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IL MARE E LA MEMORIA CONDIVISA Il bel libro di Girolamo Lo verso “Il mare dentro. Dentro il mare” (Magenes editore) tra le altre cose propone in chiave psicanalitica (l’autore è professore ordinario all’Università di Palermo) la “memoria non condivisa” fra soggetti che (nella fattispecie) in mare hanno vissuto la medesima esperienza. Ciascuno ricorderà lo stesso avvenimento alla luce delle proprie sensazioni, delle emozioni, del maggiore o minore gradimento del “vissuto”. E’ capitato al prof. Lo Verso di sentirsi accreditare di mirabolanti immersioni profondissime – in realtà mai fatte – dagli stessi pescatori che lo accompagnavano a mare; la stessa cosa è accaduta a me con alcuni amici marinai che ricordano “benissimo” quando tanti anni fa uscendo con la loro barca ho effettuato quelle straordinarie catture in apnea mentre mio padre si immergeva con le bombole: mai pescato quelle prede in apnea, e mai mio padre si è immerso con le bombole. Il tempo e la memoria filtrano i ricordi a volte stravolgendoli, sovente deformandoli. Gli stessi avvenimenti riportati da me e da Lo Verso nei nostri libri non sempre coincidono nei dettagli. Ho avuto il piacere nei giorni scorsi di uscire in barca e immergermi con Cristina Freghieri, subacquea altofondalista e scrittrice (“Nell’anima del relitto” e “HMS Thunderbolt”, entrambi editi da Magens, solo per ricordare gli ultimi libri); una esperienza per me nuova perché ben di rado ho accettato un compagno in immersione. E’ stata una bella giornata, e nell’occasione Cristina ha fatto anche diverse fotografie sub.
IMMERSIONE CON UNA SIRENA Oggi però è diverso. E’ venuta a trovarmi Cristina, amica e altofondalista, scrittrice e fotografa subacquea; era già stata in barca con me ma mai sott’acqua, e le avevo promesso di portarla a fotografare il corallo che vive sulle falesie sommerse di San Vito lo Capo. Una conferenza in zona è stata l’occasione per vederci e mantenere quella promessa. Sono molto contento, Cris è una cara ragazza, è bello parlare con lei e nei suoi occhi si riflette il mare che riempie buona parte del suo cuore. E poi, non mi sono mai immerso con una donna. La sera cena a base di cous cous, la mattina colazione con fette biscottate e marmellata di ciliegie, poi finalmente si va a mare; in effetti ci presentiamo al porto dove ci aspetta Raimondo con qualche minuto di ritardo, non avevo ben calcolato le esigenze di una (bella) donna prima di uscire da casa, foss’anche solo per trasferirsi in barca. Per un uomo è semplice, un pantaloncino, una maglietta, una ravviata ai capelli e via; per una donna no, e chi è solito avere compagnie femminili in barca lo sa benissimo. Preferisco non pensare ad una ciurma di tonnaroti, o a una barca di corallari, fermi in banchina ad aspettare la donna-sub! Cristina si è portata da Milano il minimo indispensabile: Gav e staffa per il bibo, muta ed erogatori, tutto il resto glielo darò io; fuori dal porto la prima brutta sorpresa: c’è vento di ponente e non possiamo andare sugli orli del corallo. Pazienza, andiamo a levante dove ci sono un paio di belle secche. Per strada la seconda sorpresa, e non è bella neppure questa: la staffa del Gav non si adatta al mio bibo e gli erogatori di Cristina hanno l’attacco DIN che non va bene sulle bombole. Io di questi problemi non ne ho: non uso il Gav né lo userò mai, e i miei erogatori sono ottimi, sicuri, ma di quelli con la staffa semplice, a vite. Ogni attrezzo complicato a mare rischia di creare problemi, come sta giusto accadendo, e con l’abitudine si finisce per dimenticare come si andava sott’acqua una volta: pinne bombole erogatori maschera muta e piombi. E basta. Per non rifiutare del tutto il nuovo che avanza da un paio di anni uso anche il computer per calcolare la deco, ma saprei benissimo farne a meno; l’unica cosa a cui non rinuncio è il secondo erogatore (o il terzo se vado giù fondo col tribombola), e ancora oggi mi vengono i brividi nel pensare a quando mi immergevo, giovane e senza esperienza, con il solo mitico Aquilon. E’ la volta del Gav: la staffa non si può montare sul bibo? Raimondo lo lega alle bombole così stretto che i due attrezzi sembrano costruiti insieme. Risolto anche questo, ora Cristina mi può accompagnare sott’acqua. Cominciamo la vestizione. Lascio iniziare Cristina perché io ci metto pochissimi minuti e non voglio sudare aspettandola; quando siamo entrambi pronti mi tuffo e la attendo in superficie. Avanzo lentamente girandomi in continuazione per controllare l’immersione di Cris ma com’era scontato tutto va benissimo; scendiamo lungo una parete che ci porta a circa 25 metri, l’acqua non è limpidissima (secondo i parametri di questa zona) ma più che accettabile, Cristina scatta le prime foto. C’è molta femminilità anche nel suo nuoto, non saprei spiegare questa sensazione ma guardandola non posso fare a meno di pensarlo. Un’ancora “ammiragliato” semisepolta dalla sabbia a 27 metri, proprio sotto una tettoia di roccia con delle vecchie reti afferrate tanti anni fa, si presta per una serie di foto con me sopra e accanto; la mia amica è a suo agio e non ci sono problemi per capirci al volo, mi posiziono dove desidera lei per fotografare; proseguiamo e una seconda ancora a quattro marre, in piedi, fa da scenario ad altre belle fotografie. Sono le ancore della tonnara che fino al 1979 veniva