Il tonno fatato

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Disse lu tunnu chi sugnu infatatu, ca tutti stati spiranza di mia? L’anonimo cantastorie siciliano del diciassettesimo secolo forse inconsapevolmente con una sola rima era riuscito ad esprimere quanto intimo fosse il rapporto che da millenni lega l’uomo pescatore al più nobile dei pesci. O forse invece aveva capito davvero tutto.

Perché fatato per l’uomo il Tonno lo è stato davvero, e continua ad esserlo in quei pochi porti dove immensi castelli di rete vengono costruiti in mare ogni anno quando il sole si sveglia dal letargo invernale ed in cielo appaiono le costellazioni che per secoli hanno indicato la rotta ai naviganti.

Nel suo nome sono sorti villaggi e città, la sua pesca ed il commercio hanno sfamato migliaia di generazioni ed hanno creato ricchezze e nuove classi sociali, accanto alle tecniche di cattura sono cresciuti i riti indispensabili per blandire i volubili dei del mare che possono decidere la fortuna di chi gli dà la caccia. Un vera e propria Civiltà del Tonno è nata e si è perpetuata nei luoghi e presso le comunità che hanno adattato il proprio divenire alle esigenze di un lavoro corale qual è la Tonnara.

L’isola di Favignana, che i Florio elessero Regina dei Mari, sarebbe rimasta per tanto tempo ancora covo di pirati se nel XVI secolo non fosse stato necessario abitarla per difendere quella tonnara che nel giro di duecento anni sarebbe divenuta la più famosa del mondo; il paese di Stintino non sarebbe sorto se i tonnarotti cacciati dall’Asinara non avessero cercato un posto dove preparare le reti; le tante Cetara che si affacciano sul Mediterraneo (a Salerno, Porto Santo Stefano, Cetàbriga in Spagna, Ceuta al centro dello Stretto di Gibilterra, Sète in Francia) devono il loro nome alla pesca dei grossi pesci che i greci chiamavano Ketè ed i romani Cetè.

Lui, il Thunnus thinnus , ha accompagnato l’Uomo nella sua evoluzione, metafora della ricerca interiore e della corsa alla conoscenza. Nell’oscurità della grotta preistorica del Genovese, nell’isola di Levanzo che fa da ridosso alla tonnara di Favignana, un uomo del neolitico ha disegnato con mirabile precisione la silhouette del tonno che insidiava con pietre e legni acuminati nella sottostante baia; i Cananei agli albori della civiltà inseguivano con le loro navi dall’alto aplustro grandi animali marini il cui nome era indicato con la radice Than, e non è azzardato pensare che la spinta principale verso una navigazione sempre più avventurosa sia stata, assieme alla ricerca dell’ossidiana merce di scambio, l’inseguimento dei branchi di tonni migranti nel Mediterraneo; quando il cibo da semplice esigenza di sopravvivenza è divenuto occasione di convivio, il Tonno è assurto al ruolo di protagonista della tavola, e Archestrato di Gela raffinato poeta e gastronomo del IV secolo a.C. ne consiglia l’acquisto “ se a’ numi cena imbandissi, e ti convien comprarlo senza tardar, senza far lite al prezzo … ”; né Francois Rabelais all’inizio del Rinascimento dimentica di inserire la prelibata bottarga nella dieta di Gargantua appena risvegliatosi; e quando, più tardi, l’abbondanza del pescato riempì i mercati, la tunnina deliziò i ricchi e sfamò i poveri che in essa trovarono un’alternativa nutriente e calorica alla più costosa carne (“ E siccome i porci di terra quando macellansi abbondano di carni una casa, così il tonno di mare l’abbonda di salato … ”, Marchese di Villabianca, Le tonnare della Sicilia , fine XVIII sec.).

