La terra di mare

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La città di Trapani ed il suo hinterland (e più in generale la Sicilia) hanno un rapporto profondo e intimo con il mare: ritengo che non sia possibile comprendere Trapani e la sua storia, la sua cultura – materiale e “dotta” -, i suoi abitanti ed i loro costumi, se non li si collega al mare ed a quanto questo ha dato alla città nel suo divenire, nel corso dei millenni. Scorrendo la storia della Trapani marinara troveremo un filo conduttore che si dipana nei secoli – a volte nei millenni – e che inserisce la nostra città in un contesto culturale ed antropologico quanto meno mediterraneo (ma direi europeo): che poi questa consapevolezza col tempo si sia affievolita – o addirittura perduta – è un altro discorso, e la responsabilità è di noi tutti, che non abbiamo saputo capire – o abbiamo voluto dimenticare – i segnali tramandatici.

Trapani è intimamente e doppiamente legata al mare: per la sua conformazione geografica (poche sono le città che si protendono nel mare come la nostra, che su tre lati confina col Mediterraneo; ma anche sul quarto lato il collegamento è strettissimo: gli antichi navigatori diretti al porto di Trapani assumevano come punto di riferimento il Monte Erice che per l’altezza si scorgeva da lontano); ma anche e soprattutto per i fattori economici: la pesca del tonno, del corallo, le saline, prima ancora dell’attività alieutica hanno dato alla città fama e benessere, assicurando la sussistenza a migliaia di famiglie e contribuendo alla nascita e alla crescita di tradizioni, saperi empirici, cultura.

I pescatori trapanesi non sono stati mai come i Malavoglia di Verga, famiglia poverissima e vessata dalla sventura: hanno costituito piuttosto una categoria se non ricca almeno agiata rispetto ad altri lavoratori, dotata di una certa potenza economica e anche sociale, ieri come oggi. All’inizio del 1600 (nel 1609 per l’esattezza) venne pubblicato il Codice dei “Privilegi Regali et lettere Viceregie di Gratie concesse alli Pescatori della Città di Trapani”: un libro elegantissimo, con ornamenti e finezze stilistiche che stanno a dimostrare la ricchezza del ceto dei pescatori, e anche la loro potenza come corporazione dal momento che grazie a quei privilegi riuscivano spesso a resistere ai tentativi di imposizioni – fiscali e tecniche – da parte dei Giurati cittadini (Lombardo). Oggi la marineria trapanese costituisce un grosso serbatoio di voti soprattutto in occasione di elezioni amministrative, e per questo è blandita, coccolata, dai politici locali che se ne dividono i favori. Ecco il primo segnale di un continuum temporale che lega l’attualità con la storia di Trapani.

 

Ho anticipato che l’attività di pesca intesa come ricerca e cattura del pesce ha dato lavoro e benessere alla città (che è uno dei maggiori porti italiani per la pesca del pesce azzurro), ma la fama nazionale e internazionale l’hanno data alcune attività altamente specializzate: la pesca del corallo, la pesca del tonno, la raccolta del sale. Qui sta la differenza con Mazara del Vallo, che oggi è la capitale della pesca mediterranea, ma non dispone nelle sue vicinanze né di fondali ricchi di corallo, né di punti di passaggio dei tonni nelle loro migrazioni (eccezion fatta per Torretta Granitola dove fino al 1972 operava una tonnara di ritorno): mentre la semplice cattura dei pesci assicura lavoro e guadagno ma si ferma al contingente, la pesca del tonno ha creato paesi e cultura, forme societarie e complesse di organizzazione del lavoro, miti e riti; la stessa cosa vale per la raccolta del sale; la pesca del corallo nei secoli ha formato categorie di artigiani valentissimi, ha favorito la nascita e lo sviluppo di un’arte nobile – quella dei maestri corallari – che ancora oggi fa della nostra città un polo di interesse internazionale.

