Gli ultimi Rais

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Dedicato alla memoria del Rais Gioacchino Cataldo.

 

In un tardo pomeriggio d’estate arrivo sudatissimo e trafelato alla Sala consiliare del Comune di Stintino. Per non andare al mare in una giornata come questa ci vuole davvero una buona ragione e io ne ho addirittura una anche per lavorare. Viene infatti presentato un volume sulla storia di Agostino Diana, ultimo Rais della tonnara di Stintino, e come se non bastasse, il Sindaco, Antonio Diana (nipote del Rais), conferisce la cittadinanza onoraria a Gioacchino Cataldo, ultimo Rais di una delle tonnare piu grandi del Mediterraneo, Favignana.

Entro dentro la stanza e sistemo le mie cose, accendo il registratore e la videocamera, provo un po’ tutto e poi do un’occhiata al programma. Ci sono diverse cose in menù e quelle migliori vengono come sempre alla fine, va bene lo stesso.
Mentre aspetto vedo le persone che accorrono e non posso fare a meno che notare i due Rais. Zio Agostino è in platea, taciturno, emozionato, vestito con polo e pantaloni sobri ma eleganti. Gioacchino Cataldo non lo conosco, ma è la prima persona che si nota quando si entra nella sala. Seduto al banco dei relatori, pelle abbronzata e volto scavato dal sole, barba lunga brizzolata, camicia in stile hawaiano aperta generosamente e catena d’oro possente che porta come ciondolo un sacro cuore di madreperla e oro.
La conferenza inizia e si parla di tempi passati, tonnare, Ràis, cultura. Tante parole scorrono, e i due uomini stanno a sentire, alcune cose le potrebbero raccontare anche loro, per altre riderebbero ma non lo fanno per cortesia.
La sensazione che ho, guardando l’uno e poi l’altro, cosi diversi nel loro aspetto e nei loro modi, è che entrambi siano due pesci fuor d’acqua, o due tonni nei corridoi di una tonnara.
Ràis, non Raìs, capi. Li guardo e la mia mente non può che immaginarli nel loro ambiente naturale, ripensando ad una delle ultime mattanze a cui ho avuto la fortuna di assistere. Quel giorno cosi come tante altre volte, non era stata facile e fino all’ultimo pareva che la mattanza non ci sarebbe stata. Erano circa le dodici quando il Rais, fino ad allora pensieroso e scuro in volto, sembrava aver deciso. Due ore prima con lo specchio aveva visto che gran parte dei tonni, compresi alcuni molto grossi, erano molto dietro e c’era il rischio che non entrassero nel corpu. L’uomo con il volto scolpito dal sole e dal mare che i padroni avevano scelto come arbitro di quella millenaria contesa fra uomini e tonni, era li sulla sua muciara, lontano dai discorsi dei tonnaroti che aspettavano oziosi. Nel suo silenzio pensava, pregava, studiava per prendere quella decisione a cui era chiamato, come le tante generazioni di rais che lo avevano preceduto , era li da solo a decidere, e da solo avrebbe dovuto rispondere delle conseguenze.
Non poteva permettersi di rinviare la mattanza ancora una volta, e tantomeno che questa non fosse all’altezza del suo nome. Il popolo dei tonnaroti era stato costretto a casa per via del forte maestrale, ora voleva sentire quell’urlo che carica di adrenalina uomini segnati dal sole e dal mare, vissuti appreso alle stagioni del tonno, seguendo il lento declino del gigante rosso e la chiusura di tutte le tonnare del Mediterraneo. Le tonnare di Carloforte, isola piana e porto paglia, sono l’ultimo esempio vivente di una civiltà millenaria, di cui si hanno testimonianze fin da epoca fenicia, perfezionata e standardizzata dai Greci e dagli Arabi.
Il tonno per le comunità del mediterraneo, era fino a pochi decenni fà una fonte principale dell’economia, in passato lo era in maniera decisiva, e qui a Carloforte lo sanno bene. Ora è un business per pochi, destinato ai mercati di Tokyo dove si trasformano in cifre da capogiro. Ma per gli uomini del Rais, non è cosi. Per loro il tonno è ancora il pane, il salario, carne da dissalare per l’inverno, proprio come il maiale per le civiltà contadine. Non si butta via niente del tonno, comprese le gole, il cuore, lo stomaco, le uova o la lattanza ma anche le code, che si fanno essiccare per farne delle scope. Ma il tonno è anche una sorta di totem sacro per questi uomini di mare. Ne hanno un profondo rispetto e timore, anche se quando è nella camera nessuno si tira indietro, è l’istinto dell’uomo animale, di chi sa che solo cosi può sopravvivere. Guardando la fierezza di questi pesci, che esprimono in natura l’evoluzione perfetta in ambito acquatico, con il nuoto più performante in base alle energie spese, una velocità incredibile (80 km/h), una potenza devastante, che ci pochi pescatori che hanno avuto a che fare con un gigante da 300-400 chili sanno cosa significa.

