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Il piacere della narrazione

di Gabriella Mondardini Morelli - Università Di Sassari

Si dice che gli Stintinesi abbiano una speciale disposizione alla narrazione, al raccontarsi. Di possedere questa particolare disposizione, peraltro, essi sono ben consapevoli, e, cosa importante, a questa disposizione si accompagna una grande, sincera, disponibilità a donare i loro racconti. Dalle mie molte visite di ricerca antropologica a Stintino non sono mai tornata senza un racconto, di qualcuno che mi aveva parlato di sé, del proprio lavoro, del paese e della sua storia. Forse la gente che abita ai bordi del mare sperimenta più occasioni di contatto con l’esterno e quindi è più disponibile di altri allo scambio e all’incontro.
Ci sono narrazioni orali e narrazioni scritte.
Oggi qui festeggiamo due nuove narrazioni, quella di Diana, scritta e arricchita di immagini, quella di Rubino e Ughi, una narrazione attraverso le immagini, una straordinaria raccolta di cartoline, arricchita da scritti.
Proprio per questa loro diversità i due libri mi sembrano complementari, buoni da mettere a confronto, far dialogare fra loro. Per questo ne suggerirei una lettura in contemporanea.
In primo luogo entrambi hanno come oggetto la memoria di Stintino, e di Stintino narrano una storia condivisa. Ma vediamo di soffermarci su qualche particolare:

  1. Lo scritto di Diana che rievoca la scelta del luogo e l’insediamento ne Li calanchi di l’Isthintini (pp.36-39), trova un riscontro efficace nelle cartoline dei primi del novecento (Rubino e Ughi, p.20 e sgg.), dove appaiono minuscole casette bianche, ad un solo piano e l’intorno ancora “selvaggio”. E’ in primo piano l’abitato, la presenza umana, se pure c’è, è pressoché invisibile. Via via l’immagine si allarga a comprendere il mare, nel 1938 compare la chiesa, col suo campanile che sovrasta le case, rara la presenza dei natanti, che acquisiscono uno spazio a partire dagli anni ’50, per diventare veri e propri paesaggi con barche, dagli anni ’60 in su, al seguito dello sviluppo turistico.
  2. Al capitolo di Diana, L’Isola Piana, il Portolano, le storie, la Giumpera (pp. 23-29), di grande interesse per la rilevazione dei toponimi, che con le loro storie mostrano l’intreccio anche sofferto fra gli uomini e l’ambiente, ben si presta l’accostamento delle cartoline raccolte sotto la denominazione Dintorni (Rubino e Ughi, p. 59 e sgg.), dove compaiono immagini a colori, a sottolineare la bellezza del mare e della spiaggia della Pelosa, immagini che includono in un primo tempo anche la presenza dei bagnanti, mentre dopo gli anni ottanta l’interesse si concentra sull’ambiente, le spiagge sono prevalentemente deserte, una rappresentazione che sembra rispondere ad un nascente desiderio di “paradisi incontaminati”.
  3. La tonnara, dal canto suo, appare nel libro di Diana, specialmente nella memoria di Antonio Penco (p. 57-61), ma anche coinvolta nella storia del Veliero Leopoldo I (p.12-21), nel codice cifrato di tonnara (un documento meno noto ma di grande interesse, un’astuzia che consentiva la segretezza delle comunicazioni a fini commerciali), trova puntualmente il suo racconto per immagini nelle cartoline della terza parte del libro di Rubino e Ughi. Come non mancano di sottolineare gli autori, qui “i fotografi hanno ritratto nella maggior parte delle cartoline il momento più suggestivo e culminante della pesca del tonno, la mattanza” (p. 91).

La mattanza è una performance rituale cruenta e spettacolare, un evento che merita di essere visto, osservato almeno una volta. Il libro di Diana riporta una lettera ad Antonio Penco, direttore della tonnara, del 1926, dove il capitano dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Porto Torres chiede di poter assistere alla mattanza, facendo venire appositamente da Cagliari la sua famiglia e altri parenti. Nelle cartoline l’immagine della mattanza ricorre ossessivamente dai primi anni del ‘900 fino agli anni ’70, e sugli uomini all’opera nella mattanza si concentra in genere l’obiettivo, mentre in misura minore coglie qualche altra attività della tonnara. Questo contrasta con quelle cartoline dove il paese di Stintino appare come un paesaggio con barche, perché le barche sembrano decorative, non ci sono cartoline che si concentrino sul lavoro dei pescatori.
Complessivamente lo sguardo che emerge dalle cartoline sul paese è uno sguardo esterno, che sceglie e seleziona non a caso, privilegiando alcuni aspetti e lasciandone altri nell’ombra, e questo mostra quanto il libro sia importante come documento, non solo per le cose che ci sono, ma anche per quelle che mancano.
Anche il libro di Diana riporta documenti dello sguardo esterno su Stintino: Antonio Penco, direttore della tonnara, coglie bene i valori, la sobrietà e la laboriosità degli stintinesi, che, com’egli scrive, “utilizzava fin da piccoli” (!), un fatto che le storie orali confermano, con l’aggiunta però della fatica, degli orari estenuanti, di come non c’era mai abbastanza tempo per dormire. Qualche riserva va forse fatta anche sulla felicità del vivere all’Asinara prima della fondazione di Stintino (documenti in Diana, p.63 e sgg.): a quel tempo la vita era dura per tutti, in specie per i più poveri, stupisce ad esempio che nel cimitero di Cala d’Oliva ci siano tanti neonati.
I due libri contengono molto di più di questi pochi cenni a cui io ho fatto riferimento, e sono anche molto diversi fra loro, ma in una cosa sono simili. Lo studioso francese Hughes De Varine, esperto internazionale in materia di musei e sviluppo delle comunità, in un libro dal titolo Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, argomenta in maniera persuasiva sulla necessità di cercare nel passato delle comunità, nei loro saperi e nella loro cultura le risorse per il loro sviluppo e per il loro futuro. Ebbene, ciò che i due libri condividono, e in entrambi viene sottolineato, è quello di e aver dato un contributo all’esplorazione di quelle radici che sono, appunto, le radici del futuro (g. mondardini morelli).

 

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