Non stiamo parlando di un passato remoto: in provincia di Trapani sono ancora attive diverse saline; qui operano le ultime due tonnare siciliane (che all’inizio dell’800 erano una cinquantina, e a metà del XX secolo superavano il numero di venti), che danno lavoro e materia prima all’industria conserviera (si tratta di San Giuliano/Bonagia e Favignana); qui poco più di vent’anni addietro – dal 1978 al 1980 – c’è stata una ripresa della pesca del corallo con la scoperta da parte dei sommozzatori del Banco Scherchi, distante 70 miglia dalla costa verso ponente. Grazie al corallo di Scherchi – pescato in grandi quantità – a Trapani sono rifiorite le scuole di addestramento degli artigiani corallari (e diverse “botteghe” si sono aperte), ed inoltre la improvvisa ricchezza proveniente dalla sua pesca ha fatto nascere una nuova classe sociale, di cui fanno parte quei pescatori più ardimentosi che con le loro barche hanno portato i subacquei a raccogliere il corallo sullo Scherchi, e con i guadagni ricavati dalla loro parte di pescato si sono trasformati in piccoli armatori acquistando nuovi motopesca da affidare in comando a terzi, e ancora in grossisti di corallo facendo da corrispondenti-intermediari fra i subacquei pescatori e gli acquirenti di Torre del Greco. Oggi questa nuova classe sociale creata dal corallo costituisce un segmento a metà fra il pescatore e l’armatore.

Nonostante tutto questo, non mi sembra che la città di Trapani abbia tributato al settore gli onori che merita: nella toponomastica abbiamo un vicolo Rais piccolo e nascosto (e non dimentichiamo che i rais trapanesi già nel XV secolo erano ritenuti i migliori del Mediterraneo e furono chiamati ad impiantare tonnare in Sardegna, Spagna, Toscana, Libia, Tunisia); la via Corallai sporca e abbandonata; via Carosio dal nome di una famiglia di armatori di ligudelli per la pesca del corallo (ma chi lo sa? Non sarebbe il caso di indicare nella targa chi erano questi Carosio?); la piazza Scalo d’Alaggio che ha preso il nome dall’attività che vi si svolgeva. Per il resto – che io ricordi – niente di più.

Una storia così intimamente legata al mare ha forgiato la città ed i suoi abitanti. A pieno titolo Trapani è dunque parte integrante di quella che gli antropologi chiamano la “Cultura del Mare”: una cultura che trae la sua materia, tanto a livello del piano dell’espressione quanto del contenuto, da un universo culturale dai tratti strutturali comuni, malgrado i diversi contesti locali.

 

Una cultura che si è stratificata nelle società che hanno vissuto sul mare, al di là dello spazio e del tempo. La stratificazione di questa cultura ha fatto sì che sapienze antiche si siano sommate alle conoscenze del momento, costituendo un unicum culturale “in progress” che quotidianamente si arricchisce senza perdere per strada il patrimonio acquisito. E’ straordinario constatare come questa cultura non conosca confini spaziali né temporali, e riunisca sapere empirico, mito, religione, riti e tradizione.

I pescatori/marinai sono gli ultimi aedi che cantano il presente affondando la loro conoscenza nel passato prossimo e remoto, sia pure in maniera del tutto inconscia. Sono i cantastorie che tramandano i racconti ereditati dai padri e dai nonni, e quelli che questi ultimi avevano appreso dagli “antichi”, assumendo per verità inconfutabili quel miscuglio di storie che nasce dal mito e dalla realtà, che spesso interagiscono quando si vive e si opera in un contesto diverso da quello quotidiano, qual è appunto il mare con i suoi pericoli, i suoi segreti ed i suoi misteri.

Questi stessi pescatori/marinai raccontano le loro avventure e ci si rende conto che in tutta sincerità spesso vivono come assolutamente reali – e sorge il dubbio se lo siano davvero – fatti e avvenimenti che fanno parte del bagaglio folklorico e culturale legato al mare.