Guardando il Rais Cataldo, che ho proprio davanti a me, provo quasi un sentimento di amarezza, come quando mi capita di vedere un animale selvatico in gabbia, che perde parte della sua fierezza quando viene tolto dal suo habitat naturale. Cataldo non è fatto per stare là, al chiuso, a parlare in un salotto borghese. Affianco a me c’è Ninni Ravazza, scrittore e persona che ha lavorato per oltre 25 anni in tonnara come sommozzatore, anche lui è un nostalgico, a volte si intristisce pensando a quel mondo che non c’è più, ma per fortuna continua a scrivere e a renderne memoria, di cui forse “Diario di Tonnara” è uno di quelli che riscuote maggiori consensi. E’ lo stesso Ravazza che mette legna al fuoco della serata, per dieci minuti che resteranno indelebili nella mia memoria. Lo scrittore parla di quella civiltà del tonno, di come fosse unica anche se a miglia e miglia di distanza, e poi inaspettatamente, rivolge una domanda al Rais Cataldo, chiedendogli cosa si prova ad avere la consapevolezza di essere gli ultimi testimoni di una società che non esiste più.
Cataldo si scuote dal torpore, si avvicina al microfono, sgrana gli occhi e si rivolge a tutti i presenti con una voce possente e un timbro deciso, in cui viene fuori tutto lo spirito del Ràis.
Le sue prime parole sono di ringraziamento per gli ospiti e di saluto per il rais Diana, poi continua cosi:
“Stasera, come altre volte ho sentito parlare di tonni e tonnare. Io, credo di poter dire di essere uno di famiglia di tonnara, uno che ha vissuto la sua vita e nei racconti dei miei padri in questo ambiente. Potrei dirvi che la storia siamo noi, con oltre nove secoli di tradizione. Quando si parla di tonnara in questi incontri viene sempre fuori un elemento, il sangue, che dà fastidio. Il sangue c’è, e nessuno lo nega, ma la tonnara non è uno spettacolo di sangue, la tonnara è vita.
Il sangue c’è perché il tonno ne ha molto, a differenza di altri pesci. Sarebbe lo stesso per una alborella pescata in un lago, infatti quando si dimena non è certo perché sia contenta di essere stata presa, solo che non ha il sangue che ha il tonno.
Un giorno, mi trovavo a Roma, durante una manifestazione di animalisti. C’era il WWF con il suo presidente e io “pescavo da solo” – si mette male dicevo fra me e me. Ad un certo punto un ragazzo di una scuola superiore mi fece una domanda: “Ràis, ha mai visto piangere un tonno?” Domanda cattiva… guardo quel ragazzo con il mio sguardo pungente e gli dico: “No, però ho visto piangere i miei figli quando una pasqua mi chiedevano l’uovo e io non ho potuto comprarglielo. Il Ràis finisce la frase tradendo una visibile emozione, propria di chi racconta pezzi di vita vissuta. Poi si ricompone e ribadisce: “Il tonno è vita”.

Cataldo chiama allora il suo collega perché dica qualcosa, e vista la riluttanza di Agostino Diana, si alza e lo và a prendere fisicamente, lo abbraccia, è quasi la metà del gigante di Favignana, gli chiede di dire qualcosa ma il Rais di Stintino non è uomo da palcoscenico, per cui riesce a dire poche parole in cui la più significativa è grazie. Gioacchino Cataldo riprende la parola e dice con fierezza: “Noi non siamo pescatori di pesci, siamo pescatori di tonni!” Il pescatore di pesci mette le lenze più fine possibili per ingannare i pesci, il pescatore di tonni le mette le piu grandi possibili per fare in maniera che i tonni entrino nella tonnara, questa è la differenza”, dice il Ràis.

“La Tonnara è finita non perché i tonni sono diventati furbi o intelligenti ma perché ci sono uomini che sono più stupidi dei tonni, che con le tonnare volanti, con gli aerei, la tecnologia, li cercano e li trovano dovunque, uccidendoli senza rispetto. In una tonnara si pesca un mese all’anno e il resto del tempo si prepara l’altra stagione che verrà, era una pesca a misura di uomo e della civiltà che il tonno, nei secoli aveva creato. Questa pesca indiscriminata e senza regole ha distrutto il tonno e la civiltà del tonno, ma non la cultura, la storia e la tradizione, che rimarrà per sempre”.

Dopo qualche minuto viene nominato cittadino onorario di Stintino, lui ne è fiero e si tiene stretto affianco il Rais Diana. E’ forse una delle poche occasioni in cui due Ràis stanno affianco. In Tonnara non sarebbe stato cosi, c’era un solo capo, un solo Ràis. Quando per ragioni di anzianità veniva sostituito, andava via e basta, non c’era un periodo di apprendistato per il successore.
Un solo Ràis, centinaia di uomini, migliaia di famiglie da sfamare, tutto nelle mani e nella testa di un solo uomo, che doveva capire come e cosa chiedere al mare prima del tredici giugno. Nessuno poteva decidere per loro, e non c’erano scuse o giustificazioni, o si pescava o si moriva. Per questa ragione fra il sanguigno Cataldo e il più discreto Diana, cosi apparentemente diversi, non c’era differenza. I due non si erano mai incontrati, ma stavano assieme come se si conoscessero da tempo, come due patriarchi della stessa famiglia, dei pescatori di tonni.

Di Antonio Varcasia

 

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