Il celeste patrono della “Gente di Mare”

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E VENNE UN UOMO CHE AVEVA IL MARE PER FRATELLO
“Ci è ben noto con che viva fede le associazioni preposte alla cura della gente di mare, le società di navigazione con tutti i marittimi italiani, abbiano insistentemente chiesto che ci degnassimo proclamare San Francesco di Paola loro celeste Patrono presso Dio … Egli è sempre stato venerato con profonda devozione dai marittimi italiani, essendo la stessa vita del Taumaturgo piena di prodigi compiuti sul mare e spesso in favore dei naviganti, i quali, invocandolo nei loro pericoli, hanno sperimentato la valida protezione dello stesso Santo….”.

Con queste semplici parole, il 27 marzo 1943 papa Pio XII proclamava al mondo San Francesco di Paola quale celeste patrono della gente di mare italiana.

Non poteva essere scelto momento più opportuno. Tempo da tregenda, quel 1943, per l’intera marineria italiana sia militare che mercantile. Tra i bagliori di una guerra sfortunata, che volgeva rapidamente verso il suo tragico epilogo, a migliaia i suoi uomini si erano immolati e si immolavano ancora con le loro “belle e care navi”, per tenere fede al giuramento, fatto un giorno, di vegliare sul mare a difesa delle “amate sponde”.

L’eroismo degli equipaggi, consumato nell’attonito silenzio delle immense distese marine, non era conosciuto ai più. Perché il vero eroismo fugge la retorica come la peste. Soltanto qualche sparuto superstite raccontava di apocalittiche visioni in cui le navi sprofondavano negli abissi con gli uomini, sull’attenti, a recitare la struggente preghiera del marinaio.

“A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell’abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi uomini di mare… leviamo i cuori ! … Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, comanda che le tempeste e i flutti servano a lei… Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso vegliamo in armi sul mare ! Benedici.”.

Preghiera bellissima quale estremo viatico per molti, tanti marinai. Immagini pulite di un tempo lontano. Immagini pulite sì, ché le onde del mare non ammettono il fango. Non contavano più le ideologie, le fazioni, gli odi di parte. Niente e nessuno poteva ormai sporcare con il fango delle trincee delle feroci contrapposizioni quotidiane, quei ragazzi morti a vent’anni, laggiù sul mare, sulla tolda di una nave.

Quanti di quei marinai invocarono, nell’istante fatale, quando ognuno è irrimediabilmente solo con se stesso, San Francesco di Paola, che di fatto era già, per tradizione consolidata, il protettore dei naviganti? Non lo sapremo mai. Sappiamo però che quelle invocazioni sommesse giunsero, per imperscrutabili e misteriosi canali, fino al soglio pontificio.

E fu la consacrazione del grande Taumaturgo a celeste patrono della gente della nostra marineria.

La fama di San Francesco di Paola quale potente e misericordioso protettore delle genti di mare era già diffusa, lui vivendo, tra le popolazioni rivierasche del Mediterraneo, tanto che un discepolo, suo conterraneo, pubblicando nell’anno 1502 una ” Vita di Francesco”, scriveva che “naviganti, in punto di naufragare, invocandone il nome e accendendo alcuni candele benedette da lui, videro abbonacciarsi interamente il mare. Questo dimostra la sua grande potenza”.

Da quel lontano anno e fino ai nostri giorni, innumerevoli ex voto per grazia ricevuta, offerti dai marinai e sparsi in tutti i santuari cristiani del Mediterraneo, cantano le lodi di Francesco quale genio benefico dei naviganti.

Se nei disegni delle cose divine nulla è lasciato al caso, non fu dunque un caso quello che Francesco, da piccolo, sia stato iniziato alla vita religiosa nel convento francescano di San Marco Argentano. Il nome del potentissimo Evangelista, guida celeste della Serenissima Repubblica di Venezia, le cui navi in quel tempo contrastano, nel bacino orientale, la tracotante protervia dei corsari ottomani, sembra indicare per Francesco una sorta di predestinazione ad essere anch’egli un protettore munifico di chi, cristianamente, corre l’azzurra avventura sul mare.