Il pescatore/marinaio – anche trapanese, soprattutto trapanese, dunque – è il detentore di una storia/cultura infinita, che vivrà finché esisterà il mare: “l’immaginario dei ceti popolari (in tutta Europa) è legato al mare più di quanto non lo sia stata la società ufficiale. Il collante è costituito sia da una loro più diretta partecipazione alle attività legate al mare, sia dal patrimonio di credenze e pregiudizi da queste alimentato. Nell’area mediterranea da sempre le comunità impegnate nell’attività marinara hanno utilizzato un repertorio di segni talmente omogeneo da non lasciare spazio a incertezze sul loro valore simbolico. Forme di organizzazione della vita e del lavoro sono rimaste intatte nei loro caratteri essenziali, e continui contatti tra porti e centri marinari hanno consentito la diffusione di credenze, usi, costumi” (D’Agostino).

L’EREDITA’ DEL MARE

 

La “cultura del mare” è quell’insieme di comportamenti, rituali, credenze, miti, che si sono creati nei secoli indipendentemente dalla realtà geografica e socio-economica in cui le diverse società si sono sviluppate: “una cultura che trae la sua materia, tanto a livello del piano dell’espressione quanto del contenuto, da un universo culturale dai tratti strutturali comuni, malgrado i diversi contesti locali”, abbiamo detto in precedenza.

Vivendo con i marinai/pescatori ci si rende conto di come questa cultura si sia stratificata nella loro società, costituendo un patrimonio che si arricchisce quotidianamente con l’esperienza del momento, che si somma a quella antica. La tradizione – e “traduzione” – orale della sapienza e delle credenze popolari dimostra come un unico denominatore comune leghi popoli e saperi separati dallo spazio e dal tempo.

Qui voglio portare qualche esempio di questa “Cultura” che si è tramandata attraverso le generazioni al di là di ogni confine.

I marinai chiamo “Boria” il forte vento da nord che agita il mare fino alla tempesta. Sorge spontanea la domanda: da dove proviene il termine. Forse da Bora, il gelido vento di nord est che soffia sul golfo di Trieste? Se fosse così, quale rapporto ci sarebbe con i mari meridionali? Ebbene, no. Si tratta di uno storpiamento di Borea, uno dei quattro venti a cui la mitologia greca ha affidato il mondo nato dal kaos: a Borea il settentrione/nord, a Zefiro l’occidente/ponente, ad Euro l’oriente/est, ad Ostro il mezzogiorno/sud. Ma quanti pescatori hanno mai sentito parlare di mitologia e venti divini? La tradizione orale ha mantenuto vivo – nel mondo dei pescatori – il mondo mitologico greco (cfr., per es., l’Odissea).

 

In una antica “cialoma” di tonnara, il canto intonato all’unisono per uniformare lo sforzo dei tonnaroti quando ancora non c’erano i verricelli idraulici, si invoca Dio perché salvasse i pescatori dai corsari “e di chilli turchi cani” che non credono alla fede cristiana (Guggino).

A Venezia i battipali della laguna si davano il tempo cantando, e una strofa dei loro canti di lavoro – anche questi intonati per operare all’unisono – diceva “l’è el turco can”: “Turchi cani” dunque nelle tonnare siciliane, e nella laguna veneta (Savona – Straniero). Ma cosa ne sapevano gli uni degli altri dei canti e delle invocazioni, i tonnaroti ed i battipali? Anche perché nell’alto Adriatico non sono mai state calate tonnare fisse. E’ questa un’altra prova della esistenza della grande anima del mare che riunisce tutto nella sua Cultura, che ha legato uomini dalla storia tanto diversa.

Così i rais delle tonnare – di tutti i tempi e di tutti i luoghi – attendono le notti di luna piena perché sanno che in quei giorni arriverà fra le reti il grosso dei branchi di tonni. Quante volte ho sentito i pescatori pregare perché la luna piena si compia nel pieno della migrazione dei pesci, in piena primavera, una evenienza che non sempre si verifica! Bene, 500 anni prima di Cristo Erodoto scriveva “con la luna piena arriveranno i tonni panciuti”: dove “panciuti” sta per grassi a causa delle gonadi rigonfie dei prodotti sessuali, cosa che avviene solo durante la migrazione genetica! L’osservazione empirica dei pescatori del V secolo a.C. aveva già appurato come nelle notti di plenilunio i tonni all’apice della loro “corsa” genetica finissero numerosi nelle trappole che l’uomo gli aveva preparato. Tonni “panciuti”, dalla surra grassa e rigonfia per le uova e il lattume, e per questo più appetibili (Sarà).

