Gli scorfani del Kent – fotogalleria

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Kent27Scorpaena scrofa è il nome scientifico di un pesce tozzo e sornione, con la testa molto grande rispetto al resto del corpo, circa un terzo dell’intera lunghezza dell’animale. Volgarmente detti scorfani rossi, son soliti frequentare le scogliere sommerse (ma non disdegnano fondali sabbiosi e detritici), tra i 20 e i 200 metri di profondità. Sono fortemente attratto dalle caratteristiche e dal comportamento di questa specie e cerco sempre quegli ambienti dove se ne trovano parecchi, per osservarli, fotografarli e cercare di conoscerli sempre meglio.

Anni fa, dopo la prima immersione mi “innamorai” perdutamente di una nave affondata nel mare di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, quando ebbi modo di apprezzare subito l’abbondante presenza di questi pesci su un relitto, un ambiente se vogliamo insolito e particolare, ma forse addirittura più adatto di altri se consideriamo le abitudini di questo pesce; abitudini legate alla disponibilità di cibo e al tipo di rifugi offerti dallo scafo, oggi ancora in buono stato di conservazione e letteralmente colonizzato da ogni sorta di specie animale e vegetale.

Il Kent, questo il nome del relitto, era una motonave da carico, con stazza lorda di 783 tonnellate, di proprietà greca e con bandiera cipriota.

Partita da Siracusa il 30 giugno del 1978 e diretta a Brindisi, ripartiva il 5 luglio dello stesso anno diretta in Nigeria. La nave trasportava il seguente carico: 4310 colli (zampironi, corani ecc.) di merce varia, del peso di 32 tonnellate, 8000 sacchi di palline di polietilene, del peso di 20 tonnellate, 1400 sigarette per l’equipaggio, 27 tonnellate di carburante e 1300 kg di olio lubrificante. 

Il Comandante era un greco, Liakos Hristos, mentre l’equipaggio era composto da dieci persone, di cui due greci, un ghanese, cinque pakistani e due del Gambia; proprietario del Kent era il greco Tsourinakis Thomas.

Il giorno 7 luglio 1978, alle ore 16, mentre la nave era alla fonda a San Vito Lo Capo, scoppiava un incendio nella sala macchine: non riuscendo a spegnerlo, l’equipaggio veniva sbarcato con una scialuppa di salvataggio; successivamente arrivavano per il soccorso due motovedette della Capitaneria di Porto e un motopesca di Castellamare del Golfo. L’otto luglio intervenivano due rimorchiatori per spegnere l’incendio, ma le operazioni si dimostravano inutili. Alle ore 11.40 il Kent iniziava ad affondare lentamente, ancora legata alla catena dell’ancora; quando l’acqua iniziava a penetrare nello scafo più rapidamente la nave cominciava ad accelerare la sua discesa verso il fondo e alla fine, sulla superficie del mare, un ultimo pezzo di prua a scompariva per sempre alla vista. Ad urtare sul fondo, invece, fu per prima la zona di poppa; ancora oggi, a destra della poppa è visibile l’ammaccatura generata dall’impatto della nave col fondale. Il violento colpo smosse l’aria intrappolata sottocoperta, tanto che le enormi bolle raddrizzarono lo scafo, facendolo adagiare sul fondo in perfetto assetto di navigazione.

Due containers di legno contenenti Corani, per la diversa velocità di discesa sul fondo dovuta al diverso peso specifico, andarono ad appoggiarsi una ventina di metri più avanti dell’ancora. Il relitto, per questo motivo, fu subito noto come “nave dei Corani”. La posizione del relitto è nel punto 38° 09’ 51” nord e 12° 46’ 73” est, su un fondale di 50 m; oggi il Kent, dopo quasi trent’anni, ospita una fauna sorprendente, con gli scorfani in testa alla classifica delle presenze.

Per comprendere appieno le grandi emozioni che un relitto pieno di vita come il Kent può offrire a un subacqueo è obbligatorio immergersi. Difficile è infatti tentare di descrivere il fascino della scoperta della vita su un relitto durante un’immersione; il relitto di una nave è quasi come un immenso corpo estraneo adottato dal mare e trasformato in un oasi dove la diversità biologica lascia stupefatti gli osservatori attenti e amanti della natura. Tenterò di trasmettere ciò che ogni volta provo quando mi immergo per far visita agli abitanti di questo sito intrigante, dove, alla magia dell’atmosfera creata da una nave che sembra continuare a navigare sul fondo, si unisce il colore della vita bentonica e la forza del mare.

Localizzato quasi di fronte la vecchia Tonnara del Secco di San Vito Lo Capo, in un piccolo tratto di mare chiuso tra Punta Spadillo e Punta Forbice denominato il “Firriato”, il Kent rappresenta ambita meta per molti subacquei, nonostante l’immersione è da considerarsi impegnativa, poichè prevede una discesa nel blu in verticale e un percorso subacqueo che si snoda tra i 40 e i 52 metri.

Lasciata la superficie e una volta raggiunti i 15/20 metri, se l’acqua è abbastanza limpida potremo decidere subito se dedicare la nostra immersione alla parte prodiera o poppiera, non essendo possibile visitare tutto in un solo tuffo. Un’immersione a parte dovrebbe essere dedicata ai containers, che si trovano abbastanza vicini tra loro, superando la prua di una ventina di metri. Per poter visitare il relitto in maniera completa ed efficace si dovrebbero programmare almeno 4 o 5 immersioni ma, per semplicità, supponiamo idealmente di avere l’opportunità, come fossimo pesci, di perlustrare subito il relitto per intero; vediamo quindi di analizzare nel dettaglio le diverse eventualità offerte all’appassionato subacqueo.

