Per un museo di storia delle tonnare siciliane all’ex stabilimento Florio di Favignana

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di Rosario Lentini

A conclusione dei lavori di recupero e restauro del grandioso ex stabilimento Florio di Favignana, di proprietà della regione siciliana, e dopo la riapertura, nel 2008, per la fruizione pubblica di una vasta parte del complesso, ho sottoposto all’attenzione degli organismi competenti – ma anche agli studiosi in occasione di alcuni convegni – la proposta di istituire, all’interno dello stesso, un museo di storia delle tonnare della Sicilia.

Sono già trascorsi diversi anni senza particolari riscontri e, in verità, non so se e quanto questa proposta sia stata presa in considerazione per una valutazione di merito e di fattibilità, però a me continua a sembrare valida e sempre più urgente da realizzare. Perciò colgo l’occasione della rinascita di “Cose di Mare” per rilanciarla.

Innanzitutto, perché un museo delle tonnare siciliane?

Potrei rispondere semplicemente con una parola omnicomprensiva: identità, intendendo con ciò sottolineare che il microcosmo produttivo che si è costituito e stratificato nel corso dei secoli, con caratteristiche e modalità proprie, in termini di cultura materiale e di architetture funzionali al ciclo della pesca del tonno che ancora si rilevano lungo le coste dell’Isola, ha rappresentato un unicum distinto da quelli esistenti in tutto il bacino del Mediterraneo. La tonnara, includendo il luogo fisico di svolgimento della pesca, il sistema di reti fisse, il malfaraggio e, in senso lato, tutto il lavoro umano che vi si svolgeva, è stata protagonista di lungo periodo della vita economica e produttiva, complementare e al tempo stesso alternativa, rispetto alle attività agricole; pertanto rientra a pieno titolo nel grande dizionario della civiltà e della cultura materiale siciliana.

Le testimonianze architettoniche visibili – nonostante l’usura del tempo, l’incuria umana o, peggio, gli interventi demolitori – sono in grado di stupire l’osservatore e di lasciare immaginare quanta ricchezza abbiano prodotto. Nel ciclo produttivo, dalla cattura alla commercializzazione, all’interno di quelle cittadelle fortificate, sono stati coinvolti numerosi attori: proprietari, gabelloti, contabili, un’articolata gerarchia di tonnaroti, di lavoranti e di detenuti; così come, all’esterno di esse, gravitava il mondo delle istituzioni civili e religiose, la fiscalità territoriale, i mercanti locali e quelli stranieri.

Si sono progettati e realizzati nel tempo edifici appositi – magazzini, spazi e ambienti più o meno coperti e recintati – per la conservazione delle reti, degli attrezzi e delle barche; per la lavorazione e conservazione del tonno sotto sale e sott’olio; per ospitare tutti i lavoranti obbligati a rimanere stabilmente nei singoli siti di pesca nel corso dei mesi di attività; per fornire servizi essenziali alla comunità di tonnaroti (la taverna, il forno per la panificazione, la cappella per le funzioni religiose). Le architetture di una tonnara erano razionalmente dimensionate ai volumi produttivi medi registrati negli anni; costruite, quindi, in base all’importanza del sito medesimo e alla buona tenuta dei ricavi in rapporto ai costi elevati. La frequenza di pesche abbondanti in una tonnara imponeva l’adeguamento e l’ampliamento delle strutture di servizio sul litorale, che andavano difese l’intero anno poiché nei magazzini si riponevano oltre alle barche e agli attrezzi anche i barili di sorra, busonaglia, tonnina netta destinate ai mercati di “infra” e “fuori Regno”.

Come noto, in età moderna, il Seicento ha rappresentato il secolo d’oro della pesca del tonno, non a caso in questa fase, specie nella sua seconda metà, si è registrato il massimo sviluppo delle architetture di tonnara. Tuttavia, pur se vi è una significativa corrispondenza tra l’edificazione di torri e fortificazioni a difesa dell’Isola e lo sviluppo degli impianti funzionali alla pesca, ciò non vuol dire che l’incremento del prodotto sia stato determinato dai cospicui investimenti effettuati. L’impiego di capitali rilevanti determinava le condizioni affinché un maggior numero di proprietari ed esercenti “calassero” tonnare costituite da una struttura di reti a camere di dimensioni sempre maggiori e di sbarramenti sempre più lunghi, in grado di agevolare pesche copiose. Ma all’origine della fortuna e del successo di una stagione di pesca stavano principalmente l’andamento dei cicli biologici e riproduttivi, i comportamenti e le migrazioni del tonno nel Mediterraneo, che avevano e hanno spiegazioni complesse e, non ultimo, la perizia e le decisioni dei raisi.