 

Veniamo ora ad un termine ormai quasi desueto, in passato spesso usato dai carpentieri, soprattutto navali: “aggarbato”, per indicare un legno incurvato per assumere la forma desiderata. La curvatura del legname delle barche veniva detta “aggarbatura”.

Scorrendo due antichi atti notarili – uno del 1418, l’altro del 1435, entrambi conservati in Palermo – emerge che nei contratti per la costruzione di imbarcazioni per le tonnare si chiedeva la realizzazione di un Vascello (“xirius” o “xerium”, da cui il moderno “Sceri” come veniva chiamato il Vascello nelle tonnare a levante di Trapani: già a Scopello) di qualità, grandezza, qualità “e garbo” (o “galbo”) “come quello della tonnara di Solanto”.

Il “garbo” – nelle sue forme originarie “garibo”, “galibo” e “galbo” – era una delle dimensioni della nave o barca, la sua “pancia”, l’arrotondamento, la forma concava dello scafo, e lo ritroviamo negli atti notarili di tutta Italia fin dalla prima metà del 1200. Nei secoli dal 14mo al 17mo addirittura si coltivavano alberi per il garbo, forzando la loro postura per dargli la curvatura richiesta per farne madieri o ordinate, l’ossatura della barca (Ciciliot).

In tonnara, sulle barche minori come la “muciara”, c’è un marinaio che ha il ruolo di “pruere”, che si posiziona sulla prua della imbarcazione ed ha il compito di controllare il cavo di traino durante la navigazione, e inoltre di dirigere i rematori negli spostamenti all’interno del recinto disegnato a mare dai cavi “di summo” della tonnara (Ravazza).

 

Bene, il termine – tuttora usato – viene dal greco “Prorèus” poi divenuto “Proreta” in latino; nei dipinti vascolari o nei bassorilievi fin dal VII secolo a.C. sulle navi del tempo assieme al Kibernètes/Gubernator – timoniere/capitano, posizionato a poppa – viene rappresentato il “Proreta” (Medas), che bada alle insidie sotto la prua della imbarcazione e accanto all’alto aphlaston guida i rematori verso i branchi di pesci da circuire con le reti (Sarà).

Ma le somiglianze non si registrano soltanto fra marinai e pescatori dello stesso Paese: le contiguità culturali a mare non conoscono confini nazionali.

Il pesce “Viola” (in italiano: Donzella) che tutti noi conosciamo perché è comune nel nostro mare ed è ottimo da gustare fritto, ha una caratteristica: è ermafrodita, nel corso della vita cambia sesso, sembra anche più di una volta. Ebbene, gli arabi chiamano la Viola “arusu”, vocabolo tanto simile ad un termine volgare siciliano che sta per “femminello”, omosessuale. Sono grato all’amico Giacomo Pilati, che sta scrivendo un romanzo sulla vita di un uomo che fino all’età di vent’anni aveva vissuto convinto di essere donna, per avermi comunicato questa “scoperta” che spiega l’etimologia di un termine altrimenti incomprensibile.

Leggendo e traducendo per il mio sito Internet “Cosedimare” un saggio sulla pesca nell’antica Betica (la Spagna del sud) del prof. Enrique Garcia Vargas, dell’Università di Siviglia, mi ha colpito il termine “boliche” usato per indicare un particolare tipo di rete: la sciabica/tratta. Orbene, nel 1500 “bulichi” veniva chiamata dai pescatori trapanesi la rete sciabica, e questo termine – francesizzato in bouliche – viene ancora usato dai pescatori tunisini (Lombardo). E’ evidente l’origine del nome, esportato dai trapanesi che nei secoli scorsi hanno impiantato le tonnare fisse in Spagna (XVI secolo) e si sono recati a pescare lungo le coste del nord Africa. Oggi a Trapani non si usa più la parola “bulichi” , ma c’è un metodo di pesca che viene detto “buliare”: quando si cingono i pesci con la rete e poi si fa rumore per spaventarli e farli ammagliare: viene da bulichi? Chissà.