È nei primi anni, trascorsi in una rigida vita ascetica, fatta di digiuni, di preghiere e contemplazione, che si forma quella sorta di corrispondenza d’amorosi sensi tra il futuro Santo e il Creato. Il mare ha un ruolo importante. Nei lunghi giorni di macerazione della carne affinché lo spirito risulti più temprato alle future dure prove. Francesco ha davanti a se soltanto l’immensa distesa verdazzurra del Tirreno. Quel mare dagli umori mutevoli, ora calmo, ora burrascoso, dai colori sempre cangianti, è veramente la testimonianza dell’onnipotenza di Dio e della piccolezza degli uomini. Le navi che veleggiavano all’orizzonte erano senza dubbio accompagnate dalle preghiere e dalle benedizioni di quell’uomo pio, soprattutto quando esse erano in difficoltà e le vedeva scomparire e riemergere tra le onde dei marosi. Egli udiva nel suo cuore la disperazione di quei marinai, e pregava. E il Cielo esaudiva.

Anche le creature che vivevano nelle acque erano oggetto del suo fraterno amore. Tutti i biografi del Santo concordano sul fatto che egli rifiutava assolutamente di mangiare pesce, che pure, abbondante, arrivava alla mensa del convento di Paola, offerto dalla gratitudine dei pescatori. Illuminante al riguardo l’episodio narrato sempre dal biografo contemporaneo. Una volta, di buon mattino, arrivò al convento un pescatore con un canestro pieno di pesci freschi, ma naturalmente morti. Era un grazioso omaggio per la tavola del Vescovo di Cosenza, che quel giorno doveva essere ospite dei frati. Francesco accolse il pescatore con queste parole: “Sei venuto proprio all’ora giusta. Andiamo a lavarli, per offrirne al Signore”. Nell’interno del convento vi era una fontana con una vasca, dove i due si portarono per compiere quanto stabilito. Appena il Santo toccò il primo pesce, questi ritornò immediatamente in vita. Francesco, sorridendo, lo depose nella vasca “dove – cita sempre il biografo – continuò a vivere per parecchi anni”. Potenza del suo amore verso tutte le creature di Dio !

Analogo l’episodio del pescatore di Rende, che aveva portato in dono dei pesci d’acqua dolce infilzati per la gola. A quello spettacolo il Santo si rattristò e, sfilando i pesci ad uno ad uno, li depose dolcemente in una conca d’acqua, dove, con enorme commozione di tutti i presenti, ripresero a guizzare vivacemente come a cantare le lodi di colui che li aveva riportati in vita.

La benevolenza di San Francesco verso gli uomini di mare non si smentiva neanche quando gli stessi si presentavano come nemici. È il caso dell’equipaggio della nave, che era sbarcato nelle Calabrie per tradurlo a Napoli, in esecuzione di un ordine di arresto del Re Ferrante I d’Aragona. Il capitano e i suoi uomini, affamati e provati dal viaggio, furono benignamente accolti dal Santo, che volle perfino rifocillarli. E benché ci fossero soltanto un boccale di vino e due piccole focacce, e le persone fossero circa una cinquantina, tutti mangiarono e bevvero a sazietà. A quel miracolo i presenti, pieni di meraviglia, lodarono Dio.

“Il dominio sulle acque”, che caratterizzerà tanti momenti miracolosi della vita di Francesco, si manifestò fin dall’inizio. Durante la edificazione del convento nella città di Paola, c’era molto mugugno tra gli operai addetti ai lavori, in quanto essi, per dissetarsi, dovevano scendere, per un malagevole sentiero, al sottostante e lontano torrente e poi risalire. All’ennesima lamentela, il Santo, con un sorriso bonario, percosse col suo bastone una roccia lì vicino. Subitaneamente sgorgò dell’acqua purissima. La fonte esiste tuttora. È la famosa “Acqua della cucchiarella”, in grado, ancora oggi, di dissetare chiunque giunga nelle vesti di pellegrino.

DAVANTI A LUI SI ARRESE “LU MARI DI SICILIA” Nessuno dei grandi accadimenti che avevano una qualche attinenza con il mare era ignoto a Francesco. Profetizzò la caduta della cristianissima Otranto ad opera dei Turchi, sbarcati da una numerosa flotta. Così come preannunciò la liberazione della stessa al Conte d’Arena, assicurandolo che sarebbe ritornato vittorioso dalla sanguinosa battaglia. Accompagnò queste parole con la consegna alle truppe di una candela da lui benedetta.