Naturalmente, la connotazione identitaria delle tonnare cui accennavo in apertura non è determinata solo da un aspetto; non viene espressa unicamente dagli edifici sopravvissuti all’incuria o alle alterazioni e modifiche intenzionali. Si pensi, ad esempio, alla fitta rete di masserie agro-pastorali dislocate in quelli che un tempo erano i feudi e i grandi latifondi, oppure ai mulini delle saline che contrassegnano la costa sud-occidentale dell’Isola o alle miniere di zolfo delle province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo. Sono anch’essi elementi identitari del nostro territorio che ne permettono l’immediata riconoscibilità, fornendo diverse chiavi di lettura del paesaggio. Questi luoghi e siti produttivi, ormai cristallizzati e inattivi, ci parlano, ma la loro forza comunicativa può essere amplificata ed esaltata dall’insieme di dati, di informazioni e di reperti eventualmente disponibili (archivistici, bibliografici, iconografici, sonori, strumentali, ecc.), che possono dare spessore alla narrazione e alla riproposizione di un mondo scomparso e rendono possibile il recupero di memoria storica a beneficio della società. Sotto questo profilo, la pesca del tonno, più di qualunque altra attività, ha forse il primato della quantità di fonti documentarie consultabili. Basti pensare ai registri di contabilità tenuti dai fiduciari dell’amministratore, ai diari del raisi, capo indiscusso della ciurma di terra e di mare, agli atti notarili che regolavano rapporti individuali e collettivi, alle registrazioni di natura fiscale, ai memoriali e alle relazioni compilate da tecnici e periti, alle carte giudiziarie delle controversie tra proprietari e gestori di diverse tonnare che si contendevano le zone di pesca. Di contro, gli archivi di numerose aziende industriali ottocentesche (agrumicole, meccaniche, vinicole, zolfifere, ecc.), sono andati dispersi o distrutti, talvolta deliberatamente, con sorprendente disinvoltura. Nel caso delle tonnare, invece, l’abbondanza di scritture e di documentazione di varia natura ha riguardato indifferentemente grandi e piccoli impianti cui si è aggiunta, dalla seconda metà dell’Ottocento, anche una vasta produzione fotografica ad opera di professionisti e di dilettanti, richiamati soprattutto dal rito cruento della mattanza. Da queste testimonianze visive emergono analogie e varianti tra le diverse architetture e, pur se non esistono due tonnare identiche, le foto d’epoca che illustrano luoghi e spazi sostanzialmente integri, fasi del lavoro o ritratti di tonnaroti, offrono un quadro unitario talvolta più di quanto possano fare resoconti e relazioni, riportando in luce siti produttivi oggi irriconoscibili.

Se si fa riferimento alle fonti d’archivio, agli autori più attendibili, alla cartografia storica e ai toponimi riscontrabili, si perviene alla quantificazione di almeno 80 tonnare dal Medioevo a fine Settecento, cui corrispondevano tanto il grande impianto quanto la piccola tonnarella. Di alcune di esse è rimasto solo il nome e risulta persino difficile scoprirne l’esatta dislocazione; di altre è accertata la discontinuità di produzione, fino al completo abbandono delle strutture architettoniche. Tra l’XI e il XII secolo è documentato l’esercizio di 6 tonnare; un secolo dopo le fonti notarili ne riportano altre 15 e, complessivamente, nel Quattrocento se ne contano almeno 39. A fine Settecento il marchese di Villabianca ne segnalava 71 di cui solo 9 considerate inattive o del tutto abbandonate.