 

Quando ho cominciato a seguire il lavoro nella tonnara di Bonagia, l’anziano Rais Mommo Solina mi parlava della “Raisìa”, termine col quale indicava tutte le qualità che deve avere un buon rais. A me sembrò una parola molto bella, e poi capii perché: raisìa non indicava soltanto l’arte del calare le reti e catturare i tonni; c’era anche questo, ma non solo. Era la capacità di prevedere il tempo ed i movimenti dei pesci, di posizionare le reti al punto e nel momento giusti, ma soprattutto di guidare la moltitudine di tonnaroti facendosi amare e rispettare, temere e stimare. Era la capacità anche di amministrare la giustizia – quella minima, spiccia, del quotidiano – in quel microcosmo che era, ed è tuttora, la tonnara (Ravazza). Bene, dal Pugnatore apprendiamo che Rais erano appellati i cinque “ordinarj ministri” inviati in Sicilia dai Saraceni/Arabi – durante la loro occupazione dell’isola – per il governo delle “pubbliche cose”. Una sorta di governatori per le cinque circoscrizioni (come chiamarle altrimenti?): Trapani, Palermo, Messina, Catania e Siracusa. Governatori che – appunto – erano deputati ad amministrare la cosa pubblica ed a dirimere le controversie civili e penali.

Come possiamo capire la nostra terra senza tener conto della Cultura e della Civiltà del Mare?

L’ISOLA PERDUTA

 

Trapani ha un’altra caratteristica peculiare per capirne l’anima.

E’ la punta estrema, lanciata verso il mare occidentale – le Colonne d’Ercole? – di un’isola, la Sicilia.

Noi siciliani viviamo in un’isola, siamo isola noi stessi. Questa condizione ha portato svantaggi – la separazione dalla terraferma con il suo costo psicologico e reale, la marginalità geografica e culturale (anche se su questo molto ci sarebbe da dire) – ma anche vantaggi, non ultimo quelli derivanti dal turismo che nell’isola riconosce sempre una cosa “altra” e dunque da raggiungere e “scoprire”.

Ed a questo proposito, che senso ha costruire un ponte che snaturerebbe la natura, l’essenza stessa di questa terra? Un pugno in faccia alla natura, un colpo allo stomaco dell’ambiente, a fronte di quali vantaggi? Questo sarebbe il ponte sullo Stretto che questo Governo nazionale fortissimamente vuole, incoraggiato dai suoi servi sciocchi siciliani così desiderosi di liberarsi dallo status di isolani.

Pedrag Matvejevic, tra i massimi saggisti della letteratura slava odierna, scrive che “Ci sono isole che sembrano rinunciare al loro destino insulare e altre che invece tendono a restare orgogliosamente tali. Il pudore e l’orgoglio sono tratti che scorgiamo spesso negli autentici abitatori delle isole”. Lo stesso scrittore aggiunge che “La scienza contemporanea dedica più attenzione alle questioni insulari di quanto non facesse quella passata: alla cosiddetta insularità, materiale e spirituale, effettiva e presunta”.

Ma Trapani era quasi isola essa stessa, quando un fossato/canale univa il mare di tramontana con quello di mezzogiorno, più o meno dove ora c’è la via Spalti.

E soprattutto Trapani ha davanti a sé un nugolo di isole e scogli: Favignana, Levanzo, Marettimo, Formica, Maraone, Asinelli, Porcelli, la Colombaia, l’isola Calcara, forzando anche l’Isola Lunga (o Grande) che chiude lo Stagnone di Marsala. Isole tutte ricche di storia e di miti: l’isola è “grande protagonista dell’immaginario umano”: mondo chiuso, misterioso, dove la fantasia genera la proiezione di una semplicità ideale (M. du Jourdin).

