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“La pesca tra ambiente e società”, da San Vito lo Capo riflessioni sull’attività in Sicilia e sul futuro del settore

di Ninni Ravazza


Recentemente si è tenuto ad Agrigento un convegno regionale sul tema “Ripensare la pesca in Sicilia tra ambiente e sostenibilita’”. In margine ai lavori, ai quali in rappresentanza della marineria di San Vito lo Capo ha partecipato l’assessore comunale alla Pesca Giacomo Pappalardo, si impongono alcune riflessioni.
Il tema affrontato è di primaria importanza per il futuro del settore: “come” rivisitare l’attività di pesca alla luce delle esigenze di salvaguardia ambientale e sostenibilità. Però prima ancora del “come” ci dobbiamo porre il problema del “chi” gestirà questa rivoluzione che prima ancora che tecnica dovrà essere culturale.


La crisi della pesca oggi non è solo quella che nasce dall’impoverimento dei mari, dalla riduzione del reddito, ma è anche e soprattutto una crisi di ricambio generazionale: sono sempre di meno i giovani che scelgono questo mestiere duro eppure meraviglioso, forse l’ultima frontiera romantica in un mondo che lascia sempre meno spazio all’uomo nella sua dimensione naturale. Allo stato attuale si rischia che fra dieci, quindici anni non sarà più possibile armare una barca, soprattutto nel settore della piccola pesca.
I giovani hanno paura di intraprendere il mestiere del padre, del nonno, spesso di intere generazioni del passato, perché non intravedono un futuro che possa offrire loro un minimo di serenità economica.


Gli anziani pescatori si stanno preparando alla pensione, e un allarmante segnale è costituito dalle numerose richieste di demolizione dei natanti: dopo di loro chi vorrà perpetuare la tradizione familiare, seguire le orme dei tanti pescatori che hanno contribuito a fare la storia, l’economia, la cultura della nostra terra? Quale futuro possiamo promettere ai giovani che vorrebbero continuare a praticare l’attività di pesca, a fronte degli enormi problemi che travagliano il settore, ultimo dei quali – è notizia recente – il superamento del consumo dei prodotti dell’itticoltura rispetto al pesce di mare?
Per anni le Istituzioni hanno promesso interventi in favore dei pescatori, come nel caso della mucillagine, dello stato di calamità naturale in occasione di eventi straordinari come il maltempo dei mesi da dicembre a marzo, dei contributi per i fermi tecnici ed emergenziali; a queste promesse spesso non hanno fatto seguito fatti concreti, oppure le lungaggini burocratiche hanno dilatato all’inverosimile i tempi della liquidazione delle somme stanziate. Come si fa, in queste condizioni, a convincere un giovane che quella di fare il pescatore sia la scelta giusta? Quando si registrano tre mesi di continuo maltempo l’operatore della piccola pesca non si pone il problema di come finire il mese, ma di come iniziarlo!
I lavoratori del mare – in particolare quelli addetti alla piccola pesca - non possono contare sugli ammortizzatori sociali che in qualche modo rendono meno grave la crisi in altri settori.

Le istituzioni sono spesso assenti, o nel migliore dei casi disattente. Una prospettiva di futuro si può assicurare solo dando seguito alle promesse, applicando le leggi, studiando correttivi e meccanismi che possano concretamente aiutare la marineria da pesca.
Ecco perché ancor prima del “cosa” fare pare opportuno chiedere “chi” farà quelle cose.
Detto questo, nell’ottica del rispetto dell’ambiente e della sostenibilità è giusto che anche i pescatori facciano un’autocritica: il mare non è una riserva di caccia inesauribile da sfruttare senza limitazioni spesso distruggendo le praterie di posidonia indispensabili per la vita marina, né può essere una pattumiera ove gettare di tutto, dalle bottiglie di vetro ai cavi d’acciaio; per tanti anni la Natura ha sopportato le offese, ma oggi non è più in grado di farlo. Un tempo non c’erano radar, Gps, verricelli idraulici, motori potentissimi, si pescava sui bassi fondali, i posti più ricchi non sempre si ritrovavano, e c’era il ricambio di pesce. Oggi i fondali marini non hanno più segreti e si possono aggredire quasi senza ostacoli: è indispensabile dunque autolimitare l’intervento dell’uomo per evitare disastri irreparabili. Una pesca selettiva appare indispensabile, per non oltraggiare il mare e anche per ottenere il massimo guadagno con un minore sforzo di pesca: in questo senso si muove la Comunità Europea.


Accanto alla salvaguardia dell’ambiente ed al sostegno del reddito, c’è un altro aspetto da non trascurare, intimamente legato alla “sostenibilità” dell’attività di pesca: la tutela della “memoria” della marineria, in quanto stratificazione di tradizioni, saperi empirici, conoscenze personali che diventano patrimonio di intere comunità. E’ possibile coniugare tutte queste esigenze?
Probabilmente i tempi sono maturi per avviare tutti insieme un cammino che assicuri un futuro al comparto e permetta a quella che gli studiosi chiamano la “cultura del mare” di non scomparire. L’espandersi della “pesca – turismo” potrebbe giocare un ruolo fondamentale: intrattenere i clienti/turisti, farli partecipare alle attività tradizionali di pesca, comunicare loro la sapienza tramandatasi di generazione in generazione, contribuirà certamente a mantenere vive le tradizioni e a non fare perdere l’insieme di saperi empirici che consituiscono la cultura materiale ed immateriale di una categoria di lavoratori il cui rapporto con l’ambiente di lavoro, con le tecniche e con le relazioni interpersonali è rimasto pressoché immutato per secoli.
La pesca – turismo inoltre può assicurare quel guadagno aggiuntivo, il plusvalore che da una parte ammortizza il mancato guadagno per la diminuzione del pescato e dall’altro alleggerisce la pressione antropica sull’ambiente anche per la necessità di rispettare le esigenze dei turisti (esigenze anche ecologiche, essendo il rispetto dell’ambiente particolarmente avvertito da chi sceglie di praticare questa speciale forma di turismo nautico/antropologico).
Alle Istituzioni si chiede di fare la loro parte senza roboanti proclami, magari con meno promesse ma che siano poi mantenute, solo così si potrà avere la speranza di non vedere morire questo lavoro così bello da avere ispirato alcune delle più famose pagine della letteratura (per tutti valga “Il vecchio e il mare” di Hemingway).


Ricordiamo le parole di un anziano pescatore scomparso qualche anno addietro, intervistato per un libro che uscirà a breve: Luigi Flores quarant’anni fa pensava che “i pesci a San Vito non sarebbero finiti mai”; nello stesso libro, che ripercorre la memoria della marineria sanvitese, un altro pescatore non più giovane oggi si rammarica che “il mare è stato distrutto” (v. “Il mare e lo specchio. San Vito lo Capo, memorie dal Mediterraneo”, di Ninni Ravazza, Magenes, Milano, in press).






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