Quale Paese del Mediterraneo o regione italiana può vantare una tradizione così ricca e longeva e così tante comunità che hanno sperimentato in un passato anche molto lontano la pesca del tonno? E che aggettivi si dovrebbero utilizzare per qualificare l’eccellenza dei raisi e dei tonnaroti siciliani nelle attività di pesca del tonno? I nomi di alcuni di loro si ritrovano nei secoli passati in Portogallo, in Sardegna, in nord Africa, ad impiantare tonnare.

È tempo di progettare un museo degno di questo nome, non solo per finalità didattiche e di fruizione turistica, ma anche per preservare meglio ciò che ancora resiste lungo tutto il perimetro delle coste siciliane. Un museo che valga da osservatorio al servizio delle comunità interessate, da coinvolgere fin dalle prime fasi della realizzazione, costruendo una rete di relazioni e di rapporti con studiosi locali e associazioni culturali. In tal modo anche la singola vicenda di storia della pesca del tonno potrà essere riguardata in un contesto espositivo unitario ed essere reinterpretata in modo più comprensibile e coerente. Il censimento delle aggressioni subite nei passati decenni da torri e tonnare, oltre a suscitare l’indignazione collettiva, dovrebbe indurre gli organi di governo dei vari territori  pur nella consapevolezza dell’impossibilità di ripristinare le condizioni ambientali preesistenti  ad adottare decisioni rigorose non più rinviabili e i provvedimenti necessari ad impedire che, dopo lo stravolgimento delle aree circostanti, vengano definitivamente cancellati anche i singoli reperti e i complessi architettonici.

I marfaraggi delle tonnare, come dimostra la crescente attenzione al riguardo da parte degli studiosi e delle comunità, pur se non assolvono più alla loro funzione originaria, rimangono a presidio e testimonianza di una straordinaria esperienza di civiltà del lavoro che è imperativo morale consegnare alle future generazioni, affinché possano riconoscersi anch’esse nel territorio in cui vivranno. Ecco perché un museo in uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia occidentale, all’interno dell’ex Stabilimento Florio; un museo delle due antiche tonnare di Formica e di Favignana e di tutte le altre di Sicilia storicamente rilevate e conosciute nel quale, però, non si acceda solo fisicamente per visitare e osservare immagini e reperti esposti, ma anche virtualmente per compiere ricerche e per studiare. Potremmo dire: due percorsi per accedere allo stesso museo, uno che si sviluppa tra le mura dello stabilimento e l’altro sul web.

D’altronde, un primo importante passo in questa direzione, pur se antecedente e indipendente dalla formulazione della presente proposta, è stato compiuto con l’allestimento – curato da Renato Alongi – della sala video-installazione imperniata sulle narrazioni dei 18 autori e protagonisti dell’ex Stabilimento. Anche queste testimonianze sono patrimonio culturale; essenziali, suggestive e di grande efficacia didattica in un percorso museale.

Con un incarico a progetto potrebbero essere impiegati almeno due giovani con specifico profilo ai quali assegnare il compito di curare l’approntamento di un database della bibliografia e della documentazione conosciuta sulle tonnare siciliane e di procedere nella graduale digitalizzazione di documenti manoscritti e di cartografia storica, che almeno in parte potrebbero essere resi disponibili sul web, in modo da tenere Favignana in rete non solo nei mesi di presenza turistica ma l’intero anno.

Gli studi sulla pesca in campo internazionale – da quelli storici a quelli biomarini –sono decuplicati negli ultimi trenta anni e il sito costituirebbe un’ottima piattaforma di visibilità e di aggregazione di studiosi e di ricercatori. Le fonti documentarie già disponibili sono quelle del benemerito favignanese Giuseppe Guarrasi, che con ammirevole impegno e passione ha iniziato diversi anni fa a raccogliere una considerevole mole di testi, relazioni e immagini che potrebbero costituire immediatamente la materia prima su cui lavorare. C’è, inoltre, il prezioso fondo archivistico d’impresa della gestione Parodi grazie al quale si può scrivere un capitolo importante di storia industriale siciliana, soprattutto se si pensa che di archivi industriali siciliani se ne conservano pochissimi. Ma ci sono ancora altri due importanti depositi documentari che possono entrare in circuito: i preziosi registri parrocchiali e quelli ottocenteschi del Decurionato, poi Consiglio comunale. La storia demografica delle Egadi ci aiuta a capire come si è andato formando il tessuto urbano e con quali flussi migratori si è costituita la popolazione residente. La storia amministrativa e i relativi atti ci forniranno lo spettro completo dei problemi di sussistenza e delle difficoltà degli abitanti a garantirsi un reddito.