Ma l’isola è anche metafora del cammino umano, della corsa verso la conoscenza: meta agognata, punto di arrivo, e immediatamente dopo base di partenza per nuovi viaggi nel mare del sapere.

Noi abbiamo davanti agli occhi quelle isole che rappresentano un obiettivo ideale vicino e raggiungibile, a cui tendere per acquisirlo e immediatamente dopo spiccare il balzo verso il mare aperto, il Canale di Sicilia misterioso e percorso da millenni di storia, civiltà, cultura.

E quasi nel mezzo del Canale, a ponente dell’isola di miele, Marettimo, “la sacra” per i greci, gli antichi romani ubicarono due isolette – dette Are – poste quasi a metà fra la Sicilia e la Sardegna, e ne assegnarono la proprietà a Drepano/Trapani, la terra più vicina. Delle Are – Aras – parla Virgilio nel I libro dell’Eneide, come di scogli affioranti dai flutti. La notizia dell’esistenza delle due isole è ripresa alla fine del 1500 da Giò Francesco Pugnatore nella sua “Historia di Trapani” dove scrive che una era romana, l’altra cartaginese.; per lui entrambe le isole furono sommerse dai flutti per un terremoto e sparirono per sempre dalle carte nautiche. Di fatto quelle isole non devono mai essere esistite, ed è probabile che in effetti non di isole si trattasse, ma del banco Scherchi, il vasto bassofondo a 50 miglia da Marettimo la cui sommità arriva fino a 25/30 centimetri dalla superficie: quando c’è mare calmo e bassa marea lo scoglio Keith emerge per qualche centimetro.

Al largo di Trapani, dunque, in età classica si reiterava il mito dell’isola che non c’è, miraggio eppure meta agognata: è l’isola di Peter Pan, oppure la reale Ferdinandea che nel 1831 sorse a metà Canale fra la Sicilia e la Tunisia e venne contesa dai Borboni e dagli inglesi che la chiamarono Graham, ma che alla fine davvero scomparve in una nuvola di fumo; o ancora l’isola dei Beati inseguita da San Brandano nella sua Navigatio religioso/mitologica che risale all’anno Mille circa. O ancora l’isola/miraggio di Guido Gozzano che nel 1913 le dedicò la poesia “La più bella”: “Ma bella più di tutte l’isola non trovata/ […] s’annuncia col profumo, come una cortigiana/ […] ma se il pilota avanza/ rapida si dilegua come parvenza vana/ si tinge dell’azzurro color di lontananza”. Le stesse identiche parole saranno messe in musica negli anni ’80 dal cantautore Francesco Guccini, che però ometterà di citare Gozzano quale autore del testo della sua “Isola non trovata”.

Un’altra isola misteriosa sarebbe esistita appena fuori dal porto di Trapani, sede addirittura di una tonnara, e come tale veniva segnalata nelle antiche carte nautiche. A parlarne è nel 1709 il gesuita Padre Massa, che scrive di un’isolotto chiamato di San Vittore, contiguo allo scoglio Porcelli (3 miglia a ovest della Torre di Ligny); la notizia è ripresa da Raimondo Sarà, ma ancora una volta si tratta di un’isola inesistente al largo di Trapani.

Nel suo brano “L’isola che non c’è”, Edoardo Bennato canta: “Seconda stella a destra/ questo è il cammino/ e poi dritto fino al mattino/ non ti puoi sbagliare perché/ quella è l’isola che non c’è …”, ma alla fine, guardando a chi non insegue più la sua meta ideale, conclude: “Chi ci ha già rinunciato/ e ti ride alle spalle/ forse è ancora più pazzo di te”.

L’isola, dunque, oggetto di desiderio e misteriosa, spesso non raggiungibile perché esiste solo nella fantasia, o si nega al navigante che cerca di approdarvi.. L’isola è ben più di uno scoglio circondato dal mare: a volte è l’emblema stesso della ricerca umana – interiore e non.

