Il cuore del velista

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Tra gli Italiani, l’attrazione per il mare, come agonismo o per diporto, è in continua crescita sia nella nautica in generale che nella pratica della vela, tanto da avvicinare l’Italia a quelle nazioni velicamente più progredite come Gran Bretagna, Francia e U.S.A.

Lo “sport della vela” si distingue da gli altri Sport perché implica un confronto nudo e diretto tra uomo ed ambiente, dove l’atleta è chiamato a contrastare e/o assecondare quelle fonte energetiche primarie (vento e correnti marine) che si collocano al di fuori del corpo e nel contempo è necessario un notevole sforzo mentale non indifferente per percepire i venti ed il mare, al fine di prendere rapide decisioni necessarie al successo della competizione.

La pratica della vela pur essendo uno sport di destrezza, richiede un notevole costo energetico ed un estremo impegno cardiovascolare e metabolico con una grossa componente muscolare finalizzata al mantenimento posturale e direzionale.

Infatti è regola generale nel velista durante l’impegno sportivo un aumento della frequenza cardiaca e dei valori di pressione arteriosa, dovuto all’intensa “contrazione isometrica” dei muscoli addominali e dei quadricipiti femorali, modificazioni queste che sono proporzionali alla intensità ed alla durata dello sforzo fisico.

Con sistemi di rilevazione in telemetria della frequenza cardiaca e del consumo di ossigeno, durante le uscite in mare, si è potuto dimostrare un aumento dell’impegno cardiovascolare correlato alla forza del vento.

Si è riscontrato, in velisti della classe Laser, durante prove competitive, in varie condizioni di vento, l’evidenza di incremento del consumo di ossigeno fino al 39% della massima capacità aerobica, e della frequenza cardiaca fino al 74% della frequenza massima teorica.

L’entità dello sforzo fisico isometrico, richiesto nel controbilanciamento dell’imbarcazione, è da ritenersi il principale determinante dell’impegno metabolico e cardiovascolare; relegando ad una relativa scarsa importanza la capacità aerobica.

La frequenza cardiaca risulta quindi influenzata sia dall’intensità del vento che dal tipo di andatura.

 

 

E’ massima durante la “bolina” (quando la barca segue una rotta con un angolo pari o meno a 45° rispetto alla direzione del vento), mentre scende durante l’andatura di poppa (con direzione del vento parallela alla rotta dal didietro) o di traverso ( con angolo di incidenza del vento di 90°) o di lasco (con direzione del vento tra il traverso e la poppa).

Rilevamenti in telemetria su atleti agonisti, in gare internazionali ufficiali con prove svolte ad una intensità di vento pari a 9 m/s e con percorso alternante (partenza, bolina, poppa, bolina, lasco, poppa, lasco, arrivo), hanno evidenziato variazioni della frequenza cardiaca con valori medi di 158 b/m.

Studi svolti su velisti in campi di gara internazionali, nell’andatura di bolina in riferimento all’intensità del vento, si è notato una variazione della frequenza cardiaca, raggiungendo un incremento notevole intorno a 138 b/m per un vento di 9 m/s, ed a 119 b/m per un vento di 5 m/s, e a 86 b/m per un vento di 2 m/s.

Se si analizza l’andatura di poppa, l’impegno cardiovascolare è meno intenso rispetto alla bolina e si può notare comunque che esiste una significativa variazione della frequenza cardiaca da 81 b/m con vento a 2 m/s sino a 126 b/m con vento a 8 m/s.

Ed ancora l’impegno profuso nella pratica della vela tra la gara e l’allenamento, a stessa andatura e stessa intensità di vento, ha rilevato una diversa risposta sulla frequenza cardiaca; essendo intorno a 127 b/m in allenamento e raggiungendo in gara i 158 b/m con andatura di bolina e forza del vento a 9 m/s.

Inoltre non è da trascurare sulla risposta cardiovascolare la componente emotiva.

Infatti nei giovani atleti in occasione di uno scarso impegno fisico richiesto per condurre l’imbarcazione a bassa intensità di vento si è rilevato una frequenza cardiaca notevolmente superiore a quella prevista, con picchi di frequenza di 116 – 131 b/m.

Questo fattore emotivo incide comunque senza distinzione, seppure in misura diversa, sul comportamento di questi atleti , sia alle prime esperienze che veterani.

Da quanto esposto, al velista viene richiesto un’adeguata preparazione psicofisica di base associata ad una corretta tecnica e con una giusta dose di prudenza per valutare il proprio stato fisico in rapporto alle condizioni atmosferiche ed alle proprie capacità tecniche.

Tanto è dovuto a chi vuole affrontare il mare con il solo ausilio della vela per sfruttare le forze energetiche naturali, affinché il cuore supporti e sorregga le richieste dell’intensa attività muscolare dovuta al lavoro isometrico per governare la vela e mantenere la posizione sul mare.

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