Durante il soggiorno del Santo nel prediletto convento di Paterno Calabro, giunsero dalla Sicilia due magistrati, inviati dalla città di Milazzo, a supplicarlo di fondare un convento anche nella loro città. La proposta fu naturalmente accolta con gioia.

Venne quindi il momento della partenza. Nel viaggio, assai avventuroso in quei tempi per l’inesistenza di idonee strade e l’endemica diffusione del brigantaggio, Francesco si fece accompagnare da due confratelli, padre Paolo Rendacio e fra Giovanni da San Lucido. I tre non portavano con loro né cibo e né denaro per espressa volontà del pio uomo, che si era totalmente affidato nelle mani della Divina Provvidenza.

E questa granitica fede fu ampiamente ricompensata, prima con il miracolo del pane, poi con quello strepitoso del passaggio, senza servirsi di alcuna imbarcazione, dell’infido Stretto di Messina. La notizia di quest’ultimo miracolo si sparse rapida tra la gente di mare e in breve in tutti i porti del Mediterraneo non si parlò d’altro.

Dei miracoli verificatisi nel viaggio verso la Sicilia si ha espressa menzione nel Processo Calabro o Regginense per la canonizzazione di Francesco. Vi furono anche altri due processi di canonizzazione: quello Cosentino e quello francese Turonense. Nel detto Processo Calabro, celebratosi negli anni 1512-1513, sono determinanti al riguardo le testimonianze, sotto solenne giuramento, di due persone, tali Pandolfo Bocone di Serrata (contraddistinto come teste n° 9 del processo) e Bernardino da Vanaro (indicato come teste n° 22 del processo), quest’ultimo sacerdote e figlio di un testimone oculare. Ed ecco la trascrizione integrale della deposizione del teste n° 22, che risulta essere la più importante.

“Il venerando signore Bernardino da Vanaro, nel territorio di Arena, in diocesi di Mileto, il quale (sotto giuramento) ponendo la mano al petto, perché Sacerdote, dinanzi alle Sacre scritture senza toccarle. Depone di sapere per relazione avuta da suo padre, oggi defunto, Cola del Vanaro che nell’anno in cui era carestia in Calabria, lo stesso suo padre viaggiava assieme a Roberto Ruiglio, Luca di Yaca, Giacomo Dalon, Giulio Cicchetti, Ippolito di Spano ed un suo fratello germano Marco Giacomo Sacca e Tommaso de Cicco, tutti del territorio di Arena, che al presente sono nell’altro mondo. Giunti alla pianura di Terranova, attraverso il passo di Borrello, il giorno primo d’Aprile dell’anno di carestia – e sono circa trentasette anni fa e poco più – accadde loro di incontrare il beato Francesco da Paola, il quale, appena li vide domandò loro in carità un po’ di pane. I predetti risposero di non averne neppure una briciola. Veramente (Francesco) disse a Cola, padre del teste che, glielo desse per carità, giacché essi ne avevano nelle loro bisacce. Ma affermando che assolutamente non avevano pane nelle loro bisacce, il beato disse:

- Datemi le vostre bisacce perché ivi è certamente del pane -

Cola allora diede le bisacce al beato Francesco, che, apertele, ne trasse un pane candidissimo, ancora caldo e fumante.

Rimase stupefatto Cola, il quale ben sapeva che nella sua bisaccia non v’era del pane e disse in cuor suo:

- Costui è un Santo -.

Tutti i compagni cominciarono allora a mangiare del detto pane poi che il beato lo aveva benedetto. E quanto più ne mangiavano, tanto più il pane aumentava.

E lo seguirono per tre giorni finché giunsero a Catona, luogo presso la città di Reggio; e sempre, in quei giorni, le nove persone furono alimentate e saziate dal pane.

Essendo a Catona il detto beato Padre disse ad un certo Pietro Colosa, padrone di una cimba, ossia barca, che faceva vela per la Sicilia, carica di legname atto a far barili, in uso a salare pesci, che lo volesse tragittare a Messina, città della Sicilia.

Il detto Pietro Colosa rispose:

- Pagami, o monaco, ed io ti trasporterò -.

- Passami per carità – disse il Padre.

E Colosa: – pagami ed io ti trasporterò -.

Ancora una volta insistette il beato dicendo: – Non ho denaro -.

Poi soggiunse: – Aspettami qui – .