calata qui nel golfo del Secco. Io nuoto qualche metro avanti e mi fermo spesso a guardare cosa fa Cristina, quando scorgo qualcosa di interessante gliela mostro. Non c’è alcuna preoccupazione, lei sott’acqua si muove a suo completo agio. Tutto intorno piccoli pesci si danno da fare per mangiare i microscopici organismi smossi dalle nostre pinne, ci sono anche alcuni saraghi che la consuetudine con i sub dei diving ha reso spavaldi e che si avvicinano quasi a portata di mano. Li indico a Cristina che non essendo una cacciatrice non è abituata a cercare i pesci sia pure con lo sguardo. Facciamo altre foto e intanto è arrivato il momento di iniziare la risalita lungo le pareti della secca; il computer ci dice che siamo ancora in curva di sicurezza, non avremo bisogno di decompressione. Mentre risaliamo lentamente sopra di noi scorgiamo i sub del canotto appesi all’ancora fermi a 3 metri, sembrano un grappolo di banane. Una serie di piccoli colpi come di tosse mi avvertono che Cristina ha problemi col Gav, mi avvicino e mi segnala che la frusta va in erogazione continua e per questo deve scaricare aria senza smettere, comunque riesce a gestire la situazione e continuiamo la risalita lungo il filo del pallone. Avevo detto a Raimondo che saremmo stati giù il tempo giusto per non fare la decompressione, e così ci aspetta nei pressi del pallone senza calarci la sagola zavorrata che uso quando devo fermarmi alle quote deco. Cristina è un po’ troppo leggera e tende ad andare a galla, le prendo la mano e pinneggiando a testa in giù riesco a bloccarne la risalita, è pur sempre meglio fermarci qualche minuto fra i sei ed i tre metri, così, giusto per sicurezza. Ora siamo vicinissimi, la guardo in volto e attraverso la maschera vedo i suoi occhi sottolineati dal trucco: ora capisco il ritardo della mattina! mi sembra così strano vedere sott’acqua una donna con l’ombretto. L’avevo detto che anche sotto la superficie la mia amica era piena di femminilità! Capisco che vogliono solo essere gentili e mi sforzo di fargli capire che è tutto ok, ma loro continuano a proporsi come aiuto. Grazie ragazzi, sarà per un’altra volta. ----------------------------------------- La grande palla rossa del pianeta sole, scivola rapidamente dal cielo oltre il confine dell’orizzonte, calandosi nell’infinito del mare. Spegne il suo calore nelle tiepide acque dell’imbrunire. Meno di un minuto e il tramonto inizia il suo regale spettacolo, comunicando un saluto misterioso. L’aereo decolla lasciando le mie emozioni nei contorni di questo paesaggio dove terra e mare si fondono tutt’uno. Avevo ricevuto l’invito da Ninni Ravazza per scendere in acqua con lui, diversi mesi fa. L’emozione era stata così grande che non ci credevo. Sapevo bene che sono state poche le persone cui Ninni ha permesso di scendere in acqua con lui, e il suo accondiscendere a questo tuffo insieme si è trasformato in fretta, in un “bisogno” di ricevere questo regalo. Così quella domenica mattina, mi ritrovo a seguire Ninni sul molo, per raggiungere la sua barca. Ad aspettarci c’è il suo fidato amico Raimondo, una persona speciale, suo barcaiolo e compagno di grandi avventure. Tutto è a bordo, bombole e quanto serve per organizzare il tuffo. Essere sulla barca di Ninni è un privilegio, ma immergermi con lui e confrontarmi con la sua esperienza è adir poco disarmante. Aperto il borsone subacqueo e recuperati i bibo nel gavone di poppa, realizzo che la mia attrezzatura non è compatibile con le bombole di un corallaro. L’acqua blu trasparente ci inonda e ci avvolge. Osservando Ninni mi vergogno di usare il gav. “Ma come” dico a me stessa, “nell’era del rebreather, lui pinneggia come fosse in piscina con le sole bombole sulle spalle. Niente gav, niente muta, niente oggetti da viaggio…” Non so bene se sentirmi sul pianeta Marte oppure registrare di avere perso qualche cosa. Il viaggio nel blu del nostro mare Mediterraneo è un viaggio nell’emozione. Curioso, due storie di vita sommersa eppure uno stesso linguaggio. Nel blu le tensioni si sciolgono e a mano a mano che risaliamo giochiamo con i pesci. Terminata l’immersione lasciamo il fondo per raggiungere la catena dell’ancora. “Tranquilla” trasmette Ninni con lo sguardo. Nessun problema non abbiamo vissuto un’immersione a rischio per una risalita veloce nell’ultima sosta deco, ma la mente, abituata a lasciare il sommerso con discrezione, mi impedisce di salire veloce nell’ultima tappa. Ninni mi guarda attento attraverso la maschera. Niente di meglio per sentirsi in difetto. Anni di vita sommersa e quando doveva capitarmi uno stupido problema? Ora, in acqua con un corallaro che conosce il mare nelle parole mai scritte. Emergiamo con Raimondo che sembra volare sull’acqua per aiutarci. Afferra la mia macchina fotografica e mi consola. Ha capito il mio disagio e chiede se l’immersione mi è piaciuta. Sono felice anche di questo confronto che mi farà pensare a chissà quali cose. Vedremo, nel frattempo realizzo di essere moto fortunata ad aver vissuto un’esperienza che arricchirà il mio bagaglio sommerso.L’aereo sta virando a sinistra e il mare sembra diventare il mio cielo. La terra si disperde nel contorno del mare che si fonde sempre più in fretta con l’intenso viola di un tramonto che si sta consumando. Ciao mare, domani mi mancherai. Grazie Ninni, grazie Raimondo.
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