e sgattaiolavano veloci tra la vegetazione.

E la sera l’aria profumava degli odori della nostra terra: di basilico, di pomodoro, di gelsomino, di cetronilla.

I tonnaroti colmavano con terra gli incavi puntuti degli scogli e con maestria facevano germogliare ogni cosa.

All’imbrunire mani forti toglievano dalle finestre ghirlande di virticchi strappati con abilità ai tonni nel loro ultimo tragitto; più che prelibatezze erano bianchi stendardi: ricordi di battaglie combattute e vinte.

E la sera il sole, tramontando con colori di fuoco, sembrava salutare quegli uomini. Uomini duri, non crudeli, avvezzi alla fatica. La vita è fatta di gioie e dolori, dicono gli antichi, e loro la conoscono fin troppo bene. Il mare non è mai generoso e benevolo, ma ha donato all’uomo una grande risorsa: un mansueto pesce, fonte di antica sopravvivenza.

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