Il motivo per cui accetto sempre volentieri di presentare libri come questi, è dovuto ad un motivo più generale: il bisogno di tutti noi di rivisitare le culture locali . Un fenomeno nuovo, parallelo al fenomeno della globalizzazione .
Noi viviamo in un villaggio globale: al di là dei nostri monitor spaziano i nuovi paesaggi digitali , che vivono nei cavi delle reti globali: quasi tutti i giorni, per dire, io e Salvatore, ci parliamo per mail, ci colleghiamo, con la lingua della globalizzazione, l’inglese, con studiosi di tutte le parti del mondo, dall’Europa, all’America, alla Cina, ci scambiamo informazioni, idee, saggi .
Noi siamo cittadini del mondo: ma quell’immenso territorio elettronico non ha confini geografici, lingua, istituzioni, storia, tradizioni, territorio, città, monumenti, chiese. Non ha etica o valori morali, edificati sul tronco delle grandi tradizioni della filosofia.
E’ questa vertigine del globale a spingerci verso il locale, verso la riscoperta delle radici storiche comuni.
“Non esistono “memorie globali” che possano unire l’umanità – ha scritto un filosofo americano- L’idea di una cultura globale , cioè di una cultura sradicata dai contesti specifici e senza memoria storica , costituisce una minaccia per l’identità dei soggetti, privati di fonti d’identificazione collettiva”.
La terra, la contrada dove siamo nati, è il nostro primo riferimento. Il nostro io si forma e si struttura grazie ad abitudini che si acquisiscono sulla base dell’ethos , cioè del sistema dei valori e dei modelli di comportamento della comunità dove ci è toccato nascere.
Così, questi due libri sono , in qualche modo, il frutto di questa fame di riscoprire le radici comuni . Il tempo della memoria . Storie, leggende, documenti di Stintino, è il titolo della raccolta dei documenti curata dal sindaco Antonio Diana. Molti i documenti relativi alla tonnara, su cui non mi soffermo.
Tra gli articoli dei giornali qui riprodotti , ce n’è uno della Nuova Sardegna che ha un grande impatto : l’esodo della popolazione dell’Asinara verso il centro in costruzione di Stintino , capace di disegnare davanti ai nostri occhi un quadro di grande impatto visivo
: “una lunga teoria di barche trasportò tutto il trasportabile e gli ultimi viaggi i sacri arredi e il ciborio per la nuova chiesetta” .
Mi ha richiamato alla mente la vicenda del piccolo paese di Zuri, frazione di Ghilarza, comune di Oristano : anni fa, scrivendo il mio primo libro sulla malaria, e nel capitolo che riguardava il riassetto e il risanamento del territorio, mi ero imbattuta nella vicenda del lago Omodeo, il più grande d’Europa negli anni 20 e la mia immaginazione era stata colpita dalla vicenda di quel piccolo centro che si trovava nella zona poi sommersa dalle acque del lago: i documenti riportavano le proteste e lo sgomento degli abitanti, fieri della loro piccola chiesa del XIII secolo. Dovettero però adattarsi: il paese fu ricostruito più a monte, e la chiesa, intitolata a San Pietro, venne smontata e ricostruita blocco per blocco tra il 1922 e il 1923. ( anche per l’intervento dell’ing. Omodeo).
Immagino che lo spostamento della popolazione sia avvenuto con le stesse modalità di quella dall’Asinara, a parte la traversata per mare.
Qualche anno dopo, scrivendo il mio libro sul colera, ho seguito – sulla base delle relazioni della Direzione Generale di Sanità del Ministero dell’Interno- la vicenda della scelta dell’Asinara per impiantarvi un lazzaretto . ** Devo dire che le ire di zio Cristoforo Murtula , e le sue contumelie “contro il governo e i prepotenti” , non erano ingiustificate”.