E si allontanò quant’è un tiro di pietra: pregò, sollevò gli occhi al cielo, fece un segno di croce sul mare, e si pose nel mare, con un suo compagno, come se passasse su terra ferma, viaggiava e così passò lo stretto.

Pietro Colosa, mio padre, e i suoi compagni rimasero ammirati e stupefatti per la virtù di tanto uomo.

Mio padre e i suoi compagni ritornarono a Borrello, e per altri due giorni ancora mangiarono di quel pane.

E questa è la verità avuta dalla relazione di mio padre, oggi defunto, il quale assai spesso mi ripeteva questo racconto, che del resto pur assai spesso ripetevano la moglie del Ruiglio Roberto, e le mogli degli altri (otto) testi”.

Ed ora l’altra testimonianza (n° 9 del processo):

“Il nobile ed egregio Pandolfo Bocone, nativo di Soreto (Serrata), nella diocesi di Mileto, interrogato, sotto giuramento, in merito al processo in atto, depose che… presso la marina di Gioia, sentì dire che il beato Francesco di Paola, volendo, con due compagni, salpare in Sicilia, trovandosi nei pressi di Catona, pregò un tale barcaiuolo che lo traghettasse in Sicilia. Ma il detto barcaiolo gli rispose:

- Pagami, o monaco, ed io ti trasporterò.

Allora il detto beato Francesco soggiunse:

- Per carità, non porto con me denaro.

E il marinaio a lui:

- E nemmeno io ho la cimba per te.

Perciò il beato Francesco disse ai naviganti ed ai frati che erano con lui:

- Scusatemi finché vado qui vicino.

E così si allontanò da loro ad un tiro di pietra, e si mise a pregare, poi benedisse il mare, e videro il beato Francesco, in quell’istante, camminare sopra le onde, e di là passare in Sicilia “.

Il portentoso miracolo della traversata di Francesco sulle acque dello Stretto di Messina, servendosi del solo mantello, avvenne nella piena luce del sole il 4 aprile dell’anno del Signore 1464, davanti agli occhi esterrefatti di una moltitudine di persone, per lo più pescatori e barcaioli.

Una leggenda, dura a morire tra le genti di quelle coste, narra che da quel giorno e fino alla sua morte, e poi in seguito come anima in pena, padron Pietro Coloso sia costretto ad aggirarsi, al calar di ogni sera, sulla spiaggia del miracolo, versando inesauribili lacrime per non aver esaudito un giorno, per sordida avarizia, la richiesta di un umile frate. Si narra anche che padron Pietro sia condannato a veder ripassare nei suoi occhi l’immagine sfolgorante di Francesco, che con l’impossibile barca naviga l’orgoglioso mare di Sicilia.

Appena il Santo giunse nella città di Milazzo, l’intera cittadinanza fu pervasa da grande ardore religioso, tanto che si decise subito di mettere mano alla costruzione del convento. Soltanto che il sito prescelto presentava l’inconveniente di essere servito da un pozzo di acqua salmastra, cosa non rara in quelle terre siccitose. Anche in questo caso Francesco dimostrò di possedere il “dominio sulle acque”. Con un semplice segno di croce rese potabile quell’acqua imbevibile, ammonendo però i presenti che soltanto la magnificenza di Dio aveva permesso ciò e che appena si fosse terminato di costruire il monastero e quindi la cisterna di raccolta dell’acqua piovana il pozzo sarebbe ritornato salmastro.

Il popolo di Milazzo utilizzò quell’acqua, detta di San Francesco in onore del Santo, per circa quattordici anni, dopo di che, terminati i lavori del convento, ridivenne salmastra come prima.

Invece Francesco rimase in Sicilia per circa tre anni, poi ritornò in Calabria nell’amato eremo di Paterno.

UN VIAGGIO PER MARE Anche coloro, che erano addetti alla costruzione delle imbarcazioni, godevano della speciale protezione di Francesco, come dimostra l’episodio riguardante un mastro d’ascia di nome Santo di Lochin. Un giorno, mentre costui era intento a sbozzare del legname adatto per una barca in allestimento, venne morso da una serpe velenosa. Egli si recò precipitosamente dal sant’uomo, che gli fasciò la ferita con una corteccia di ginestra; dopo poco la piaga scomparve.