Tutto ciò ha fatto da sfondo all’economia delle tonnare e questa, a sua volta, ha avuto delle ricadute importanti che possono essere ulteriormente studiate. In ultima analisi, c’è patrimonio a sufficienza per realizzare un museo invidiabile.

Per quanto riguarda, infine, l’indicazione di Favignana quale sede del citato museo, basti considerare almeno quattro valide ragioni:

 

 

L’esistenza della “Riserva Naturale Marina delle Isole Egadi” sin dal 1991, a dimostrazione concreta della volontà di tutelare una vasta area di circa 54 mila ettari di mare considerata di particolare importanza per l’ecosistema marino.

Il primato produttivo delle due tonnare delle Egadi anche rispetto alle maggiori esistenti fuori dalla Sicilia, come storicamente documentato da molteplici fonti.

L’esistenza dell’ex stabilimento Florio di lavorazione del pescato, che ha rappresentato sin dall’Ottocento e fino agli anni sessanta del Novecento, il punto di approdo più avanzato dell’industria conserviera ittica nazionale.

La scenografia paesaggistico-ambientale dell’arcipelago che amplifica il valore attrattivo del progetto museale, con tutto ciò che ne consegue in termini di indotto sul piano delle attività scientifiche, turistiche e congressuali che una struttura grandiosa, già in larga parte recuperata e restaurata, può favorire e sviluppare.

L’ex Stabilimento Florio, quindi, ha tutte le caratteristiche e i requisiti per aspirare a diventare memoria storica di un pezzo fondamentale della civiltà materiale preindustriale siciliana e dell’economia plurisecolare della pesca del tonno.

 

 

NOTE

Sulla storia e architettura delle tonnare siciliane la bibliografia è molto vasta. Per ciò che riguarda il contributo scientifico di chi scrive sull’argomento in parola, segnalo le seguenti pubblicazioni:

Il sistema gerarchico nella mattanza, in La cultura materiale in Sicilia, Quaderni del Circolo semiologico siciliano, Atti del I congresso internazionale di studi antropologici siciliani, (Palermo 12-15 gennaio 1978), Palermo 1980, pp. 449-455.

 

 

Economia e storia delle tonnare di Sicilia, in V. Consolo, La pesca del tonno in Sicilia, Sellerio, Palermo 1986, pp. 31-56.

 

 

Favignana e la sua tonnara, in G. Martorana, Tonnara, Sellerio, Palermo 1995, pp. 19-22.

 

 

Favignana nella seconda metà dell’800: innovazioni e mercato, in La pesca in Italia tra età moderna e contemporanea. Produzione, mercato, consumo, a cura di Giuseppe Doneddu e Alessandro Fiori, Atti del II Convegno di studi sulla storia della pesca, Alghero-Cabras, 7-9 dicembre 2001, Editrice democratica sarda, Sassari 2003, pp. 507-520.

 

 

Favignana nell’800: architetture di un’economia, in Lo Stabilimento Florio di Favignana. Storia, iconografia, architettura, Soprintendenza BB.CC.AA., Trapani 2008, pp. 15-257.

 

 

Lo Stabilimento Florio di Favignana. Storia e identità, «Kalós», luglio-settembre 2010, n. 3, pp. 18-20.

 

 

La genesi del più importante e moderno stabilimento industriale del Mediterraneo per la lavorazione del tonno, in Ex Stabilimento Florio delle Tonnare di Favignana e Formica, Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Trapani, Trapani 2010, brochure.

 

 

Favignana: il “calatu” dei “pirriaturi”, in Favignana tra mare e terra. Immagini di Melo Minnella e Filippo Mannino, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo 2011, pp. 8-14.

 

 

La rivoluzione di latta. Breve storia della pesca e dell’industria del tonno nella Favignana dei Florio, Torri del Vento, Palermo, 2013 (II edizione, 2015).

 

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