I banchi del Canale di Sicilia – fotogalleria

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skerki“Al largo della Sicilia, in acque internazionali, secche e banchi sono conosciuti solo a pochi lupi di mare. Immergersi là dove si dice si riproducano anche gli squali bianchi è un’esperienza che è sempre stata riservata a pochi. Nel nostro immaginario collettivo, gli ambienti vergini e incontaminati sono ubicati in luoghi lontanissimi e sperduti. Immaginate quindi quanto possa essere amara la sorpresa di un subacqueo, quando, arrivato dopo un lungo, estenuante e costoso viaggio, dall’altra parte del pianeta, scopre che la località vergine tanto sognata non esiste più.

Talvolta, invece, accade che i nostri sogni si esaudiscano in modo inaspettato in luoghi più prossimi di quanto in realtà si possa immaginare”. Così scrive il mio amico e compagno d’immersione Paolo Fossati sulla rivista Aqua, dopo aver esplorato insieme alcuni banchi del canale di Sicilia per due stagioni consecutive. Il lupo di mare che ci ha guidati con la sua barca in quel fantastico e poco accessibile braccio di mare è Filippo La Ciura, subacqueo professionista e, per molti anni, membro dell’équipe di Enzo Maiorca. Dal 1989 Filippo si è dedicato alle crociere subacquee mediterranee, scegliendo Scherchi tra le sue mete e utilizzando una bella e robusta imbarcazione a vela di 24 metri.

 

Alla continua ricerca di un Mediterraneo incontaminato, Paolo ed io scegliamo di partire per scoprire cosa rimane sui fondali a sessanta miglia da Marettimo, fiduciosi che Filippo potesse essere la persona giusta per guidarci in questa affascinante ricerca. Siamo perfettamente consci che affrontare questo tipo di crociere richiede imbarcazioni adeguate e persone realmente preparate a sostenere la forza del mare. Filippo, da quanto si dice, pare conosca i banchi, insieme ai loro trascorsi e alle storie dei mille naufragi. A bordo del Merak, questo il nome della sua barca, non esiste confort ma si vive bene: le cabine sono piccole e si mangia il pesce che si pesca. Un paio di apneisti son sempre a bordo e le loro pescate consentono di mangiare quanto basta per sopravvivere, senza interferire minimamente sull’equilibrio naturale di questi straordinari habitat. Una vera catena montuosa subacquea ci attende dopo un’intera notte di navigazione al ritmo lento del Merak.

Fin da tempi immemorabili sono documentati terribili sconvolgimenti tellurici ed eruttivi che hanno modificato, nel corso dei millenni, la piattaforma sommersa di questi siti, originando isole vulcaniche e catene sommerse.

 

I fenomeni vulcanici nel mare che circonda la Sicilia sono noti da sempre. Aristotele racconta che l’isola di Vulcano, nelle nell’arcipelago delle Isole Eolie, spuntò dal mare fra il fragore di esplosioni incredibili; lo Stromboli comparve poco prima dell’età di Plinio, e gli storici romani ricordano eruzioni sottomarine notevoli nel Canale di Sicilia. In questo tratto del Mediterraneo le eruzioni sono più frequenti che altrove e si verificano prevalentemente in corrispondenza di quei bassifondi detti banchi o secche. Tra i più famosi si annoverano i banchi di Sciacca, poiché dall’eruzione avvenuta su uno di questi banchi in epoca immemorabile nacque l’isola di Pantelleria, esempio di isola vulcanica che culmina nella Montagna grande, avanzo di un cratere vulcanico contornato da altri 24 crateri detti « cuddìe ». Fra Pantelleria e Sciacca, nel 1831, spuntò poi un’isola vulcanica che, dalla sua nascita alla sua scomparsa, fu seguita e studiata dai più illustri scienziati dell’epoca: l’isola Ferdinandea. L’emersione dell’isola, che raggiunse la massima altezza di 63 metri e i 4800 metri di circonferenza, fece scalpore, e le vicende che ne seguirono piuttosto intrecciate.

Negli anni successivi, l’isola fu erosa dal moto ondoso fino a scomparire del tutto. Attualmente si ritiene che quello che resta dell’isola è un cono vulcanico a sud-est del banco Graham, con una base ampia circa 500 metri che arriva a circa 20 metri dalla superficie.

