Il diario sentimentale di Ninni Ravazza

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Si dice ‘corallari’ ma si pensa subito a Cola Pesce, al mito dell’uomo nudo che scivola nell’acqua fino a dissolversi nei fondali più arcani, fino ad incarnare una nuova natura, una diversa identità. In fondo, il giovinetto della leggenda messinese sembra simbolicamente interpretare nella vicenda esemplare della sua metamorfosi lo speciale statuto del corallo, ai confini dei regni animale, vegetale e minerale, alla cui ricerca tende per tutta la vita il corallaro che, per il fatto di tuffarsi e di confondersi negli anfratti delle sue concrezioni, finisce col partecipare di un’eguale esperienza mitica.

Si dice ‘corallari’ e il pensiero corre al tempo in cui tenaci migrazioni di pescatori tra le due rive del Mediterraneo si incrociavano con le rocambolesche fasi delle guerre da corsa, quando, in epoca barbaresca, gli avventurosi traffici di uomini e cose nelle acque del Canale davano vita alle storie di redenti e rinnegati, di cristiani islamizzati e di mori cristianizzati.

Si dice ‘corallari’ e affiora immediatamente il ricordo della fortunata stagione della città di Trapani quando i Trapanesi erano ancora padroni delle vie del mare, e dal mare seppero trarre buona parte delle loro ricchezze economiche. Tra Quattrocento e Cinquecento pesca, commercio e artigianato locale hanno fatto del corallo una straordinaria fonte di benessere sociale e di creatività artistica. Corallari sono i pescatori di queste arborescenze rare ma sono anche gli abili maestri artigiani che lavorano i preziosi cormi per farne monili, gioielli e oggetti d’arte sacra. Alla maniera degli Olandesi, i Trapanesi hanno saputo intrattenere con il mare un rapporto laborioso e pure domestico, sfruttandone le potenzialità con pazienza e intelligenza, senza mai spingersi troppo lontano dalle coste. Al mare, alla pesca e alla navigazione essi hanno sempre guardato restando quasi attaccati alla terra, senza mai voltare del tutto le spalle alla campagna, restando questa storicamente vicina alle coste, al porto e alle acque di quel Mediterraneo che ha conosciuto per secoli i traffici di vino e cenere di soda. Corallari, tonnaroti e salinari trapanesi hanno praticato la loro attività negli spazi interstiziali tra terraferma e mare aperto, curando le tecniche di pesca e coltivandone le risorse alla stessa maniera dei contadini. Ciò che sembra aver caratterizzato l’economia di Trapani è proprio questa compenetrazione di pratiche marinare e contadine, il cui intrecciarsi ha dato vita ad un’estrema ricchezza di mestieri artigianali. Tonnare e saline sono in tutta evidenza i frutti più felici di questa ingegnosa e secolare fatica, costruzioni tecnologiche elaborate nel tempo con sapiente e lungimirante abilità, “macchine” e architetture progettate e realizzate davanti al mare per catturare i tonni e imprigionare il sale, e rimaste oggi testimonianze monumentali di una nobile e intraprendente civiltà del lavoro. Al corallo resta, invece, associata la memoria di una delle pagine più illustri della città, quella che ha prodotto una originale e raffinata cultura figurativa, una splendida tessitura di esperienze artistiche che ha plasmato la stessa identità urbana, avendone a lungo permeato la vita quotidiana e la società civile.