Torniamo alla domanda iniziale: perché abdicare alla nostra condizione di “isola” per farci coinvolgere nella globalizzazione del “continente”?

LA TERRA COLORATA

 

L’isola, la sua condizione di punto di arrivo/base di partenza, è uno dei simboli principali del racconto che sta alla base della letteratura occidentale moderna: l’Odissea di Omero.

L’Odissea per lo scrittore Pietro Citati è un grande isolario: è come se lo spazio fantastico fosse composto quasi esclusivamente da isole.

Mi chiedo: è solo un caso che una tesi, tanto ammaliante quanto tutta da provare, individui in Trapani e le sue isole le terre della peregrinazione di Odisseo/Ulisse?

Alla fine del 1800 gli studi dello scrittore inglese Samuel Butler, “The Authoress of the Odyssey”, misero sottosopra il mondo scientifico, identificando in Trapani e nelle isole Egadi lo scenario in cui si svolge buona parte dell’Odissea. Dopo Butler la tesi venne riproposta dall’erudito trapanese Pietro Sugameli nel 1892, e più recentemente da Vincenzo Barrabini, anch’egli trapanese, negli anni ‘60; un professore Nuovazelandese che insegnava a Canterbury, Lewis Greville Pocock, nel 1952 ha scritto “Reality and allegory in the Odyssey” sposando in parte la tesi di Butler.

 

Secondo gli studiosi citati, Itaca sarebbe Marettimo, Hiera, l’isola sacra, e Trapani sarebbe Scherìa – o Scherìe – la città dei Feaci governata dal saggio Alcinoo, terra dove l’ospitalità era sacra. I Feaci, inoltre, erano grandi navigatori, traghettatori di ospiti, e le loro navi viaggiavano veloci e silenziose nascoste dalla nebbia. Bene, chi non conosce la tradizionale ospitalità dei trapanesi, e la loro bravura nel solcare i mari?

L’isola delle Capre da dove Ulisse partì per la terra dei Ciclopi (Erice?), sarebbe Favignana – Aegusa – , e nell’isolotto di Formica – Asterìde – i Proci avrebbero teso l’agguato a Telemaco figlio di Odisseo.

Tantissimi sono i luoghi trapanesi “riconosciuti” da Butler (e dai suoi epigoni) scorrendo le pagine dell’Odissea: gli scogli di Torre di Ligny in cui fu trasformata la nave di Odisseo da Posidone adirato; la scogliera di tramontana battuta da Borea su cui venne scagliato l’eroe prima di approdare alla foce ridossata di un fiume; le saline.

Ed a proposito della nave di Odisseo trasformata in scoglio dal Dio del mare, non dimentichiamo che un’antica leggenda trapanese narra che gli stessi scogli davanti alla Torre di Ligny altro non fossero che una nave di pirati saraceni trasformata in pietra dalla Madonna di Trapani intervenuta in difesa della sua città.

Se pensiamo che la statua della Madonna adorata dai trapanesi arrivò in città grossomodo a metà del XIII secolo, possiamo vedere quanto sia radicata nel popolo quella leggenda, che verosimilmente prende le mosse dal tempo dell’Odissea – VIII secolo prima di Cristo – e successivamente viene cristianizzata e adeguata alla nuova religione. Presso il Santuario dell’Annunziata è conservata una splendida collezione di ex voto, dipinti ingenui e sinceri donati alla Madonna per ringraziarla di un miracolo: nella quasi totalità i “miracolati” sono naviganti o pescatori.