 

I CASTELLI NEL MARE

 

In principio l’Uomo inseguì per i mari la preda dalla quale dipendeva il benessere suo e della comunità di appartenenza, e sull’ aflaston della nave incastrava la sagoma del tonno come a fermarne la corsa; poi apprese che ogni anno, nello stesso periodo, guidati dalla luce della luna piena i tonni panciuti (Erodoto) si avvicinano alla riva per cercare acque limpide e calde ove riprodursi. E qui gli tese l’agguato, dapprima creando fragili sbarramenti di canne e palme per attirarlo sui bassi fondali e trafiggerlo con gli arpioni, poi costruendo nel mare effimeri castelli di corde vegetali divisi in profonde gallerie ed atrii e corti dove come falangi d’uomini, che marcino schierati, entrano i tonni lentamente nuotando (Oppiano di Cilicia, Halieutica , II sec. d.C.), che nel volgere di pochi mesi, quanto dura la migrazione genetica, marciranno e si scioglieranno nell’acqua salata.

 

Sono passati quasi duemila anni dalla descrizione di Oppiano, ma la Tonnara straordinariamente è rimasta la stessa, con le sue divisioni in “camere” separate da “porte”, un immenso edificio sottomarino tenuto fermo da ancore pesanti anche mille chilogrammi e conci di tufo ed enormi pietre. Sono cambiati i materiali impiegati per costruire le reti, e alle fibre vegetali è stato sostituito l’incorruttibile nylon, i cavi una volta di canape ritorte oggi sono di robusto acciaio, i galleggianti di plastica hanno preso il posto dei sugheri che si dovevano cambiare ogni tre giorni perché intrisi d’acqua perdevano il galleggiamento. Le barche di legno nere di pece, pensate e costruite solo per questa pesca – quale altro impiego potrebbero trovare vascelli, parascarmi e muciare , senza motore, senza vela, senza cabina, spinti dalla voga dei rematori o trainati dai rimorchi ? – si alternano con i natanti più recenti che hanno le stesse forme e dimensioni ma sono realizzati in ferro perché questo necessita di minore manutenzione, ed anche perché il legname non è più quello di una volta ed in mare ha vita breve. Tutto il resto è rimasto immutato, come una sorta di museo vivente dove il tempo sembra aver perduto il suo significato.

 

Nella concezione e nel funzionamento la Tonnara non è cambiata: una lunga rete perpendicolare alla riva, chiamata costa , pedale o cura (coda) intercetta i branchi di tonni nella loro migrazione genetica (maggio/giugno – impianti “di corsa”) o post genetica (giugno/luglio – impianti “di ritorno”) e li indirizza verso l’ isola della tonnara, un parallelepipedo di rete diviso in compartimenti ( camere o vasi ) separati da “porte” che si chiudono alle spalle dei tonni spinti dall’istinto verso l’illusoria libertà, fino all’ultima “camera” dal fondo mobile dove avviene la mattanza, alla quale i tonnaroti hanno imposto nomi gentili come naca (culla), corpu (corpo, in grado di generare), leva (dove avviene la “levata” dei tonni) per esorcizzare il senso di morte insito nella cruenta fase finale.

 

Nei secoli hanno operato lungo le coste italiane centoventidue tonnare, ed altre ne sono state calate in Portogallo ( armaçao ), Francia ( madrague ), Spagna ( almadraba ), Turchia (dalian), Libia, Tunisia, Marocco. La Sicilia con 79 impianti e la Sardegna con 21 sono state le terre delle tonnare, qui l’industria del tonno ha forgiato gli uomini e arricchito l’economia, e qui gli edifici dove si lavorava il pescato e riposavano i tonnaroti e le attrezzature – accomunati alle reti dall’appellativo Tonnara – sono divenuti col tempo splendidi esempi di architettura industriale, funzionali ed accoglienti, fino ad assurgere alla aristocratica eleganza che l’architetto Damiani de Almeyda regalò all’enorme stabilimento di Favignana che i Florio vollero ridisegnare a fine ‘800. Accanto a molti di questi stabilimenti sono tuttora visibili i resti degli antichi taricheiai dove duemilacinquecento anni fa i progenitori dei tonnaroti lasciavano i tranci di tonno a macerare al sole per farne il pregiato garum che avrebbero esportato in tutto il Mare Nostrum.