Assai richieste da tutti, in particolar modo dai naviganti, erano le candele benedette personalmente dal Santo. Era opinione diffusa che esse conservassero parte della grazia trasfusa dalle mani di Francesco e che quindi godessero del privilegio di fugare i tuoni e le tempeste. Anche l’anonimo (per gli storici è il dotto calabrese Lorenzo Clavense) estensore della prima biografia di Francesco di Paola, scritta in latino, insiste sulla potenza miracolosa delle candele da lui benedette, che, secondo molte testimonianze raccolte, accese nel momento opportuno, avevano salvato molte persone in gravi pericoli per mare, financo in cruenti battaglie navali. Forse non a caso Francesco aveva donato, come abbiamo già accennato, una candela benedetta al Conte d’Arena e alle sue schiere al momento di intraprendere la difficile impresa della riconquista di Otranto.

Quando Luigi XI, il potentissimo re di Francia, fu colpito da una grave forma di malattia, che lo debilitava nel fisico e nello spirito, e ci si rese conto che inutile era qualunque cura praticata dai maggiori luminari della medicina del tempo, negli ambienti della sua corte cominciò a ventilarsi l’ipotesi di ricorrere all’intervento miracoloso di Francesco, la cui fama di grande taumaturgo volava già per tutta l’Europa.

Subito Luigi XI si aggrappò caparbiamente a quest’ultima speranza, per cui diede immediate disposizioni alla sua diplomazia affinché si trovasse il modo di portare l’Eremita , come ospite, alla corte francese.

 

Al convento di Paterno, dove poco tempo prima erano arrivati gli armati del re di Napoli per condurre, a viva forza, Francesco al cospetto del sovrano e che se ne erano dovuti tornare, turbati da fatti prodigiosi, a mani vuote, giungeva ora l’ambasceria di uno dei re più potenti d’Europa a supplicare la presenza del Santo in terra di Francia. Egli oppose però un cortese, ma fermo diniego. Luigi XI si rivolse quindi a Ferrante affinché convincesse il frate. Il sovrano napoletano, che prima aveva tentato di arrestarlo, adesso lo supplicava. Ma Francesco oppose un secondo rifiuto.

L’accorta diplomazia francese pensò quindi di rivolgersi direttamente alla Santa Sede. L’esito fu positivo. Il papa Sisto IV, in nome del voto di “obbedienza cieca”, ingiunse quindi a Francesco di recarsi alla corte di Francia. Umilmente egli obbedì e, rifiutato il comodo viaggio su una galea reale napoletana, partì a piedi alla volta di Napoli, porto d’imbarco della nave diretta in Francia.

Era il febbraio del 1483 e il Santo già sapeva che non vi sarebbe stato più ritorno alla sua amata terra. Per rinfrancarlo dal faticoso viaggio, fu trattenuto per qualche tempo a Napoli, gradito ospite dei Reali.

La scettica corte napoletana poté quindi assistere a tutta una serie di eventi portentosi, tra cui il seguente, testimoniato dal cappellano reale, padre Ambrogio Coppola. Mentre Francesco era intento al frugalissimo pasto quotidiano, il re mandò un suo valletto con un vassoio ricolmo di pesci fritti. A quella vista il Santo tracciò nell’aria un ampio segno di croce ed immediatamente quei pesci tornarono vivi, guizzando vivacemente; disse poi al valletto di riportarli così a sua maestà, con il seguente messaggio: che lasciasse subito liberi, come lui aveva fatto con i pesci, quegli infelici innocenti, che la tirannia regia teneva a marcire nelle fetide prigioni del Maschio Angioino.

Le notizie di questo e altri miracoli corsero veloci per tutte le corti d’Europa, accrescendo ancora di più la fama di Francesco.

Intanto il re di Francia, sempre più tormentato dalla malattia, espresse il desiderio che si rendesse più spedito il viaggio, abbreviando il soggiorno di Francesco alla corte di Napoli.

 

Il desiderio del potentissimo monarca francese era un vero e proprio ordine, per cui fu giocoforza, anche per l’orgoglioso re Ferrante, accontentarlo. Il sovrano napoletano ordinò quindi che lo stesso suo figlio Federico, principe di Taranto, con un folto stuolo di nobili e cavalieri, tra cui il famoso poeta Francesco Galeota, si accompagnasse al santo Eremita nel periglioso viaggio per mare verso la Francia.

