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San Vito Lo Capo

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Il mistero dei rematori

di Carmelo Lucania

pesca pesce spadaVolevo andarmene via, starmene un po' al mare. Si può essere uomini del sud e non profumare di mare? È quello che succede a un lucano come me che ogni mattina si sveglia con la sensazione che gli manchi qualcosa.
È la telefonata di Gaetano a salvarmi. Non fa in tempo a dirmi “vieni qualche giorno a Messina da me” che sono già lì. Mi presento con le mie due valigie. Lui le guarda e se la ride, dice che non mi serviranno. E ha ragione. Mentre andiamo verso il porto mi parla in dialetto. “Luntra”, “feluca”, non ci capisco niente. “Gaetà, ma che stai a dì?“Ca stasira piscamu 'u pisci spada”.
L'equipaggio mi prende in simpatia, mi sgridano perché me ne sto immobile. “C'ammu a fari, Cammè?” e mi spiegano che in barca tutti devono fare tutto. Tra cime e nodi faccio del mio meglio ma capisco metà delle cose che mi dicono. Emozioni che non avevo mai neanche immaginato di poter provare mi arrivano di botto tutte insieme. C'è un pazzo (lo chiamano “ntinneri”) sull'albero maestro, alto non so quanti metri, che non stacca gli occhi dal mare e poi grida “lu vitti, pigghjalu!”. È un attimo. Infilzano il pesce, lui resiste, non vedo bene, ho il cuore in gola, poi a un tratto silenzio. Ora galleggia. “Mischinu”.
Lo tirano su lentamente, con rispetto. Sono in tre a sostenerlo, quasi lo abbracciano. Sembra un rito. Sempre lo stesso. Perché di pesce spada se ne pesca uno alla volta.
A fine serata non c'è un muscolo che non mi faccia male, ma Gaetano dice che il meglio deve ancora venire. Infatti non torniamo subito in porto, ci fermiamo in una caletta della riserva marina, nessuno può accedervi a parte loro. E pensare che la gente normale spende tempo e denaro nei villaggi vacanze. I pescatori ora sono allegri, hanno voglia di scherzare. La pesca è stata buona oggi. In un attimo accendono il fuoco e, con una vecchia rete di materasso a mo' di griglia, mettono a cuocere il più piccolo della pescata. Proprio in quel momento mi accorgo che il pescatore più anziano ha lasciato la bisaccia troppo vicino al fuoco. L'afferro alla svelta prima che si bruci e gliela riporto, ma nella fretta di fare bella figura mi ritrovo gattoni sulla sabbia. Tra le risate generali vengo proclamato, a gran voce, eroe della serata. Tanto che qualcuno grida“e bravu Cammelo u Rematuri!”, “u Rematuri u sapi comu abbadari a u focu” gli risponde un altro. Tutti ridono, si guardano con intesa. È chiaro che mi stanno prendendo in giro, eppure quegli“evviva u Rematuri” sembrano onesti, orgogliosi a tal punto che mi imbarazzano. Perché mi chiamano “rematore”? Non faccio in tempo a chiederlo che il pescatore più anziano zittisce tutti, bruscamente. “un si babbìa sui Rematuri”. Sui rematori non si scherza. Nessuno ha più fiatato.

Negli anni seguenti ripensai spesso a quell'episodio. L'effetto che mi fece pensavo dipendesse dall'incredibile esperienza messinese. Eppure non riuscivo a smettere di farmi domande su chi  fossero i rematori e cosa significasse esserlo. Per così tanto tempo ho desiderato trovare le risposte.
Oggi le risposte hanno trovato me.