 

Ma torniamo ai banchi che abbiamo esplorato con Filippo e vediamo di conoscerli, seppure in minima parte, immergendoci sui fondali più dinamici del Mediterraneo. Un tratto di mare con simili caratteristiche ha causato, com’è ovvio, numerosi affondamenti; durante la seconda guerra mondiale questa zona fu soprannominata “rotta della morte”, perchè dal mese di novembre del ’42 al mese di maggio del ’43 si svolse un’intensa battaglia navale che portò all’affondamento di oltre 100 navi. Il banco Skerki si trova in acque internazionali per cui, in un certo senso, è del tutto privo di tutela. In realtà non esistono altri luoghi salvaguardati in modo del tutto naturale: ci troviamo di fronte a un vero e proprio eden di pesci e invertebrati e sembra che qui si riproducano persino gli squali bianchi, più volte avvistati. Le onde e le correnti sono i guardiani di questo straordinario luogo, per più di dieci mesi all’anno.

 

Skerki può essere considerato l’ultimo baluardo di un Mediterraneo che non esiste più. Un ecosistema ancora abbastanza sano, dove in teoria si può fare qualsiasi tipo d’incontro. In pratica anche questi luoghi sono frequentati da molti pescatori, provenienti dalla Sicilia, dalla Tunisia e da altri luoghi, tanto che con il mare calmo, quando la notte ci riferma per dormire, guardandosi intorno sembra di vedere le luci della terraferma, mentre in realtà sono le luci delle altre barche che ti circondano. Se poi ascoltiamo i racconti di alcuni corallari che hanno frequentato questi fondali a partire dalla fina degli anni settanta, sembra che ormai non si possa più parlare di “eden di pesci e invertebrati” ma, al contrario, i danni causati dalla pesca indiscriminata sarebbero piuttosto evidenti, nonostante l’isolamento del luogo.

 

Banco Skerki risale da circa 200 metri di profondità fino ad arrivare in prossimità della superficie. Trenta centimetri è il punto più basso, chiamato punto zero dai pescatori e segnalato sulle carte nautiche come Scoglio Keith. Su questi fondali grandi macigni si accavallano uno sull’altro, in una franata che precipita fino a 50 metri di profondità. La parte superiore delle rocce ricorda un prato con mille sfumature di verdi: un’esplosione di vita vegetale conferisce infatti al fondale un aspetto inusuale per un subacqueo abituato agli scenari mediterranei, con alghe d’ogni forma e colore a perdita d’occhio. Moltissimi sargassi e laminarie spiccano sulle alghe più comuni. Le pareti verticali e le zone in ombra delle rocce rivelano le migliori caratteristiche che il nostro mare possa offrire: gorgonie di specie diverse, falso corallo nero, spugne d’ogni sorta e colore, alcionari, tunicati, briozoi, tra cui il raro Cladopsamnia rolandi. Il substrato è ricoperto d’ogni forma di vita, colorata ed esplosiva. A soli 10 metri appare una vasta distesa di bassi canaloni rocciosi di natura lavica, completamente colonizzati da migliaia d’esemplari di Anemonia sulcata e spugne di un rosso carminio molto carico.

 

Inutile dire che l’estensione dei banchi rende infinite le immersioni fattibili; ogni volta è una nuova esperienza ma, anche in questo caso, esistono sempre immersioni migliori e posti più o meno belli di altri. Vediamone alcuni, trovati e perlustrati grazie all’esperienza del nostro comandante della spedizione, il caro Filippo.

Il Biddlecombe Patch, detto “il sette metri” per la profondità del sommo della secca, costituisce un ottimo punto per l’ancoraggio notturno, poiché è formato da un vasto pianoro roccioso che degrada dolcemente con grossi massi tutt’intorno. Frequente in quest’immersione è l’incontro con l’aragosta: moltissime le tane abitate dal nobile e sfruttatissimo crostaceo, insidiato continuamente dai pescatori tunisini (e dai subacquei). Nelle tane più anguste capita di vedere numerose colonie di aragoste di dimensioni oggi ormai medio-piccole, e non è raro vederle muoversi liberamente sul fondo, incuranti della presenza del subacqueo.

