E’ da poco passata la mezzanotte di un’afosissima nottata estiva del 1985. La casa a pochi metri dal mare garantisce il top dell’umidità che, se possibile, rende l’aria calda ancora più insopportabile. Metto la testa fuori della finestra della camera dove dormo ed osservo la luna, alta e brillante nel cielo notturno e finalmente capisco cosa devo fare. Un’illuminazione.
Esco fuori al terrazzo e prendo la mia canna da lancio, la nassa verde ed il secchiello bianco, rapido controllo dell’attrezzatura e via, il porto è là a poche centinaia di metri.
Sotto casa slego la mia fidata bicicletta, salgo in sella e a pedalate lente mi avvio. Adesso l’aria sembra più fresca, ma prima di dirigermi al porto, passo dal forno di Walter. Il laboratorio è aperto, la farina vola dappertutto e lui vedendomi mi saluta chiedendomi se voglio la solita colazione.
Ecco fatto prendo il cartoccio con due squisiti maritozzi all’uvetta e, stavolta, non ci sono più soste, la mèta è il porto. La riviera è deserta e gli stabilimenti hanno chiuso da pochi minuti. Solo qualche comitiva di ragazzi si attarda sui muriccioli, ridendo e schiamazzando, ma per il resto il cielo è un tappeto silenzioso di stelle che aspetta solo che io mi metta sotto di esso, ad ascoltare la risacca sulla scogliera.
Guardo l’orologio, è l’1,30 ed il molo è deserto. Adesso il cuore batte forte e l’emozione cresce, come ogni volta che salgo qui sopra. I travocch’ – palafitte sul mare che calano le reti a mare, tipici della costa abruzzese – alla luce delle lampare sono i soli a tradire una certa attività, per il resto il buio ed il silenzio la fanno da padroni.
Mi affaccio sull’ultimo travocc e chiedo al proprietario se mi può dare una sicchiat’ de papalin’ – praticamente ho chiesto se potevo avere un cestino di neonata o bianchetti - .
Non ci sono problemi, mi riempiono il secchiello bianco di papalin’ freschissima, tiro fuori la metà di un limone che mi ero portato e, cedendo alla tentazione, ne spremo il succo su una manata di pescetti che mangio così, appena pescati. Il sapore agro del pesciame mi riempie di gusto la bocca ed assaporo fino in fondo quel boccone prelibato che al mercato mi sarebbe costato un occhio della testa. Saluto il proprietario del travocc’ e comincio a salire sulla scogliera.
Il rumore della risacca arriva debole, segno inequivocabile di un mare piatto e la luce verde del faro, poco distante, sembra occhieggiare nel buio della notte.
Sento sul molo opposto qualcuno che grida “ a ‘mbriaco’ alla fin’ si ‘rrivat’ “ – era praticamente il saluto che riservavano i marinai e i pescatori ad un anziano del posto che veniva sul porto a smaltire la sbornia di vino.
Comincio ad armare la mia canna con un galleggiante piombato su cui ho montato uno starlight e dal quale ho lasciato due metri di svolazzo ( lo svolazzo è un terminale senza piombo che si lega al galleggiante piombato, affinché il filo stesso si metta in bando e segua la corrente di superficie). Attaccare la papalin’ all’amo non è cosa semplice perché i pescetti sono molli e tendono a staccarsi.
La pratica non mi manca e dopo due minuti lancio. Seguo la traiettoria dello starlight fino al tonfo sul mare. Mi sistemo meglio la lampada frontale ed il tempo di sedermi e non vedo più lo starlight. “ecco qua” penso subito “ho sbagliato la piombatura”. Ma poi penso che non ci sono piombi sulla lenza ed imprecando afferro la canna per capire cos’è successo.
Appena prendo la canna vedo due chiare “testate” sul cimino che mi annunciano nettamente che qualcosa si è attaccato all’amo. Incredibile, non era mai successo una cattura così rapida in un mare decisamente ostico.
Recupero con attenzione, cercando di non far impigliare la lenza alla scogliera e dopo dieci minuti a lasciare e tirare, dentro il guadino finisce qualcosa che non trova riscontri nelle mie conoscenze ittiche. E’ un pesce con tratti blu sul dorso e nella parte ventrale ma quello che mi colpisce è la parte della coda dove distinguo delle piccole alette che terminano in una pinna falciforme.
Apro il libricino dei pesci di mare e mi metto alla ricerca di qualche analogìa, finchè arrivato alla lettera T scopro che quello finito nel retino è un tombarello, ossia una versione piccola del più famoso fratello d’alto mare: il tonno. Lo butto nella nassa verde e proseguo nella pesca. Le catture procedono ad un ritmo serrato e la mattina alle 4,30 la nassa è talmente piena da non poterne contenere altri di tombarelli. Riesco a malapena a sollevare la nassa con l’aiuto di un pescatore che allora stava arrivando.
Ricordo le risate che mi feci quando caricai la nassa e tutto il suo contenuto sulla bicicletta e varcai la soglia di casa. Le facce di mio padre e mia nonna furono uno spettacolo unico nel suo genere. Sulle prime mi chiesero quanto avevo pagato tutto quel pesce, ma quando si accorsero che erano solo le sei del mattino, si resero conto che quello era il frutto di una nottata di pesca miracolosa.
Mi stesi sul letto ma non riuscii a chiudere occhio. Le immagini e gli odori di quella notte sarebbero restati ancora a lungo, impressi nel mio cuore e nella mia mente.