Due settimane fa mi trovavo a New York, ospite di due amici di mio padre ormai residenti a Brooklyn da più di trent'anni. Per l'occasione essi hanno deciso di dare una cena, invitando anche il nipote con i figli, una signora amica di famiglia e zio Lucio.
A tavola sono subito incuriosito da questo anziano signore che chiamano zio ma che sembra così diverso da tutti loro, da tutti noi. Egli ha una strana luce negli occhi, lontana eppure familiare. È restio a chiacchierare, mi dice solo che anche lui è di origini italiane. Sicily.
Con tutto questo oceano non ti manca il mare?” gli chiedo a bassa voce. Finalmente Lucio mi guarda negli occhi, e sorride. Ho rotto il ghiaccio.
tatuaggioIn un attimo inizia a raccontarmi la sua vita. Il viaggio in nave, la quarantena, la nostalgia dell'Italia.
È contento di rispolverare il suo italiano ma quando non si ricorda qualche parola, imbarazzato, inizia a gesticolare vivacemente. Così a un tratto mi accorgo di un tatuaggio che ha sul braccio. Mi colpisce perché c'è una scritta che non riesco a leggere bene. Aspetto con pazienza la fine della cena per avvicinarmi di più, così, quando Lucio si alza per andare fuori a fumare, insisto per accompagnarlo. Seduto a fianco a lui sulla scalinata del palazzo, accetto la mia prima sigaretta americana. Nel porgermela ho finalmente il tatuaggio sotto agli occhi.
È un po' sbiadito ma non ho nessun dubbio. Dentro un cuore in fiamme trafitto da due remi c'è scritto “Rematori”.
Rematori.
“Chi sono i Rematori?” non riesco a trattenere la domanda. Lucio si rabbuia, non mi guarda più negli occhi, torna a parlare inglese. “If you don't know, don't ask”.
Nei suoi modi bruschi rivedo le parole di quel vecchio pescatore“un si babbìa sui Rematuri”e allora capisco che se voglio delle risposte devo forzare la mano.
Spiego a Lucio che tanti anni fa, proprio nella sua Sicily, un pescatore mi aveva detto la stessa cosa. “That was a brave man. Corragioso uomo” mi risponde secco. Ma ora è tornato a guardarmi. Prendo coraggio. Gli racconto la mia avventura messinese e come ero stato chiamato. “Lucio, chi sono i Rematori?”  è la mia ultima speranza di convincerlo.
Dopo un po' inizia a parlare quasi senza che ce ne accorgiamo. Alcune parole si confondono nel racconto, altre si perdono nella sua traduzione precaria e rotta dall'emozione. Riporto la storia per come la ricordo:

Verso il 1880 a Capocerra (così Lucio ha pronunciato il nome della località) scoppiò un grande incendio durante la messa serale nella piccola chiesa sull'isolotto davanti al paese. Tutti fuggirono prontamente tranne un povero fabbro che non voleva lasciare alle fiamme la statua della Madonna alla quale aveva affidato i suoi fioretti e le speranze di un futuro migliore. La statua, sebbene di legno, era troppo pesante per essere trasportata da una sola persona, nessuno però aveva il coraggio di entrare di nuovo nella chiesa. Ad aiutarlo fu solo il notaio, proprio il più ricco del paese. Insieme riuscirono a trascinare fuori la statua, ma il calore e il fumo che ormai riempivano l'intera isola continuavano ad annerirla e a scioglierne il colore. Il notaio e il fabbro si guardarono e, senza esitazione, si capirono al volo. La statua doveva essere portata via. Subito.
Con un ultimo sforzo la posarono nella barca e remarono fino alla spiaggia. Una volta arrivati, furono acclamati da tutti come gli “eroi rematori” che, da soli, avevano salvato la coscienza di un intero paese. Da quel giorno gli abitanti di Capocerra condussero ogni anno la processione della Madonna per mare, onorando il sacrificio dei suoi coraggiosi compaesani, i soli cui spettò sempre il privilegio di guidare la barca con la statua.

“Quindi i Rematori sono il fabbro e il notaio?” chiedo, interrompendo il suo racconto. Volevo essere sicuro di aver capito bene. Lucio, ancora una volta, mi sorride. “Ma come, no stato tu anche chiamato Rematore? They became much more than just two”. I Rematori divennero molti di più. Seguendo l'esempio del notaio e del fabbro, rimasero al fianco del loro popolo con umiltà e discrezione. La gente sapeva di poter contare su di loro. Sapeva che avrebbero fatto di tutto per loro. E fu proprio questo il problema.

Una notte il ricco mercante del paese costrinse i suoi pescatori a uscire in barca nonostante il temporale. I pescatori sapevano che sarebbe stato più prudente restare in porto ma, non potendo discutere gli ordini, si prepararono a salpare. Percorse poche miglia, si accorsero che non avrebbero potuto proseguire o la corrente li avrebbe trascinati fuori rotta. Il paese, ignaro, dormiva. Ma quelle piccole luci all'orizzonte attirarono l'attenzione di un giovane contadino che diede l'allarme. Subito dopo un gruppo di uomini si ritrovò sulla spiaggia. In un attimo essi portarono le barche in acqua e raggiunsero le lampare in difficoltà. Riuscirono a salvare quasi tutti quella sera, ma per l'imbarcazione più lontana, quella che era partita per prima, non poterono far nulla.
La mattina dopo in paese non si parlava d'altro. Quasi nessuno sapeva cosa fosse successo e le voci che circolavano avevano già il sapore delle leggende. Il ricco mercante accusò dell'accaduto i Rematori. Troppo poveri e affamati per perdere il lavoro, i pescatori sopravvissuti non ebbero il coraggio di dire la verità. I Rematori furono allontanati e dimenticati, e presto di loro non se ne seppe più nulla.

Questo è quanto Lucio ha potuto o voluto dirmi.
Ho cercato di scrivere questa storia più chiaramente possibile, sperando che anche qualcuno di voi ne sappia qualcosa. Allego il mio disegno del tatuaggio di Lucio. So di non essere un gran disegnatore, ma è tutto ciò che ho del mio incontro con lui. Attendo le vostre risposte.


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