 

Ci sono poi i Lestrìgoni, popolo cannibale che uccise i compagni di Odisseo infilzandoli come tonni. In realtà, molte traduzioni dal greco riportano “infilzandoli come pesci” e non “come tonni”: ma quali pesci si pescano quando sono in grande quantità, e sono tanto grandi da potere essere “infilzati” da una lancia – un arpione? Tutti i pesci di grande dimensione, a cui da sempre l’uomo dà la caccia, nuotano da soli o in pochi esemplari: così il pescespada, la balena, la cernia, il dentice. Solo i tonni nel tempo della loro migrazione genetica nuotano in grandi gruppi, ed è accertato che fin dall’antichità i popoli pescatori – fenici prima di tutti – inseguivano i branchi di tonni per accerchiarli con la rete – “dai mille buchi” dice Omero – e catturarli con l’arpione. E dove, se non in Sicilia, a Trapani, la pesca del tonno viene praticata da millenni? La costa che va da Castellammare del Golfo al Capo San Vito fu chiamata “Cetaria” (dal greco Ketè e latino Cetè) per la presenza nei suoi mari dei grandi animali marini (oggi: cetacei) che venivano pescati in abbondanza. I Lestrìgoni abitavano dove oggi sorge l’abitato di Scopello, su quella costa dove fino a quarant’anni fa venivano calate le tonnare famose di Magazzinazzi, Castellammare del Golfo, Scopello, San Vito lo Capo?

Orbene, se tutto questo risponde al vero, siamo nell’ottavo secolo prima di Cristo: anche allora, forse, il destino e la cultura di Trapani viaggiavano sul mare. Come Odisseo era l’uomo “dalla mente dai mille colori” (Citati), così la nostra era la terra variegata, multiforme, che l’eroe percorse nel suo ritorno a casa.

Quello che è importante sottolineare, al di là dei ragionevoli dubbi, è la continua, secolare identificazione di Trapani con il mare ed i suoi miti.

Ma se persistono dubbi sulla ubicazione dei luoghi dell’Odissea, non ce ne sono affatto per quelli descritti da Virgilio nell’Eneide, scritta 800 anni dopo. Peraltro è riconosciuto che per molti versi l’Eneide è la risposta latina alla greca Odissea, di cui reinventa schema narrativo ed episodi: a Trapani/Drepano approdano le navi di Enea, e nel mare trapanese si svolge la prima regata narrata dettagliatamente dalle fonti classiche. Nel V libro del poema virgiliano si fa la cronaca accurata e precisa della gara navale: le quattro navi della flotta – Pristi, Chimera, Centauro, Scilla – secondo la tesi più accreditata gareggiano attorno allo scoglio degli Asinelli davanti a Pizzolungo; secondo l’archeologo subacqueo Gianfranco Purpura la regata si svolse invece attorno allo scoglio Scialandro sul versante di levante di Cofano. Comunque, le navi si affrontarono nei mari trapanesi: il caso vuole che agli Asinelli come allo Scialandro siano state calate per secoli le reti delle tonnare.

 

Con una voluta forzatura, ho detto all’inizio che i pescatori sono gli aedi che tramandano la cultura del mare: come non accostare, sia pure timidamente e con le dovute proporzioni, la trasmissione orale del racconto epico con il passaggio da generazione a generazione – anche questo puramente orale – del sapere dei pescatori, che si tramandano le loro storie, le tradizioni, le credenze, più in generale la loro cultura millenaria e stratificata? Ma non solo: si tramandano oralmente anche quei saperi empirici che hanno reso possibile operare in un ambiente – quello marino – che non è quello tipico dell’uomo: così si sono tramandate le mappe segrete dei fondali, con le secche ed i banchi più pescosi, ritrovate non con l’ausilio degli strumenti moderni (Loran, GPS, radar), ma ricorrendo ai “segnali”, le mire a terra che sfruttano una elementare legge della geometria: per due punti passa una sola retta. Lo stesso metodo della tradizione orale sovrintendeva alla navigazione: era la memoria – personale ed acquisita attraverso i racconti e l’esperienza di altri marinai – che guidava i capitani: “Non credo lontani/ le fide coste fraterne d’Erice e i porti sicani/ se calcolo bene a memoria le stelle or ora notate …” dice il nocchiero Palinuro ad Enea, avvicinandosi alle coste trapanesi (Eneide, libro V).

E’ una terra che gronda di mare, di miti, di storia, la nostra.

Ninni Ravazza

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