 

Se questa vicenda non è definitivamente consegnata alla storia è perché più recentemente, alla fine degli anni Settanta, si è improvvisamente riacceso l’interesse per la pesca del corallo, a seguito della scoperta del banco di Scherchi, a poche miglia di distanza dal porto di Trapani. Dobbiamo a Ninni Ravazza il merito di aver riannodato i fili di questa trama, di averne raccontato le storie da lui stesso vissute come protagonista. Diario sentimentale può essere considerato il suo Corallari, da poco pubblicato dalla casa editrice Magenes. Ricostruisce episodi ed avventure, raccoglie voci e testimonianze, descrive dell’umanità di questo mondo di singolari pescatori la fragilità e la velleità, la generosità e la spavalderia, la saggezza e la sprovvedutezza. Sono narrate storie di uomini e di donne, alcuni dei quali attingono all’altezza letteraria di personaggi veri e propri. Ma sono rievocate anche le traversie delle barche “piantate come montagne sul mare”, dei “cani-marinai” custodi di navi e padroni dei porti, delle alterne sequenze di tempeste e bonacce, di brevi immersioni e lunghe decompressioni, di pesche sfortunate e di ritrovamenti prodigiosi, dei “tesori” perennemente inseguiti dai corallari, perduti e ritrovati su quello stesso “prato in fondo al mare”, su cui già Stanislao Nievo andava alla ricerca del relitto naufragato insieme al famoso avo Ippolito.

 

“Le storie che raccontano i marinai sono di una semplicità immediata e il loro pieno significato starebbe nel guscio di una noce spaccata”. Ispirandosi forse a questa affermazione di Conrad, Ninni Ravazza, attraverso le storie “minime” che ha collezionato intorno alle esperienze dei corallari, è riuscito a farsi interprete di una certa cultura del mare, di uno stile di vita e di una sensibilità che sono propri di quanti con il mare non tentano inutili ed epiche sfide ma sperimentano piuttosto un ininterrotto colloquio, un affettuoso e prudente dialogo. Del mare i corallari conoscono la dimensione più intima e nascosta, quella silenziosa e insidiosa delle profondità, quella buia e tenebrosa degli ingrottamenti e degli strapiombi sommersi. Calandosi sotto acqua essi hanno la sensazione di entrare in un tempo ‘altro’ rispetto a quello della vita quotidiana, in un ‘altrove’ che è miticamente eletto a luogo della ricchezza, della libertà e della felicità. Tanto più che l’ansiosa ricerca del fiore più prezioso degli abissi può davvero contribuire ad alimentare sogni e utopie, sulla scia delle antiche febbri dell’oro e di altre storiche e note chimere.

Così è stato a Trapani, tra il 1978 e i primi anni Ottanta, quando il porto ritornò ad essere gremito di cercatori di corallo, di avventurieri e di sub, di curiosi dilettanti e di sommozzatori provetti. Dopo cinquecento anni sono tornati a trafficare in città napoletani, livornesi e genovesi, come nella fortunata epoca in cui Trapani era emporio commerciale di primo piano nell’area mediterranea. Dalle pagine di Ravazza apprendiamo dei notevoli guadagni ricavati dalla vendita del corallo, dei capitali investiti nell’acquisto di nuovi natanti, della formazione di società di pesca tra subacquei e marinai, della trasformazione di alcuni pescatori in armatori o in grossisti gestori delle attività di mercato. Se si pensa che il corallo recuperato in quegli anni nel banco di Scherchi fruttò circa dieci miliardi di lire, si può avere un’idea delle febbrili speranze riposte in quella pesca e degli effetti che l’improvvisa ricchezza rastrellata ha prodotto nei cambiamenti di status sociale ed economico di non poche famiglie della marineria locale.

 

Quanto ai subacquei, che con il mare hanno un rapporto meno professionale e più affrancato da vincoli di sussistenza economica, da quelle felici stagioni di pesca del corallo, vissute con pienezza e con ebbrezza, hanno sicuramente tratto esperienze emozionanti e risorse tanto appaganti quanto effimere. Per costoro il mare come il vino scorre nelle vene ed è “complice dell’umana irrequietezza” (Conrad), si associa alle gioie e ai segreti della vita, all’orizzonte dell’immaginario, del misterioso e dell’inesplorato, restando universo strutturalmente ambivalente nella sua doppia latitudine di superficie e di fondale, di emerso e di sommerso. L’esperto corallaro che scende lentamente nel regno del silenzio assoluto, rotto soltanto dal sibilo dell’erogatore, è consapevole della inviolata sacralità di questo paesaggio, della sua immensità e, per contrasto, della precarietà del suo stesso inabissarsi. Mentre si allontana dalla luce solare e dalla mobilità delle onde, sa di affondare in un luogo in cui, come nel deserto, non resteranno tracce né impronte della sua presenza. Ai suoi occhi ancora capaci di meravigliarsi, le aragoste sembreranno “papaveri in un prato incolto” e le ombrine “tranquille come pecore” nei pascoli. Nel blu trascolorato dei fondali più remoti tutto sembra attutirsi e affievolirsi, rallentarsi e rarefarsi.