 

Notevoli esemplari di cernie e corvine fanno compagnia ai crostacei nelle tane abitabili, mentre in acqua libera dentici di pezzatura diversa nuotano tranquilli, rimanendo sempre poco disponibili. Da segnalare la presenza di uno dei gasteropodi più grandi e belli del Mediterraneo: Charonia nodifera, meglio conosciuto come tritone. Spostandoci di poco, Filippo ci porta vicino a un grosso panettone di roccia, con il sommo a circa 18 metri di profondità. Qui possiamo fare una nuova immersione, osservando ripide pareti verticali che cadono perpendicolari fino a 40/45 metri di profondità. Il bordo superiore della cigliata è tappezzato da estese colonie di Parazoanthus axinellae e Astroydes calycularis; rose di mare enormi, spugne, eunicelle e grosse paramuricee si districano nel raro spazio lasciato a disposizione dagli abbondanti madreporari. Anche qui sono frequenti le cernie e le aragoste, mentre sul sommo una nuvola di castagnole fittissima impedisce di scorgere i bagliori della superficie sullo sfondo. Raramente in Mediterraneo avevo visto le cernie all’ombra di grandi macigni, tranquille, non troppo fiduciose ma comunque sempre relativamente “tranquille”…

 

A 38 miglia da Scherchi, in direzione sud-est, troviamo un fondo piatto, molto chiaro, anche questo d’origine vulcanica: è il Banco Talbot. Tutto intorno la secca degrada con lunghe creste parallele fra loro: si originano così dorsali di roccia verticali e alcune tettoie colonizzate da Astroydes calycularis, Parazoanthus axinellae e moltissime specie di poriferi. Trovo questi fondali di orgine vulcanica simili, per alcuni aspetti, a quelli dell’arcipelago eoliano: la comune origine a creato delle scogliere simili, soprattutto nei primi metri di profondità.

Anche qui troviamo la solita esplosione di alghe e laminarie, intervallate a prateria di posidonia.

Aragoste, scorfani rossi, ricciole e murene abitano tra le rocce coperte da colonie incredibili di Eunicella singularis. Frequenti sembrano essere, dai ripetuti incontri che ci capitano, le torpedini e le aquile di mare. Ci spostiamo poi sul Banco Pantelleria, a 21 miglia dall’omonima isola. A soli 14 metri, su fondale pianeggiante chiarissimo, troviamo una popolazione di migliaia d’esemplari d’Anemonia sulcata. Di fronte all’ancora una bella caduta fino a 32-35 metri con grandi spugne Axinella verrucosa e Axinella polypoides, molte altre spugne multicolore, astroydes, alghe.

 

A circa 25 metri di profondità un sommo pianeggiante è completamente coperto da una fittissima foresta di Eunicella singularis, come non le avevo mai viste. Ricciole, murene, tordi, pochi altri pesci; qui probabilmente la vicinanza a Pantelleria permette un’attività di pesca più costante e il pesce non abbonda. Tuttavia sono fortemente colpito dai cromatismi di un fondale dove l’arancio delle spugne a candelabro e il bianco delle gorgonie anch’esse dette a candelabro, per via della loro conformazione e disposizione sul fondo, creano quinte insolite e ambienti intriganti. E sulla strada verso le Isole Egadi, mentre ritorniamo alla base, ci resta da vedere il Banco Avventura, a circa 26 miglia dall’Isola di Favignana. L’immersione prescelta ci porta su una nettissima cigliata, che da vita a una lunga parete tra i 18 e i 30 metri di profondità dove l’acqua gelida, torbida e la corrente molto forte ci colgono impreparati. Giunti sul fondo, sembra di essere in pieno inverno: pochissima luce e un freddo cane ci impediscono di goderci a pieno i primi momenti di questa nuova immersione. Con Paolo ci guardiamo negli occhi: la luce dei fari illumina una parete di mare nordico, dove milioni d’esemplari di madreporari si contendono lo spazio. Siamo di fronte a uno spettacolo che ci fa dimenticare il freddo pungente: anemoni gioello (Corynactis viridis), Leptosamnia pruvoti, Astroides calycularis tutti insieme appassionatamente…

I tentacoli semitrasparenti di svariati colori sembrano petali di fiori agitati dal vento (la corrente); il tutto è arricchito qua e là da enormi rose di mare. Una parete unica e straordinaria dove il 105 o il 60 macro sarebbero stati strumenti insostituibili per un fotosub: peccato che al momento non sia con noi! Incrociamo ancora gli sguardi e ci godiamo lo spettacolo, tra un brivido e l’altro, e non ci viene proprio voglia di risalire, soprattutto al pensiero che la nostra sui banchi sta per terminare.

Testo e foto di Francesco Turano

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