Francesco e il suo seguito s’imbarcarono nel porto di Napoli sulla galea del capitano Intraccato. Ben presto però si verificò il primo intoppo. Giunta all’altezza della Fiumara Grande, località prossima alle foci del Tevere, la nave s’incagliò in uno dei numerosi banchi di sabbia che, affioranti a pelo d’acqua, rendevano insidioso quel tratto di mare.

Per quanti gravosi sforzi facesse l’intero equipaggio tutto fu vano per disincagliarla. A questo punto Francesco chiese di essere portato sulla non lontana spiaggia, dove, in disparte, inginocchiatosi, cominciò a pregare intensamente. In quei medesimi istanti, come mossa da una immensa ed invisibile mano, la galea si liberò immediatamente dalla secca.

Dopo una breve sosta a Roma, in cui il Santo ebbe dei colloqui riservati con il Papa, si decise di riprendere il viaggio. Ma un’ostinata bassa marea teneva l’imbarcazione inchiodata agli ormeggi nel porto di Ostia. La costernazione a bordo era grande, soprattutto dell’ambasciatore francese, che temeva, per questo ulteriore ritardo, l’ira di re Luigi XI. Ad un dato momento Francesco, che osservava seraficamente la situazione, disse ai marinai di scandagliare il fondo perché c’era acqua a sufficienza per salpare.

I marinai, che proprio allora avevano effettuato quell’operazione con esito negativo, guardarono con ironica sufficienza quel frate che voleva saperne più di loro in fatto di cose di mare, ma alle sue ripetute insistenze, furono costretti ad accontentarlo, anche se con molto scetticismo. Quale fu la meraviglia di quei rudi uomini nel constatare che, in quel brevissimo spazio di tempo, il livello dell’acqua era miracolosamente salito di ben sei palmi. La qual cosa permise l’immediata partenza.

Verso la fine del viaggio la galea fu sorpresa da una violentissima tempesta, per cui si cercò scampo nel riparato golfo di Lione, dove appunto si gettò l’ancora, anche per procedere, alla meglio, alla riparazione dei danni subiti. La nave si trovava ferma in questa scomoda ed indifesa posizione, quando apparve all’orizzonte un veloce veliero sconosciuto, potentemente armato. Erano pirati che incrudelivano sugli sfortunati naviganti di quel di mare.

La fusta piratesca sparò, in piena corsa, una bordata dei suoi cannoni e poi si preparò all’arrembaggio. A quella vista un gelido terrore agghiacciò il cuore di ogni componente l’equipaggio cristiano della galea disarmata. Essi sapevano benissimo che li attendeva ormai una ben misera fine. Da orrorifiche testimonianze sapevano che chi non finiva immediatamente squartato nello scontro, veniva poi gettato vivo, quale succulento pasto, ai pesci.

Quegli uomini avevano però capito, da tanti strabilianti segni, quale uomo caro a Dio portavano imbarcato, per cui subito supplicarono Francesco di salvarli. Il pio uomo si trovava, come sempre, chiuso nella cabina intento a pregare. Al frastuono e alle grida Francesco si scosse, poi invitò tutti, dolcemente, a non temere perché il Signore Iddio era con loro, per cui nessuno poteva correre alcun pericolo. Infine ordinò di levare l’ancora e salpare. Increduli, gli uomini si gettarono alle manovre. L’ancora fu issata e le vele sciolte, subitaneamente una forte brezza le gonfiò, imprimendo una sempre più rapida corsa alla nave, nel contempo quella dei pirati si era immobilizzata come avvinghiata da una forza sovrumana. Nel suo specchio di mare non vi era il benché minimo alito di vento.

In breve la galea napoletana divenne un puntino nero all’orizzonte, che ben presto scomparve alla vista dei nemici. Al suo arrivo in Francia, Francesco fu accolto trionfalmente dal Delfino, il futuro Carlo VIII.

In questo avventuroso viaggio per mare la lunga serie di prodigi verificatisi dimostrò che Egli era veramente il santo di tutti i naviganti e al buona stella di ogni nave cristiana.

In San Francesco di Paola si compiva dunque il vaticinio, fatto secoli prima, dall’abate calabrese Gioacchino da Fiore, che Dante cantò “di spirito profetico dotato”, il quale aveva profetizzato:

“O Paola beata, da te nascerà il fiore dell’amore! “.

L’amore anche per il mare, le navi e i marinai.

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