Planando a mezz’acqua prima di giungere in prossimità del fondo, cominciando la nostra perlustrazione dalla poppa, dove vedremo gradualmente il trasformarsi dei tono blu/verdi del quadro generale dello scafo, visto dall’alto, in toni sempre più saturi e, alla luce del faro, scopriremo subito i primi incredibili colori. Cromatismi intensi e felici che, per quanto comuni a molti relitti e ricorrenti un po’ ovunque, sono sempre un biglietto da visita entusiasmante. Parlo del colore di tutti quei piccoli pesciolini della famiglia dei serranidi che, con il loro delicatissimo rosa e l’eleganza delle loro forme, incorniciano ogni tipo di struttura sommersa. La magia delle castagnole rosa si somma a quella di strutture come corrimano, alberi e bracci di gru, coperti a tappeto da tunicati e poriferi, in un tripudio di colori e forme bizzarre che nell’insieme ricorda la ricchezza di un mare tropicale… 

Al ferro del relitto aderiscono grappoli di tunicati trasparenti, noti come claveline, simili a piccoli mazzi di fiorellini il cui colore tende al bianco; accanto alla trasparenza dei tunicati c’è poi il colore violaceo, tipo bouganville, di spugne a guisa di cannule, protese verso l’alto e ramificate. Poi ancora polipi di madrepore e piccoli ciuffi branchiali di anellidi policheti, che formano un insieme di forme e colori dove chiunque troverebbe difficoltà a isolare con lo sguardo le diverse specie. Quindi un insieme di forme di vita diverse coprono le strutture rendendole vive e creando le quinte nelle quali andranno osservate tutte quelle specie capaci di muoversi nell’elemento liquido. Ci troviamo sulla poppa del Kent, dove ci si muove sempre tra gli sciami di castagnole: l’accesso al ponte di comando consente di affacciarsi all’interno e osservare, in queste zone d’ombra, numerosissimi gamberi rossi e qualche aragostina.

Il colore, in questi angoli riparati del relitto, è diverso e non meno intenso: qui sono i rossi a dominare, il rosso dei gamberi, che muovendosi creano un effetto insolito sulle pareti degli ambienti bui; il rosso delle piccole aragoste, timide e pronte a ritirarsi al minimo segno di pericolo. Un rosso a volte accostato al giallo o arancio delle lamiere arrugginite, in un effetto cromatico esaltante molto noto a chi pratica immersioni sui relitti.

Muovendosi verso il centro della nave, tra le due gru di carico adiacenti alle stive, troviamo un ricchissimo benthos un po’ ovunque, tranne nelle due stive, dove ancora si rinviene parte del carico e dove il colore in genere viene meno. Sui corridoi laterali ecco la sorpresa: poggati con la pancia sul ponte della nave, gli “scorfani del Kent” si presentano al subacqueo (capace di individuarli) in tutto il loro splendore: facili da osservare da vicino, in quanto pigri e non abili nel nuoto, lasciano la possibilità incrociare lo sguardo e osservare i loro grandi occhioni, tutte le appendici digitate utili per mimetizzarsi, poste sia sul corpo sia intorno alla grande bocca, e le grandi pinne pettorali, dorsale e caudale. Queste vengono aperte e tese come ventagli durante i brevi spostamenti, che si verificano quando gli scorfani sono disturbati o stanchi di approcciarsi continuamente col subacqueo.

Osservare questi enormi scorfani rossi concentrati su un relitto da come l’impressione di aver a che fare con il nuovo equipaggio di una nave o, forse ancor di più, con gli abitanti di una struttura ormai simile a una città sommersa. E gli scorfani non sono i soli abitanti di questo luogo magico: murene e gronghi fanno loro compagnia insieme a gruppi di saraghi fasciati e numerosi banchi di sugarelli e boghe. Rare sono invece le cernie d’ogni specie. Ma torniamo ai nostri scorfanoni: da padroni di casa, sono loro a dare il benvenuto ai subacquei; non ho fatto immersione su questo relitto senza incontrarli. Ne ho visti un po’ ovunque: sulle scale, sul ponte, nelle stive e in diversi altri angoli, sempre disposti a farsi avvicinare senza timidezza. Credo confidino molto sul loro mimetismo ma, di sicuro, a ciò si somma la grande pigrizia, tanto che questi pesci sembra proprio che non amino nuotare.

Seguendo gli spostamenti lenti degli scorfani, a volte provocati da azioni di lieve disturbo del subacqueo, si percorrono i diversi angoli del relitto. Gli interni, pur non essendo agevolissimi, con le dovute attenzioni diventano in parte accessibili. Attraverso una porticina, che si trova alla base del cassero di poppa della nave, si raggiunge un camminatoio tramite il quale è possibile raggiungere diverse aperture che permettono l’accesso ai locali di servizio della nave.

Ma anche solo muovendoci all’esterno troveremo scorci interessanti: le stive contengono quel che rimane del carico, accumulato e ormai abbastanza sparpagliato; fissate alla paratia dei locali equipaggio, nel castello di prua, fanno bella mostra l’elica e l’ancora; spettacolari sono gli alberi e gli argani, coperti da una colorata e varia fauna incrostante, e suggestivi sono i verricelli di prua, sotto i quali si nascondono ancora una volta i simpatici scorfani.

E se ci si spinge qualche metro più giù, dove la nave poggia sul fango, ecco ancora delle sorprese: qualche gorgonia (Paramuricea clavata) aderisce alle paratie e persino alla catena dell’ancora, con, fiore all’occhiello, una splendida Eunicella verrucosa, gorgonia di un bel bianco candido e specie solitamente rara.

Testo e foto di Francesco Turano

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