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Quella notte, quando incontrai il San Pietro a soli 3 o 4 metri di profondità,
avevo il 90 mm macro. Quando vidi quello strano pesce rimasi letteralmente stregato
dalle sue forme straordinarie e provai a scattare qualche immagine con ciò
di cui disponevo. Cercai di sfruttare l’attrezzatura nel modo migliore,
realizzando un primo piano carino del pesce, di profilo, che ancora conservo.
Ma per il resto non ottenni grandi foto; iniziai però il mio rapporto,
che ancora oggi va avanti, con uno dei miei soggetti preferiti, un pesce al
quale ho dedicato gran parte della mia carriera di fotografo subacqueo naturalista,
specializzato e appassionato di pesci, in particolare mediterranei (quelli meno
fotografati e meno conosciuti).
Oggi il pesce San Pietro è diventato un caro amico e nuotargli accanto
è un’emozione che ogni volta si rinnova. Ogni anno aspetto dicembre
o al massimo i primi di gennaio per cominciare a sbirciare tra le ramificazioni
di Paramuricea clavata dei fondali di Scilla, località che segna il confine
nord dello stretto sul Tirreno. Le gorgonie di Scilla ricoprono grandi agglomerati
di roccia, tra i 60 e i 30 metri di profondità, e rappresentano un ambiente
perfetto per questi pesci, creando un vero e proprio bosco sommerso; con l’abbassarsi
della temperatura dell’acqua e l’approssimarsi dei 14° C, gli
zeidi risalgono dalle grandi profondità e si avvicinano alla costa. Fotografarlo con la luce del sole è sicuramente più complicato,
avendo a che fare con una maggiore reattività dell’animale, ma
gli sfondi blu della superficie nelle belle giornate creano un valido contrasto,
in una bella immagine, con il giallo dorato della livrea; i disegni a linee
longitudinali brune, che corrono dal capo alla coda allargandosi intorno alla
caratteristica macchia nera posta al centro dei fianchi, sono inoltre molto
più evidenti (di notte la livrea potrebbe apparire slavata). Fotografando
e rifotografando più volte questi pesci ho imparato a conoscere molte
delle loro abitudini più comuni e ad osservarli mentre si nutrono o quando
dormono. Raramente ho avuto anche occasione di vederli in azioni di caccia,
a dir poco esaltanti. Volendo descrivere le caratteristiche morfologiche di un pesce San Pietro,
dopo gli anni di ripetuti contatti, procederei come di seguito. Con corpo ovale,
compresso lateralmente e coperto di squame piccolissime, ha una linea laterale
evidente che presenta un'ampia curva in alto. Il profilo anteriore è
obliquo e la testa è relativamente grossa, con occhi non molto grandi
posti vicino il margine superiore. Le aperture nasali sono vicine tra loro e
la bocca è tagliata obliquamente, con mandibole prominenti e una protuberanza
sotto la sinfisi. Molte le spine sparse sul corpo: sul muso, sulla nuca e sul
margine preopercolare. Vi è una spina scapolare vicino all'estremità
superiore dell'apertura branchiale e una omerale, al disotto della base della
pettorale. La pinna anale ha una porzione anteriore a raggi spinosi, che è praticamente indipendente, specialmente nei giovani. Alla base della porzione molle della dorsale e dell'anale vi sono, su ogni lato, una serie di placche ossee con spine biforcute alla base, variabili sia come numero sia come grandezza, talvolta anche sui due lati nel medesimo esemplare. La coda è ampia, spatolata e col margine posteriore arrotondato. Le pinne pettorali sono invece piccole e a ventaglio, mentre le ventrali sono molto lunghe e inserite poco innanzi alle pettorali. La colorazione è giallastra su base grigio argentea, con fasce più scure e con una macchia nerastra al centro dei fianchi, bordata da un alone biancastro. Il pesce San Pietro frequenta abitualmente fondali fangosi tra i 100 e i 300 metri di profondità, ma ama risalire a quote modeste durante la stagione fredda, frequentando in tal caso ogni tipo di fondale. Le uova sono galleggianti e planctoniche e si aprono quasi sempre in profondità. Le forme larvali sono planctoniche, mentre gli stadi giovanili divengono bentonici. Uno degli incontri più emozionanti è proprio quello con le forme giovanili: su fondi fangosi mi è capitato, molto di rado, di osservare e fotografare esemplari grandi non più di una moneta da 20 centesimi, vere e proprie miniature degli adulti ma con colori invertiti, variabili tra il giallo e il marrone. Che dire: ogni incontro con un nuovo pesce di questa specie è sempre una novità e il fatto di aver scattato oltre mille immagini di Zeus faber mi ha dato la possibilità, attraverso la fotografia e l’osservazione diretta in natura e poi a casa, con l’analisi attenta delle foto, di carpire molte cose che nessun libro finora aveva saputo offrirmi. Sarebbero necessarie ancora molte righe per poter descrivere questa grande esperienza di vita, ma credo che il lettore possa già afferrare, con quanto presentato in questo spazio, il messaggio che ho voluto dare. Vivere il mare intensamente e con coscienza, al giorno d’oggi, credo sia la cosa più bella che ognuno di noi possa fare per conoscere e tutelare la vita sulla terra, ultimamente dimenticata da quella specie sovrana che qualcuno ha chiamato Homo sapiens sapiens!
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