 

Delle tante storie narrate da Ravazza, delle immagini e delle sensazioni descritte, ci resta alla fine proprio il senso ultimo delle immersioni, l’epifania delle scoperte, la nostalgia di una Trapani vista dal mare, forse definitivamente perduta, assieme all’ironia disincantata con la quale l’autore guarda alle ambizioni, alle debolezze e ai diversi destini dei suoi saltuari compagni: dall’usciere del Tribunale al pilota d’aereo, dal gestore di una piccola agenzia di pompe funebri al biologo marino, dall’ex ballerino di danza classica che conosceva Shakespeare a memoria al vecchio marinaio pratico di meccanica navale perseguitato dalla sfortuna. Pur nella promiscuità ed eterogeneità dei sodalizi e delle società di mare, che si fanno e si disfano rapidamente e, a volte rovinosamente, resta ricorrente nelle pagine del libro la memoria di quelle amicizie, preziose seppure effimere, resta il piacere del cibo pescato e consumato sull’imbarcazione, dell’allegra convivialità dopo una lunga giornata di navigazione. Resta, infine, ed è in tutta evidenza l’accento più persuasivo del diario sentimentale di Ravazza, la gratitudine del corallaro per la imperscrutabile e inattingibile bellezza offerta dalle lussureggianti praterie del mare.

Antonino Cusumano collabora con l’Istituto di Scienze antropologiche e geografiche della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo. Ha promosso e curato, negli anni 1976-78, la raccolta dei materiali facenti parte del Museo della vita e del lavoro contadino di Campobello di Mazara e dal 1980 al 1984 è stato direttore onorario del Museo etnoantropologico della Valle del Belice di Gibellina. Ha condotto ricerche su temi e aspetti della cultura materiale folklorica e sull’arte popolare in Sicilia. Attualmente è componente del Comitato di redazione dell’Archivio Antropologico Mediterraneo, rivista diretta da Antonino Buttitta. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi: Il ritorno infelice. I tunisini in Sicilia (1976); Le forme del lavoro. Mestieri tradizionali in Sicilia (1986); La terra e il fuoco. Ceramica popolare della Valle del Belice (1991); Pane e festa. Tradizioni in Sicilia (1991); Orditi e trame della natura. Sull’intrecciatura vegetale (1993), La strada maestra. Memoria di Gibellina (1997); Madre Pietra. Arte e tecnica del costruire a Salemi (1998). E’ autore di numerosi cataloghi di mostre, pubblicati a cura dell’Associazione per la conservazione delle Tradizioni Popolari di Palermo e del Servizio Museografico dell’Università di Palermo. Suoi contributi sono apparsi in varie riviste specializzate e nei volumi collettivi: Cultura materiale in Sicilia, Atti del I congresso internazionale di studi antropologici siciliani (1980); I Mestieri. Organizzazione, tecniche, linguaggi, Atti del II Congresso internazionale di studi antropologici siciliani (1984); I colori del sole (1986); Le feste di Pasqua in Sicilia (1990); Il pane (1992); Arte popolare in Sicilia (1992); Lo Zingaro. Un laboratorio di storia nella natura (1993). E’ attualmente impegnato, insieme a Rosario Lentini, nella cura e nel coordinamento di un volume su Mazara del Vallo tra Ottocento e Novecento.

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