Durante la drammatica ondata epidemica di colera dei primi anni ’80, che colpì Napoli nel 1884, si presentò la necessità di costruire un lazzaretto. In ogni luogo scelto dalla Commissione formata dal Ministero della Marina e da quello dell’Interno, ci furono contestazioni e proteste, Nisida, Varignano, Brindisi : andò a finire, che, come al solito, fu la Sardegna a dover abbassare la testa, anche se qualche deputato sardo tentò di ribellarsi.
Ecco un passo della Relazione del Ministero:
Si pensò che per assicurare in ogni eventualità il completo isolamento del nuovo lazzaretto fecesse mestieri di allontanare dall’isola la piccola popolazione libera ivi stabilita, un centinaio di famiglie di agricoltori e pastori, espropriandone per ragioni di utilità pubblica, le terre e le case , e di sostituire alla stessa, per la coltivazione, una colonia agricola penale. Il preventivo per l’espropriazione dei terreni e delle case, per le costruzioni occorrenti all’impianto della colonia agricola, per la sistemazione delle strade, per l’allacciamento e la conduttura delle acque fu stabilito in Lire 600.000 ….
Nel libro di Diana sono riprodotti interessanti documenti d’archivio, e quindi vicende, uomini, fatti.
Nel bel volume curato da Salvatore Rubino ed Esmeralda Ughi , sono protagoniste le cartoline, che un tempo accompagnavano viaggi e distacchi. La raccolta si avvale dell’esperienza di Esmeralda, che ha alle spalle gli anni di ricercatrice precaria all’Università, e gli studi sul patrimonio storico e archeologico della Sardegna. E quindi si intravede la sua mano nell’ordinata scansione dei tempi, e nelle agili schede descrittive che accompagnano le foto.
Scorrendo le cartoline, il lettore segue visivamente la crescita del paese, Negli anni Quaranta del secolo scorso il “panorama” è quello di un paese in crescita che vanta già la sua chiesa parrocchiale e negli anni Cinquanta le vedute si differenziano e mostrano diversi pittoreschi scorci del borgo, il lungomare Nord, l’insenatura, le barche, il porticciolo , le case che si specchiano nell’acqua.
Negli anni 50-60 compaiono le prime cartoline a colori.
Le vedute aeree degli anni Settanta e le cartoline degli anni Ottanta lasciano vedere il disegno di sviluppo che avrebbe trasformato la fisionomia di quel suggestivo centro . Le immagini in bianco e nero, e quelle a colori, consentono di mettere a confronto luoghi e spiagge, come siamo e come eravamo: c’è la mitica spiaggia di La Pelosa, un’infinita distesa di sabbia bianca finissima, all'estremo lembo nord-occidentale della Sardegna affacciato sulla terra dei padri.
Molto nutrita la sezione “Tonnara Saline”, attiva secoli prima che nascesse Stintino, una delle più importanti dell’intero bacino del Mediterraneo. Si vedono i febbrili preparativi per la mattanza, e la mattanza stessa, col mare arrossato dal sangue dei tonni.
Anche le vecchie cartoline rappresentano una fonte storica in quanto, capaci di fissare momenti, fatti, luoghi, attività, antichi mestieri.
Mi complimento dunque col sindaco e con Salvatore Rubino ed Esmeralda Ughi per il loro lavoro di scavo. Che risponde ad un’esigenza vitale in tutti noi, ancorché inavvertita, talvolta : reagire ai processi di omologazione e standardizzazione che accompagnano la globalizzazione del mondo, contrapponendo ad essi la rivitalizzazione delle culture locali , la riaffermazione della propria identità collettiva, la reinvenzione delle radici storiche comuni.
Che non significa naturalmente indulgere alla tentazione del localismo, che, disgraziatamente, affligge tanta parte della cultura sarda. La sfida, per gli intellettuali - ne ho discusso in questi giorni con un gruppo di straordinari colleghi dell’Università di Trento che studiano l’immaginario e le Culture Planetarie, Prospettive e limiti dell'analisi culturale nella contemporaneità - è quella di collocare queste radici nell’orizzonte culturale della post-modernità in cui ci troviamo a vivere.