«Dritto senza rovescio /son le cose, moneta ad una faccia./ Codeste miserie sono i beni/ che il precipite tempo ci concede./ Siamo il nostro ricordo,/ un museo immaginario di mutevoli forme,/ mucchio di specchi rotti». Nel confuso affastellarsi di parole che oggi ci parlano della memoria la poesia e i versi di Borges rischiarano le tenebre e i silenzi delle nostre notti. Sono sillabe di luce che ci dicono dell’evanescenza del presente e dell’argine opposto dalla memoria al fiume del tempo che scorre.
Tra le parole che ricorrono e tracimano nel nostro vocabolario quotidiano, la memoria è una di quelle più usate ed invocate. Abita nello statuto dell’uomo il ricordare, la ricerca di qualcosa che resista all’incessante erosione prodotta dall’oblio, la volontà di essere oltre l’orizzonte effimero del divenire. Oggi tuttavia la memoria sembra essere diventata una necessità sociale, forse perché la diffusa percezione della liquidità della vita contemporanea ci spinge a costruire appigli, radicamenti, ripari e sostegni contro il lento scivolare verso il nulla. A fronte dell’accelerazione della storia e della contrazione dello spazio, per effetto della globalizzazione dei mercati, delle tecnologie e dei linguaggi, la memoria articola il bisogno culturale di dare continuità e legittimità all’identità generazionale e territoriale, di dare senso al rapido e indistinto flusso degli eventi e alla progressiva e pervasiva omologazione dei luoghi.
Alla memoria, alla presentificazione del passato e del vissuto è affidata la sintassi dei legami di appartenenza ad una comunità, quei cardini esistenziali che, stringendo in un nodo inestricabile nomi, generazioni e luoghi, consentono la condivisione di una storia, di un territorio, di una tradizione. Su queste coordinate spaziotemporali si fonda l’idea stessa del paese come una sorta di identità oggettivata in un concreto e delimitato perimetro, entro il quale si racchiude e si dischiude l’universo della vita e lo scenario del mondo.
… La memoria di una città, anche quando appare disarticolata o appannata, resta comunque iscritta nella trama segreta dei fili sottili e impercettibili che connettono il mutamento al tenace ordito delle persistenze e delle permanenze. Alla città visibile si sovrappongono le infinite altre città invisibili vissute, narrate, evocate, immaginate. In questo palinsesto i ricordi individuali diventano tessere di un unico racconto e le storie di vita raccontate costruiscono un mosaico narrativo composito e unitario, attingono ad un passato condiviso, restituiscono del paesaggio fisico e simbolico la forma urbis, il genius loci.
Dentro questa prospettiva, che assume la memoria individuale come parte emersa di quella collettiva e sommersa, frammento evenemenziale della storia di lunga durata, dentro la consapevolezza che la città che abitiamo resta, nonostante tutto, l’unico luogo possibile del nostro umano radicamento nel mondo, dentro questo orizzonte può iscriversi il progetto di ricerca curato da Ninni Ravazza, questa raccolta di voci degli abitanti di San Vito Lo Capo, che nel parlare delle loro vite descrivono e raccontano il loro paese, in una sorta di consustanzialità e di circolarità di uomini, spazi ed eventi.
Questo libro va letto come un atlante di immagini, un repertorio di nomi e soprannomi, un inventario di luoghi e di personaggi, di piccole storie minime, di biografie individuali e familiari che contribuiscono a disegnare una inedita e originale monografia cittadina. Dai racconti e dalle testimonianze affiora un mondo quasi del tutto dissolto, brani di vita contadina e popolare, mestieri scomparsi, infanzie di pene e fatiche. Si ricostruisce certa topografia del paese, percorsi e botteghe, contrade e cortili, interni domestici e rifugi di fortuna.
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Nel lento e segreto itinerario della rimemorazione di vicende private e locali, ciascuno dei testimoni partecipa, in realtà, di quel particolare processo di anamnesi collettiva che, nella dialettica tra selezione e rimozione, produce una compiuta rappresentazione del paese inteso come comunità.
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La pesca rappresentava molto più di un lavoro. Era per alcuni una tradizione familiare, un’iniziazione all’arte del vivere, un tirocinio severo e precoce dettato da necessità economiche ma anche da solide e pratiche pedagogie. Si associava il lavoro a mare con altri mestieri occasionali a terra e si sfruttavano le risorse ittiche con la stessa misura e lungimiranza usata dal contadino sul suo campo. Come direbbe Braudel, bastava al pescatore alzare gli occhi dall’imbarcazione per riuscire a vedere casa sua. Il calendario era strutturato sulle scansioni temporali dei cicli biologici delle specie da catturare. C’era il tempo per le sardine, quello per le boghe, quello per gli sgombri, quello per le seppie. Si pescava con lo specchio, con le nasse, con la lampara, con le reti a maglie diverse. Dentro l’universo della pesca tradizionale hanno sempre convissuto più mestieri, un complesso di pratiche tecnicamente differenti a seconda del pescato da catturare. C’erano i sanvitesi che lavoravano nelle tonnare, nello stabilimento di scapece, altri s’imbarcavano a Trapani su natanti che si spingevano nelle acque tunisine alla ricerca del pesce azzurro.
Nei racconti dei pescatori il mare è anche il luogo delle tempeste e dei naufragi. Lo ricorda Giuseppe Lucido che riferisce di una tragedia avvenuta nel 1938, in cui persero la vita due uomini dell’equipaggio del veliero “Scarfoglio”. Nella memoria di Girolamo Battaglia è invece rimasta impressa la drammatica morte dell’amico imbarcato con lui sul “San Vito”, travolto dai marosi durante una violenta burrasca. Lo stesso è stato spettatore, durante l’ultima guerra, dell’affondamento del bastimento “Marisa”, incagliato nel 1944 nelle acque vicine al porto e mitragliato da un aereo militare americano a bassa quota. In quella occasione rimase uccisa, tra gli altri, una giovane sedicenne di Trapani.
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Se la memoria è il luogo del linguaggio, come c’insegnano i linguisti, i dialetti sono per eccellenza le lingue dei luoghi, sono essi stessi gli spazi elettivi in cui ricercare le radici dell’identità, le ragioni dell’appartenenza. Forse anche per questo alla regressione dei dialetti nel parlato si accompagna nelle città di oggi la proliferazione dei nonluoghi. L’antologia di testimonianze e di storie contenute in questo libro può dunque in qualche modo significare la riappropriazione dei luoghi della memoria e della memoria dei luoghi. Prima di essere spiaggia e stabilimenti balneari, luogo felice di bagnanti e di turisti, San Vito Lo Capo è stata e rimane comunità di uomini che, senza romantiche nostalgie ma anche senza rassegnati oblii, sono impegnati a misurarsi in un libero dialogo con il presente, con la realtà del paese abitato, nella consapevolezza del proprio passato, sentendo di essere, per usare le parole di Mommo Battaglia, «comu i pappagghiuna», ostinati a voler restare vicini alla candela che, nonostante tutto, continua a illuminare e scaldare la loro vita.