Le origini dell’isola di Levanzo risalgono, come per le altre due dell’arcipelago
delle Egadi, Favignana e Marettimo (se non si prende in considerazione lo “scoglio” di
Formica) all’età diluviana.
Né è testimonianza, a detta degli esperti, la grande varietà di
fossili trovati scavando la terra, anche in strati alti.
In quanto al nome dell’Isola, nel tempo, si sono affermante varie
teorie.
Taluni sostengono che derivi dal nome greco Fhorbantia. Altri, dal latino
di Roma, dalla parola Bucinna (ma non se ne vede il nesso!). Altri ancora,
dall’arabo Gazirat al ya bisah (isola arida) o, addirittura, dal nome
che i marinai liguri di Levanto avevano voluto dare all’isola che, nel
periodo rinascimentale, avevano “invaso”.
A me, che ho avuto la fortuna di diventare proprietario, molti anni fa’,
della casetta di pescatori sotto il cui pavimento c’è l’unico
pozzo dal quale, con una secolare leva - LEVA IN SU -, gli abitanti dell’isola
attingevano l’acqua (salmastra) che consentiva loro di dissetarsi, piace
pensare che il nome dell’isola derivi appunto dalla frase “leva
in su”.
Non sarà vero, ma non importa.
Levanzo ha la forma di un triangolo. Il suo “centro storico” si
adagia, a mo’ di presepe, sulla riva di Cala Dogana e sulla sommità si
possono ammirare, ancora oggi, le vestigia di una antica torre di avvistamento
saracena.
Ma quel che più conta, soprattutto per gli appassionati di archeologia, è la
grotta, detta “Del Genovese”, situata sulla costa di sud ovest,
che, da sola, merita un’escursione nell’isola.
Della sua importanza e bellezza, farò alla fine qualche cenno particolare.
Non è da meno, però, per quel che riguarda le attrattive dell’isola,
la sua flora. Infatti, non ostante l’isola non sia ricca di acqua dolce,
vi si possono rinvenire circa 460 tipi di piante, di cui una decina veramente
tipiche del territorio.
Incredibile, ma vero, durante la stagione umida (autunno inoltrato, inverno)
non mancano grossi e saporitissimi funghi.
L’Isola non è grande e questo credo sia un suo pregio. Basti
pensare che il perimetro della costa misura 15 Km. circa e la sua superficie è di
5,82 Km quadrati.
I suoi abitanti, pare, fino ai primi anni del 1800 adibivano ad abitazione
le grotte dell’isola.
Il paese vero e proprio assunse tale sembianza intorno al 1850. Nel 1883 “il
giorno 8 del mese di febbraio, la quinta feria dopo le ceneri, giorno dedicato
nel calendario diocesano a S. Giovanni De Matha”, come ricorda il Sacerdote
Mario Zinnanti, primo regio cappellano curato e rettore della real Chiesa
parrocchiale dell’isola di Marettimo, venne benedetta la Chiesa di Levanzo,
in mezzo all’abitato. Prima di allora ne esisteva una, situata sull’altopiano,
in un magazzino del Barone Pallavicino, per il quale questi percepiva un affitto
dal Governo.
Ma veniamo ai nostri giorni.
L’isola non è dotata di una struttura turistica alberghiera
di rilievo. Vi sono due soli alberghi con poche camere e una discreta quantità di
case di pescatori che, nella bella stagione, vengono affittate ai turisti.
Sia i due alberghetti che le case sono, però, molto piacevoli e lindi.
Vi si mangia, godendo panorami di mare di incomparabile bellezza, in maniera
splendida e i prezzi praticati sono assai accattivanti. I primi piatti di
formidabile pasta asciutta, il pesce incredibilmente fresco e saporito e,
dulcis in fundo, l’ottimo vino locale o dei vigneti del trapanese, possono
allietare in modo veramente indimenticabile il soggiorno sull’isola.
I collegamenti con la terra ferma (Trapani) e le atre isole sono eccellenti,
sia con navi che con aliscafi, questi ultimi modernissimi e velocissimi.
Il mare che circonda l’isola, molto pulito, è di un azzurro
assai intenso, quasi bleu, e in certe zone (cala dogana, cala minnola) addirittura
di color smeraldo.
La natura e la sua tipica vegetazione mediterranea incantano.
La gente, in prevalenza pescatori, è di indole assai pacifica, quasi
indolente. Ma vive in grande semplicità e ha un approccio molto facile
ed umano con i turisti, tant’è che, molti, una volta messo piede
sull’isola, non hanno più smesso di frequentarla o, addirittura,
hanno cercato di accasarvisi.
E, come se tutto questo non bastasse, Levanzo è l’isola della
quiete e del silenzio.
Cosa si può volere più dalla vita?
E infine, la grotta del Genovese.
A detta di chi se ne intende, pare essa sia una delle più importanti
al mondo e, probabilmente, la più interessante del nostro Paese. La
sua scoperta, casuale, risale al 1949, ad opera di cacciatori. Ma gli studi
e le ricerche sulle figure, graffiti e pitture, furono ultimati nel 1953,
con l’intervento di un noto paleontologo, il Prof. Paolo Graziosi, e
con la collaborazione della Soprintendenza alle Antichità di Palermo.
Le figure rappresentate sulle pareti della grotta (nella foto a destra),
cui si accede attraverso uno stretto cunicolo, risalgono, in quanto ai graffiti,
alla fine del Paleolitico superiore, in quanto alle pitture, al periodo Neolitico.
Insomma, ballano circa 12 mila anni!
Le figure sono complessivamente trentatré e rappresentano animali
(cervi, bovini, equidi, un felino) ed esseri umani abbozzati in forma primitiva.
Quelle del Paleolitico, sebbene precedenti, sono più “evolute” rispetto
a quelle del Neolitico, apparendo queste ultime meno naturalistiche e più elementari.
Quasi tutte sono eseguite di profilo e la più interessante è quella
che ritrae un cerbiatto. Vi è anche una figura che pare possa rappresentare
un tonno o un delfino.
La grotta era quasi sicuramente adibita ad abitazione. Vi sono stati ritrovati,
infatti a conferma di ciò, resti di cibo, che non escludono però che
la stessa potesse essere luogo di celebrazione di una qualche sorta di rito
propiziatorio.
L'autore
Il dott. Benito Marino, trapanese, pubblicista ed affermato professionista,
vive a Milano. Abile ed appassionato diportista nautico, profondamente
legato alla sua terra natia, non perde occasione per venire in Sicilia
e solcare l'azzurro Mar Mediterraneo.