 

Oggi in Italia vengono calate, con risultati incoraggianti, soltanto le tonnare sarde di Isola Piana e Portoscuso e quelle siciliane di Favignana e Bonagia, più la tonnarella ligure di Camogli che però da anni cattura solo tonnìdi e pesci minori. Tutti gli altri impianti si sono “spenti”, sconfitti dall’inquinamento, dai traffici marittimi e dalla pesca indiscriminata che hanno allontanato i tonni dai mari costieri. E con loro, sono andati miseramente in rovina gli eleganti stabilimenti dalle alte ciminiere dove il tonno veniva cotto, erosi dal sale e mortificati dall’incuria degli uomini.

 

IL RE DEI TONNI

 

E’ un lavoro corale, la tonnara, come i canti che accompagnano le fatiche dei tonnaroti quando tirano la rete gravida di enormi pesci guizzanti, eppure c’è un uomo che sarà sempre solo pure in mezzo ai tanti compagni vocianti. E’ il rais, il capo, il semidio incaricato dai proprietari della tonnara di fare da tramite fra la ciurma e la Natura. A mare tutte le decisioni spettano a lui: è il rais a stabilire dove e quando calare le reti, a modellarne forma e grandezza, a scegliere se fare mattanza o attendere l’arrivo di altri pesci, a lui si rivolgono i tonnaroti ed i padroni e solo lui alla fine deciderà cosa fare. La sua potenza sta nella radice stessa della carica che gli hanno assegnato: rais, rex, re. Signore degli uomini e dei tonni.

Come il vecchio Santiago di Hemingway il rais rimane un uomo solo, perché nessuno se non lui risponderà degli esiti della pesca. Sarà protagonista di storiche mattanze, e responsabile di annate disgraziate, e non importa se lo scirocco ha fatto allontanare i tonni o il maledetto bistino li terrorizza così come aveva straziato il Marlin legato alla barchetta in balia della Corrente del Golfo, lui e solo lui risponderà ai padroni, agli Dei del mare e al suo orgoglio. Nel rais che davanti ai tonnaroti col cappello in mano prega in silenzio i suoi Santi perché concedano alla tonnara n’abbunnanti pisca c’è l’epica solitudine dell’Achille omerico che unico fra mille guerrieri vede e parla con la Dea Atena. Tutto si svolge al di fuori del tempo e dello spazio degli uomini. L’eroe è sempre solo.

La storia delle tonnare ha consegnato alla leggenda i nomi dei rais più famosi del Mediterraneo: Casubolo che in una sola stagione catturò oltre diecimila tonni per i Florio, Lorenzo Pilo che nel 1865 fu il primo rais sardo nelle tonnare dell’isola fino allora comandate dai trapanesi, Luigi Grammatico detto Giotto per la precisione con cui disegnava a mare il perimetro delle reti, i tanti Renda di Bonagia e i Valle di Stintino che si sono tramandati di padre in figlio l’arte della raisia , Mommo Solina che ha portato le reti di Sancusumano ad oltre cinquemila metri da terra dove nessuno aveva mai osato prima, e ancora Mercurio di Favignana, forse il più famoso di tutti.

E coraggiosi sono certamente i rais di oggi, ultimi eredi di una thalassocrazia che ha fondato la sua forza sulla capacità di interpretare i segni della natura e di farsi amare e rispettare dagli uomini: Luigi Biggio a Carloforte, Salvatore Spataro a Bonagia, Iachino Cataldo a Favignana, romantici cavalieri alle prese con nemici sempre più agguerriti, in grado di avvelenare il mare o anche di inseguire i tonni nel loro viaggio d’amore per rinchiuderli in gabbie e farli ingrassare perché acquistino valore sul mercato giapponese, dove l’antica tunnina si chiama sushi e costa anche un milione di vecchie lire al chilo.

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